Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28220 del 10/12/2020

Cassazione civile sez. lav., 10/12/2020, (ud. 29/09/2020, dep. 10/12/2020), n.28220

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – rel. Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24272-2016 proposto da:

SERVIZI ITALIA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA GIUSEPPE MAZZINI

27, presso lo studio legale TRIFIRO’ & PARTNERS AVVOCATI,

rappresentata e difesa dagli avvocati, GIACINTO FAVALLI, LUCA

D’ARCO, PAOLO ZUCCHINALI;

– ricorrente –

contro

B.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CAMPO CATINO 27,

presso lo studio dell’avvocato ANTONIO FUSILLO, che lo rappresenta e

difende unitamente all’avvocato ALBERTO FERRARESI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 118/2016 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 14/04/2016 R.G.N. 397/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

29/09/2020 dal Consigliere Dott. ROSA ARIENZO;

il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELESTE

ALBERTO, ha depositato conclusioni scritte.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. Il Tribunale di Mantova respingeva il ricorso proposto da B.E., operaio di 3 livello con mansioni di addetto al guardaroba esterno e raccolta di biancheria ai reparti in base al CCNL Lavanderie industriali, inteso ad ottenere il riconoscimento del diritto all’indennità di trasferta prevista dall’art. 49 del CCNL e la condanna della società Servizi Italia p. a. al pagamento della somma di Euro 14.983,68;

2. la Corte d’appello di Brescia, con sentenza del 14.4.2016, riteneva la domanda del lavoratore solo parzialmente fondata ed, in parziale riforma della decisione impugnata, riconosceva in favore del B. la somma di Euro 544,05, disponendo la condanna della società al relativo pagamento in favore del predetto;

2.1. la Corte distrettuale rilevava l’erroneità della sentenza di primo grado nella parte in cui aveva escluso l’applicabilità della norma contrattuale per inesistenza della trasferta, osservando che nel contratto di assunzione la sede di lavoro era indicata con riferimento ai presidi ospedalieri dell’Azienda Ospedaliera Carlo Poma, dislocati nella Provincia di Mantova (presidi ospedalieri di (OMISSIS)) e che, anche ammettendo che eventuali spostamenti temporanei tra i diversi ospedali non costituissero trasferta a norma del c.c.n.l., doveva considerarsi che il comportamento delle parti aveva modificato la previsione contrattuale perchè per quasi sei anni, ossia dal 1.2.2005 al 29.11.2010, inizio della prima trasferta, non vi era stato alcuno spostamento dall’Ospedale di (OMISSIS), ciò che comportava che di fatto la sede di lavoro era divenuta quella dell’Ospedale di (OMISSIS), con il risultato che si rendeva applicabile l’art. 56 del c.c.n.l. ratione temporis;

2.3. veniva evidenziato come la norma presupponeva che fosse individuata la sede in cui il lavoratore svolgeva normalmente la prestazione lavorativa, che era nella specie divenuta quella di (OMISSIS), rispetto alla quale gli spostamenti eseguiti per 195 giorni dovevano ritenersi trasferte;

2.4. la norma contrattuale prevedeva da un lato il rimborso delle spese di viaggio, vitto e alloggio e, dall’altro, la retribuzione delle ore di viaggio eccedenti l’orario normale di lavoro, nel caso di specie incontroverse;

2.5. poichè l’indennità non era collegata al disagio ma alle ore di viaggio per raggiungere il luogo della trasferta, veniva fatto riferimento ad una durata del viaggio di 45 minuti per ogni andata e ritorno in base all’indicazione del lavoratore, non contestata dalla società, con la conseguenza che complessivamente le ore di viaggio andavano quantificate in 292,5: l’importo corrispondente al 23% della retribuzione contrattuale conglobata era pari ad Euro 8.11 secondo la concorde dichiarazione delle parti, cui conseguiva che il credito del lavoratore ammontava ad Euro 544,05, sul quale erano da riconoscersi gli accessori dalla maturazione di ciascuna trasferta al saldo; non erano riconoscibili, secondo la Corte distrettuale, importi a titolo di rimborso spese, non essendovi stata presentazione di note documentate;

3. di tale decisione domanda la cassazione la società, affidando l’impugnazione a sei motivi, cui resiste, con controricorso, il B.;

