Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28229 del 10/12/2020

Cassazione civile sez. III, 10/12/2020, (ud. 09/09/2020, dep. 10/12/2020), n.28229

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCODITTI ENRICO – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – rel. Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16151-2018 proposto da:

ISTITUTO AUTONOMO CASE POPOLARI PER LA PRVINCIA DI CATANIA IACP,

RAPPRESENTATO E DIFESO DA DANIELA CASTRONOVO;

– ricorrenti –

contro

SIDRA SPA, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CORNELIO NEPOTE,

16, presso lo studio dell’avvocato ROSARIA INTERNULLO, rappresentato

e difeso dall’avvocato ALBERTO GIACONIA;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 699/2018 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 27/03/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

09/09/2020 dal Consigliere Dott. FRANCESCA FIECCONI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Con ricorso notificato il 25/5/2018, avverso la sentenza n. 699/2018 della Corte di Appello di Catania, notificata il 28/3/2018, l’Istituto Autonomo Case Popolari per la provincia di Catania (IACP) propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi. Sidra s.p.a resiste con controricorso notificato il 4/7/2018 e illustrato da memoria.

2. Per quanto qui di interesse l’Istituto ricorrente deduce che Sidra s.p.a., con ricorso ex art. 702-bis c.p.c. del 17/10/2011, chiedeva la condanna dell’IACP al pagamento della somma di Euro 358.648,89 per crediti vantati nei confronti della convenuta per erogazione di acqua potabile in taluni edifici destinati ad alloggi popolari, in relazione agli anni 2009-2010-2011; che la società attrice premetteva che con decreto ingiuntivo n. 5130/2009 – emesso su suo ricorso dal Tribunale di Catania il 17/10/2009, dichiarato definitivamente esecutivo il 18/1/2011 e notificato in forma esecutiva il 13/4/2011 – era stato ingiunto allo IACP il pagamento della somma di Euro 528.235,50 per erogazione di acqua potabile nei medesimi edifici, maturati in un arco temporale precedente, ovvero fino al 2008; che esso IACP resisteva alla pretesa eccependo il proprio difetto di legittimazione e l’infondatezza del ricorso, stante l’inidoneità delle fatture emesse a provare l’esistenza del rapporto contrattuale a fronte della specifica contestazione in merito alla sussistenza di un rapporto contrattuale; inoltre deduceva la mancata prova delle fruizione di dette prestazioni da parte dell’istituto sul solo presupposto della proprietà degli edifici somministrati. Il Tribunale di Catania disponeva la conversione del rito ex art. 702-ter c.p.c. e, con sentenza n. 3030/2015, rigettava la domanda attorea ritenendo che Sidra non avesse dimostrato l’esistenza di un rapporto contrattuale, da costituirsi in forma scritta ad substantiam x art. 1350 c.c. Avverso la sentenza, la società proponeva gravame innanzi alla Corte d’Appello di Catania che – in riforma della sentenza di prime cure – accoglieva la domanda proposta da Sidra e condannava l’Istituto convenuto a pagare la somma di Euro 358.648,89, nonchè le spese di lite del doppio grado di giudizio. In specie, la Corte territoriale rilevava che la questione dell’esistenza di un contratto di somministrazione inter partes costituendo antecedente logico-giuridico del riconoscimento dei crediti vantati da Sidra fino al 2008 e fatti già valere in via monitoria – doveva considerarsi oramai coperta dal giudicato portato dal decreto ingiuntivo n. 5130/2009. Cosicchè, non avendo lo IACP provato fatti modificativi od estintivi successivi al giudicato che aveva sancito la sussistenza di un rapporto di somministrazione, doveva ritenersi la validità ed efficacia del contratto di somministrazione de quo di cui era stata accertata l’originaria sussistenza. Rispetto al quantum debeatur, pur argomentando sulla irrilevanza della disposizione di cui all’art. 2710 c.c. in relazione alla qualità delle parti contrattuali, riteneva comunque provata la somma richiesta dalla società attrice per il tramite della documentazione da essa prodotta e non specificamente contestata dallo IACP quanto alla effettività dei quantitativi erogati portati nelle fatture e quanto a eventuali anomalie relative alle erogazion i ratione temporis rilevanti.

3. Si dà atto della fissazione del ricorso in adunanza camerale ai sensi dell’art. 380-bis.1, del deposito di conclusioni del p.m. e del deposito della memoria da parte della resistente.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo si denuncia – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione per falsa ed errata applicazione dell’art. 2909 c.c. per vari profili, anche in relazione all’art. 1350 c.c., n. 13, e al R.D. n. 2440 del 1923, artt. 16 e 17 e R.D. n. 383 del 1934, art. 87 in combinato disposto, nonchè all’art. 1362 c.c. L’Istituto ricorrente ritiene la violazione delle norme de quibus per avere la Corte d’Appello rilevato che il decreto ingiuntivo n. 5130/2009, emesso inter partes dal Tribunale di Catania, e non efficacemente opposto (essendosi l’opposizione estinta ex art. 309 c.p.c.), avrebbe efficacia di giudicato e, pertanto, coprirebbe ogni questione attinente alla esistenza, validità ed efficacia del rapporto di somministrazione di acqua potabile tra la Sidra e lo IACP, nonchè del credito azionato, anche relativamente agli ulteriori crediti maturati in annualità successive a quelle di cui ai crediti consacrati nel decreto ingiuntivo. Così statuendo, il giudice di secondo grado avrebbe violato i limiti oggettivi di efficacia del giudicato esterno, in quanto il giudizio monitorio e l’attuale giudizio hanno un diverso petitum e una diversa causa petendi: nel primo viene in questione un credito di Euro 528.235,50 relativo ad erogazioni di acqua potabile per il periodo fino al 2008; nel secondo, invece, un credito di Euro 358.648,89 concernente erogazione di acqua potabile per il successivo periodo 2009-2011.

1.1. Il motivo è inammissibile per quanto di seguito esposto.

1.2. La Corte d’Appello, ha ritenuto che, tanto i crediti fatti valere con il procedimento monitorio (sino al 2008), tanto quelli oggetto dell’odierno giudizio (2009-2011), si fondano sul medesimo rapporto di somministrazione intercorrente inter partes, la cui esistenza deve considerarsi oramai definitivamente coperta dal giudicato formatosi all’esito di un precedente procedimento monitorio, in virtù del fatto che il riconoscimento del credito fatto valere in quella sede ha come presupposto logico-giuridico la questione inerente all’esistenza di un idoneo contratto di somministrazione di acqua potabile tra le parti. Quanto al rapporto di somministrazione, la Corte ha ritenuto che la contestazione avente ad oggetto l’inesistenza del contratto, dovuta alla mancanza di forma scritta prevista ad substantiam, in quanto vizio di forma preesistente allo stesso procedimento monitorio, era già in quella prima sede deducibile e che pertanto, anche se non dedotta, su di essa si è estesa l’efficacia del giudicato del decreto ingiuntivo non opposto. Conseguentemente, ha considerato che non possono incidere sul giudicato esterno fatti modificativi od estintivi antecedenti allo stesso, ma possono tutt’al più avere incidenza solo eventuali e comprovate circostanze successive al giudicato, tali non potendo considerarsi le contestazioni svolte dall’Istituto in ordine alla insussistenza del contratto per mancata produzione della prova documentale del medesimo e all’intervenuto mutamento del contratto in relazione ad alcune proprietà afferenti all’istituto ricorrente o alla mancata prova dei crediti, portati dalle fatture e scritture contabili della società erogante e non specificamente contestate.

1.3. L’inammissibilità del motivo deriva dalla circostanza che esso è stato articolato senza rispettare l’onere di indicazione specifica degli atti, in questo caso processuali, su cui si fonda. Tali atti sono rappresentati dal decreto ingiuntivo n. 5130 del 2009, che la sentenza ha ritenuto originare il giudicato esterno sull’esistenza del rapporto fondamentale di fornitura, sul ricorso in base al quale esso venne emesse, in quanto identificante il rapporto giuridico costituente la causa petendi della pretesa creditoria quoad tempus e, dunque, la sua durata, ed ancora sul ricorso introduttivo dell’azione ai sensi dell’art. 702-bis c.p.c. introduttivo del giudizio su cui è intervenuta la sentenza impugnata.