4. la ricorrente ha depositato memorie ai sensi dell’art. 380 bis. 1 c.p.c. ed il P.G. ha fatto prevenire le proprie conclusioni scritte.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. con il primo motivo, la società denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 112,115,414 e 434 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, assumendo che erroneamente il giudice del gravame ha dichiarato l’intervenuta modifica della clausola contrattuale sulla sede di lavoro a seguito di un comportamento delle parti, in assenza di specifica domanda del B., e che la prova di ciò è rinvenibile dalla mera lettura degli atti avversi; ciò in conformità a quanto stabilito nel protocollo di intesa tra il Presidente della S. C. ed il Presidente del CNF del 17.12.2015, che non prescrive un onere di trascrizione integrale di atti o documenti cui il ricorso faccia riferimento, essendo sufficiente indicare il luogo, i tempi di formazione dell’atto e la fase cui esso si riferisca, elementi nella specie idoneamente riportati, in adempimento dell’onere di specificità;

2. con il secondo motivo, la ricorrente si duole della violazione e falsa applicazione degli artt. 115,116,414,342 e 434 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., contestando la decisione impugnata laddove ha ritenuto sussistente un fatto (l’avere il B. sempre operato presso l’Ospedale (OMISSIS) per il periodo antecedente al 29.11.2010) senza che la parte gravata del relativo onere della prova l’abbia assolto, osservando che la società già in sede di memoria di costituzione nel giudizio di primo grado aveva espressamente contestato la circostanza formulando un capitolo di prova relativo all’avvenuto svolgimento della prestazione di lavoro del B. presso il guardaroba dei presidi ospedalieri indicati nella lettera di assunzione;

3. con il terzo motivo, si ascrive alla decisione violazione e falsa applicazione degli artt. 1321,1352,1362 c.c. e dell’art. 23 del c.c.n.l. Lavanderie industriali del 15.2.2009, anche alla luce del D.Lgs. n. 152 del 1997, art. 3 assumendo la s.p.a. Servizi Italia l’erroneità della decisione laddove ha ritenuto che il comportamento delle parti, protrattosi per quasi sei anni, potesse integrare una valida modifica della clausola contrattuale redatta in forma scritta e relativa alla sede di lavoro; evidenzia come non vi sia stata mai alcuna volontà della società di modificare la indicata clausola contrattuale e che, in ogni caso, la modifica doveva essere effettuata per iscritto; richiama la disciplina attinente alla comunicazione delle modifiche del contratto di assunzione, osservando che, anche ai sensi dell’art. 1362 c.c., la volontà delle parti era stata sempre quella di mantenere l’originaria regolamentazione della sede di lavoro, sotto analogo profilo deducendo la violazione dell’art. 1352 c.c., in relazione alla volontà espressa dalle parti di ancorare alla forma scritta l’adozione di ogni futura modifica delle condizioni contrattuali;

4. il quarto motivo è relativo alla deduzione di violazione e falsa applicazione dell’art. 56 del CCNL Lavanderie Industriali del 15.12.2009, osservando la società che, secondo la S. C., la trasferta determina uno spostamento temporaneo ed occasionale del luogo di lavoro contrattualmente stabilito e che nella specie il B. era stato sempre assegnato ai presidi indicati nella lettera di assunzione, che costituivano il luogo abituale dove doveva essere resa la prestazione;

5. con il quinto motivo, si lamentano violazione e falsa applicazione degli artt. 113,115,116,414,342 e 434 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c. adducendosi l’erroneità della sentenza impugnata rispetto ai parametri normativi richiamati, laddove la Corte distrettuale ha ritenuto sussistente un fatto, quale quello relativo al tempo di raggiungimento della diversa sede, senza che il ricorrente abbia assolto gli oneri probatori su di lui incombenti, considerata la contestazione avanzata da essa società in relazione al chilometraggio calcolato;

6. Al sesto motivo si addebita alla decisione impugnata violazione e falsa applicazione dell’art. 429 c.p.c. con riferimento all’art. 56 del CCNL Lavanderie Industriali del 15.12.2009, evidenziandosi l’erroneità della disposta rivalutazione dell’indennità di trasferta sul presupposto, altrettanto erroneo, che la stessa abbia natura retributiva;