1.4. Nell’illustrazione del motivo non si coglie alcuna riproduzione, diretta od indiretta – in questo secondo caso con precisazione della parte cui l’indiretta riproduzione corrisponderebbe – del ricorso per decreto ingiuntivo, del decreto ingiuntivo e del ricorso sommario. Detta riproduzione, secondo le alternative modalità indicate, costituiva parte dell’onere di indicazione specifica cui allude l’art. 366 c.p.c., n. 6. Inoltre, ma lo si nota in via aggiuntiva, tale onere, sia per il ricorso monitorio sia per il ricorso ai sensi dell’art. 702-bis c.p.c. non risulta adempiuto neppure quanto alla localizzazione di tali atti in questo giudizio di legittimità, avendo il ricorso nell’esposizione del fatto indicato come prodotto il solo decreto ingiuntivo e non anche il ricorso e non avendo invece fornito alcuna indicazione del ricorso ai sensi dell’art. 702-bis c.p.c. e ciò, quanto a questo atto, che è atto del presente giudizio, nemmeno dichiarando di voler fare riferimento agli effetti del citato n. 6 e per esentarsi dal diverso onere di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2 – di voler fare riferimento alla sua presenza nel fascicolo d’ufficio del giudizio di primo grado, in ipotesi acquisito al fascicolo d’ufficio di appello, come gli consentivano gli in segnamenti di Cass., Sez. Un., n. 22726 del 2011.

1.5. In tale situazione, è palese che questa Corte non è messa in grado di valutare se la sentenza impugnata abbia fatto corretta applicazione dei principi che ha dichiarato di applicare. In proposito vale il consolidato il principio ermeneutico in base al quale il giudicato esterno derivante da un decreto ingiuntivo non opposto (Cass. Sez. 3 n. 30838 del 29/11/2018), in quanto provvisto di “vis imperativa” e indisponibilità per le parti, va assimilato agli “elementi normativi”, sicchè la sua interpretazione deve essere effettuata alla stregua dell’esegesi delle norme (e non già degli atti e dei negozi giuridici), in base agli artt. 12 preleggi e ss. (e non ai criteri di ermeneutica contrattuale ex art. 1362 c.c. impropriamente richiamati dal ricorrente), con conseguente sindacabilità degli eventuali errori interpretativi sotto il profilo della violazione di legge. Ed è vero, altresì, che il giudice di legittimità può direttamente accertare l’esistenza e la portata del giudicato esterno, con cognizione piena, che si estende al diretto riesame degli atti del processo ed alla diretta valutazione ed interpretazione degli atti processuali, mediante indagini ed accertamenti, anche di fatto, indipendentemente dall’interpretazione data al riguardo dal giudice di merito (Sez. 2 -, Ordinanza n. 15339 del 12/06/2018; Cass. Sez. 1, n. 21200 del 05/10/2009 (Rv. 610451 – 01); Sez. U, Sentenza n. 13916 del 16/06/2006).

1.6. Purtuttavia, ai fini dell’applicazione di detti principi non si è mancato di precisare che, per quanto l’interpretazione di un giudicato esterno possa essere effettuata anche direttamente dal Giudice di legittimità con cognizione piena, tale sindacato richiede che il giudicato sia riprodotto nel ricorso per cassazione, in forza del principio di autosufficienza, con la conseguenza che, qualora l’interpretazione data dal giudice di merito sia ritenuta scorretta, il predetto ricorso deve riportare il testo del giudicato che si assume erroneamente interpretato, con richiamo non solo al dispositivo, ma anche alla motivazione, atteso che il solo dispositivo può non essere sufficiente alla comprensione del comando giudiziale (v., in parte motiva, Cass., Sez. 3 -, Sentenza n. 12111 del 22/6/2020; Cass. Sez. L n. 5508 del 08/03/2018).

1.7. L’inosservanza dell’art. 366 c.p.c., n. 6 comporta la conseguenza che detti principi possano essere apprezzati solo in astratto, cioè senza verificare se le affermazioni della Corte di merito siano giustificate in relazione a ciò che essa era chiamata ad apprezzare, il che rende il motivo inammissibile perchè un apprezzamento in astratto non permette di stabilire se la decisione assunta sia errata.

1.8. Peraltro, alla luce dell’apprezzamento in astratto, i principi richiamati dalla sentenza impugnata appaiono corretti, atteso che, secondo il costante orientamento di questa Corte: “Il giudicato sostanziale conseguente alla mancata opposizione di un decreto ingiuntivo copre non soltanto l’esistenza del credito azionato, del rapporto di cui esso è oggetto e del titolo su cui il credito e il rapporto stesso si fondano, ma anche l’inesistenza di fatti impeditivi, estintivi e modificativi del rapporto e del credito precedenti al ricorso per ingiunzione e non dedotti con l’opposizione” (Cass., Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 19113 del 18/7/2018; Sez. 3, Sentenza n. 11360 dell’11/5/2010; Sez. 3, Sentenza n. 6628 del 24/3/2006). Inoltre, va ricordato che questa Corte – proprio in relazione ai rapporti giuridici di durata e alle obbligazioni periodiche che eventualmente ne costituiscono il contenuto – ha comunque precisato che ove il giudice pronunci su una fattispecie attuale, ma con conseguenze destinate ad esplicarsi anche in futuro, l’autorità del giudicato impedisce il riesame e la deduzione di questioni tendenti ad una nuova decisione di quelle già risolte con provvedimento definitivo, il quale pertanto esplica la propria efficacia anche nel tempo successivo alla sua emanazione, con l’unico limite di una sopravvenienza, di fatto o di diritto, che muti il contenuto materiale del rapporto o ne modifichi il regolamento (Cass., Sez. L -, Sentenza n. 20765 del 17/8/2018; Sez. L, Sentenza n. 15493 del 23/7/2015; Sez. L, Sentenza n. 15931 del 16/8/2004).

1.9. Inoltre, sempre secondo il ricordato orientamento, la assunta diversità di oggetto della domanda (i crediti per cui si agisce) è inconferente, giacchè “allorquando due giudizi tra le stesse parti vertano sullo stesso rapporto giuridico e uno di essi sia stato definito con sentenza passata in giudicato, l’accertamento già compiuto in ordine ad una situazione giuridica e la soluzione di una questione di fatto o di diritto che abbiano inciso su un punto fondamentale comune ad entrambe le cause e abbiano costituito la logica premessa contenuta nel dispositivo della sentenza passata in giudicato precludono il riesame del punto accertato e risolto anche nel caso in cui il successivo giudizio abbia finalità diverse da quelle che costituiscono lo scopo e il “petitum” del primo” (Cass., Sez. 3, Sentenza n. 19137 del 3/10/2005; nello stesso senso, Cass., Sez. 2 -, Ordinanza n. 11314 del 10/5/2018; Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 5478 del 5/3/2013; Cass. Sez. U, Sentenza n. 13916 del 16/6/2006).

2. Con il secondo motivo si censura – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 la violazione per falsa ed errata applicazione dell’art. 2697 c.c. e dell’art. 115 c.p.c. Il ricorrente assume violate le regole in materia di riparto dell’onere probatorio, nonchè del principio del giudizio necessariamente fondato sulle prove proposte dalle parti o comunque acquisite nel giudizio, per avere la Corte territoriale ritenuto l’esistenza di un contratto di somministrazione inter partes temporalmente efficace anche per i periodi successivi a quelli oggetto del monitorio passato in giudicato. Per converso, gravava sulla creditrice l’onere di provare la sussistenza del contratto e dei relativi crediti. La Corte territoriale avrebbe dunque errato nel considerare che sarebbe stato onere dello IACP contestare gli addebiti legati ai consumi portati nelle fatture, considerando che la mancata specifica contestazione dell’entità delle erogazioni d’acqua e dell’ammontare degli importi fatturati comporti una presunzione di veridicità degli addebiti.

2.1. Il motivo è inammissibile in quanto, oltre a non confrontarsi con la ratio decidendi, è formulato al di fuori dei parametri di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6.