7. quanto al primo motivo, nel quale non si riproduce almeno per la parte di interesse il contenuto della domanda (nel protocollo d’intesa del 17.12.2015 richiamato, con riguardo al principio di autosufficienza del ricorso è previsto, al punto 1), che “ciascun motivo articolato nel ricorso risponda ai criteri di specificità imposti dal codice di rito”), lo stesso evoca genericamente un “error in procedendo” non idoneamente dedotto nei termini in cui risulta formulato;

1.1. peraltro, il richiamo alle norme indicate nella rubrica del motivo non è coerente con il contenuto della doglianza, non dolendosi la ricorrente della mancanza di corrispondenza fra il chiesto ed il pronunciato, fissato dall’art. 112 c.p.c., che sussiste quando il giudice attribuisca, o neghi, ad alcuno dei contendenti un bene diverso da quello richiesto e non compreso, nemmeno virtualmente, nella domanda, oppure ponga a fondamento della decisione fatti e situazioni estranei alla materia del contendere, introducendo nel processo un titolo nuovo e diverso da quello enunciato dalla parte a sostegno della domanda; tale violazione, invece, non ricorre quando il giudice non interferisca nel potere dispositivo delle parti e non alteri nessuno degli elementi obiettivi di identificazione dell’azione (cfr. Cass. 17.1.2018 n. 906);

7.1. in ogni caso, anche a volere considerare il principio “tantum devolutum quantum appellatum” (artt. 434 e 437 c.p.c.), lo stesso non osta a che il giudice renda la pronuncia richiesta in base ad una ricostruzione dei fatti autonoma, rispetto a quella prospettata dalle parti, nonchè in base alla qualificazione giuridica dei fatti medesimi e, in genere, all’applicazione di una norma giuridica, diversa da quella invocata dalla parte (cfr. Cass. 24.3.2011 n. 6757, Cass. 10.5.2018 n. 11289);

7.2. non è poi neanche pertinente il richiamo, contenuto nello stesso motivo, alla violazione dell’art. 115 c.p.c., il cui malgoverno può essere dedotto solo ove il ricorrente alleghi che il giudice di merito abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti ovvero disposte d’ufficio al di fuori o al di là dei limiti in cui ciò è consentito dalla legge, abbia fatto ricorso alla propria scienza privata ovvero ritenuto necessitanti di prova fatti dati per pacifici;

7.3. il richiamo a tale ultima norma codicistica ed agli artt. 414 e 434 c.p.c. esula, in conclusione, dalle ragioni della critica quale esposta nel motivo, che va pertanto complessivamente disatteso;

8. quanto al secondo motivo, è pacifico che, nel vigore del novellato art. 115 c.p.c., a mente del quale la mancata contestazione specifica di circostanze di fatto produce l’effetto della “relevatio ab onere probandi”, spetta al giudice del merito apprezzare, nell’ambito del giudizio di fatto al medesimo riservato, l’esistenza ed il valore di una condotta di non contestazione dei fatti rilevanti, allegati dalla controparte (cfr. Cass. 3680 del 07/02/2019), dovendo rilevarsi che altro è il principio espresso da questa Corte secondo cui solo ove il giudice abbia ritenuto “contestato” uno specifico fatto e, in assenza di ogni tempestiva deduzione al riguardo, abbia proceduto all’ammissione ed al conseguente espletamento di un mezzo istruttorio in ordine all’accertamento del fatto stesso, la successiva allegazione di parte, diretta a far valere l’altrui pregressa “non contestazione”, diventa inammissibile (Cass. 28.10.2019 n. 27490);

9. anche per il terzo motivo, le norme che si assumono violate non sono pertinenti rispetto alla motivazione posta dalla Corte bresciana a fondamento della decisione, posto che nella specie, al di là e diversamente da quanto sostiene parte ricorrente, la Corte distrettuale ha fatto applicazione di un principio reiteratamente affermato da questa Corte, in forza del quale “il contratto di lavoro dà origine ad un rapporto che, fondato sulla volontà delle parti, si protrae nel tempo, restando, tale volontà, inscritta in ogni atto di esecuzione del contratto. L’esecuzione, esprimendo soggettivamente la suddetta volontà ed oggettivamente la causa contrattuale, e protraendosi nel tempo, resta (ai sensi dell’art. 1362 c.c., comma 2) lo strumento d’emersione di una nuova diversa volontà eventualmente intervenuta nel corso dell’attuazione del rapporto e diretta a modificare singole sue clausole e talora la stessa natura del rapporto lavorativo inizialmente prevista, conferendo, al medesimo, un nuovo assetto negoziale. Colui che intende far valere questa modifica ha, tuttavia, l’onere di indicare gli elementi della consensuale esecuzione che, in quanto contrastanti con il contenuto dell’atto iniziale, determinino il nuovo contenuto negoziale del rapporto. In assenza di questa indicazione e di una conseguente ragione per escludere il vincolo emergente dal contenuto dell’atto iniziale, questo resta sufficiente elemento d’interpretazione del contratto” (cfr. Cass. 21.10.2005 n. 20361, Cass. 5.7.2006 n. 15327, Cass. 28.3.2008 n. 8136);

9.1. in conformità a tale principio è stato pertanto osservato in fatto che la prestazione era stata abitualmente e continuativamente resa solo presso il presidio ospedaliero di (OMISSIS) sino al 29.11.2010, di talchè, con riguardo a quanto previsto dall’art. 56 del c.c.n.l., ogni spostamento ad altra sede di lavoro successivamente a tale data doveva essere qualificata quale trasferta: rispetto a tale ratio decidendi, la censura, nei termini in cui risulta formulata, si rivela inidonea a scalfire l’impianto motivazionale che sostiene in diritto la decisione;

9.2. il riferimento al D.Lgs. n. 152 del 1997, art. 3 è anch’esso privo di rilevanza ai fini considerati, posto che la norma invocata si riferisce alla possibilità di precisazione, da parte del lavoro, in un ristretto ambito temporale rispetto all’iniziale pattuizione, degli elementi risultanti dall’informazione del contratto di lavoro comunicata al lavoratore a conferma della pattuizioni concordate;

9.3. il richiamo all’art. 1352 c.c. contenuto nello stesso motivo neanche risulta pertinente, posto che “Il patto di adottare la forma scritta per un determinato atto può essere revocato anche tacitamente, mediante comportamenti incompatibili col suo mantenimento, in quanto nel sistema contrattuale vige la libertà della forma, per cui, al di fuori dei casi tassativi di forma legale, i contraenti sono liberi di eleggere una forma e poi rinunciarvi” (cfr. Cass. 4541/2012);

10. con riguardo alla doglianza espressa nel quarto motivo, deve valorizzarsi, in sede interpretativa della norma contrattualcollettiva, il riferimento nella stessa contenuta all’invio fuori dai limiti del comune in cui i lavoratori “svolgono normalmente la loro attività”, dovendo attribuirsi a tale espressione, secondo il senso che esprime il dato semantico, la volontà delle parti contrattuali di privilegiare il requisito della diversità della sede di destinazione rispetto a quella ove abitualmente si svolge la prestazione lavorativa;

10.1. non osta a tale interpretazione quanto affermato da questa Corte sulla non spettanza di alcun rimborso a titolo di indennità di trasferta al lavoratore al quale è assegnato, quale sede di lavoro, l’intero territorio della provincia, anzichè un comune specificato, ciò che è conforme in astratto alle specifiche previsioni del CCNL applicato al rapporto di lavoro, che consentono di ritenere integrata tale ipotesi qualora gli spostamenti di lavoro avvengano all’interno del territorio provinciale assegnato (cfr. Cass. 22/05/2013, n. 12575), ma in concreto non rispecchia la situazione verificatasi, posto che la Corte distrettuale ha evidenziato come l’Ospedale di (OMISSIS) non fosse neanche menzionato tra quelli indicati come rientranti nell’Azienda Ospedaliera Carlo Poma;

11. in relazione al quinto motivo, è sufficiente osservare che la Corte non ha motivato sul chilometraggio, ma si è limitata ad evidenziare come il tempo necessario per raggiungere il luogo della trasferta non era stato specificamente contestato da controparte, che nella presente sede non assolve ai doveri di specificità per indicare, contrariamente a quanto assunto dalla Corte di Brescia, in che termini fosse stata avanzata un’idonea contestazione al riguardo;

11.1. inoltre, il giudice del gravame considera anche la