2.2. Anzitutto, risulta nella sentenza che la parte qui resistente aveva prodotto in giudizio le fatture relative ai crediti vantati, nonchè l’estratto conto delle scritture contabili che, per quanto non idonei ad acquisire forza probatoria ai sensi dell’art. 2710 c.c. (non essendo lo IACP un’impresa commerciale), non erano documenti specificamente contestati in ordine alla effettività dei quantitativi erogati, nè erano state contestate anomalie specificamente indirizzate alle erogazioni ratione temporis rilevanti in questa sede, essendosi l’istituto limitato a richiamare solo contestazioni riguardanti le erogazioni oggetto della domanda respinta e oramai coperta da giudicato.

2.3. Invero, l’attuale ricorrente assume che tale specifica contestazione vi sia stata richiamando le memorie da cui poter desumere tale contenuto. Osserva tuttavia la Corte che, sarebbe stato necessario – trattandosi per altro di error in iudicando in relazione alla corretta interpretazione dell’art. 115 c.p.c. – in ossequio al principio di specificità del motivo -, riportare, almeno succintamente, il contenuto della contestazione rinvenibile nelle memorie, trascrivendo i punti salienti delle eccezioni sollevate in relazione alla documentazione contabile e alle fatture prodotte dalla società attrice, in modo da permettere a questa Corte di vagliare la loro pertinenza e conferenza in rapporto al principio di cui all’art. 115 c.p.c. (ex plurimis, Cass. Sez. U, Sentenza n. 34469 del 27/12/2019:” in tema di ricorso per cassazione, sono inammissibili, per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, le censure fondate su atti e documenti del giudizio di merito qualora il ricorrente si limiti a richiamare tali atti e documenti, senza riprodurli nel ricorso ovvero, laddove riprodotti, senza fornire puntuali indicazioni necessarie alla loro individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di cassazione, al fine di renderne possibile l’esame, ovvero ancora senza precisarne la collocazione nel fascicolo di ufficio o in quello di parte e la loro acquisizione o produzione in sede di giudizio di legittimità”; Cass., Sez. 5 -, Sentenza n. 29093 del 13/11/2018; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 4220 del 16/3/2012; Sez. 3, Ordinanza n. 6937 del 23/3/2010).

2.4. A tale stregua, non deducendo il ricorrente le censure in modo da renderle chiare ed intellegibili in base alla lettura del ricorso, e non ponendo questa Corte nella condizione di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il relativo fondamento sulla base delle deduzioni contenute nel medesimo, non risultano invero sufficienti le affermazioni – come nel caso – apodittiche, non seguite da alcuna seppur succinta dimostrazione.

2.5. In realtà, parte ricorrente, come emerge dalla pagina 21, dopo avere allegato di avere contestato le fattura senza, come si è detto specificare la contestazione, sostiene che esse non costituivano prova dell’esistenza del rapporto contrattuale, sicchè la censura non assume una direzione diversa di quella preannunciata nelle ultime tre righe della pagina precedente e nelle prime due righe della stessa pagina 21, che riguarda “gli addebiti legati ai consumi riportati nelle fatture”, ma non considera che la corte territoriale ha ritenuto che “a fronte degli importi fatturati ed oggetto di questo giudizio, l’Istituto no ha mosso specifiche contestazioni i ordine alla effettività dei quantitativi erogato nè ha contestato anomalie specificamente indirizzate alle erogazioni ratione temporis rilevanti in questa sede, essendosi limitato a richiamare, come detto, solo contestazioni riguardanti le erogazioni oggetto della domanda a suo tempo svolta da Sidra col già menzionato decreto ingiuntivo ed ormai coperte da giudicato”.

3 Conclusivamente il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, stante l’inammissibilità di entrambi i motivi, con ogni conseguenza in ordine alle spese, che si liquidano in dispositivo ai sensi del D.M. n. 55 del 2014 a favore della parte resistente.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente alle spese, liquidate in Euro 10.000,00, oltre Euro 200,00 per spese, spese forfettarie al 15% e oneri di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 comma 1 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo in ipotesi a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione terza civile, il 9 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2020

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA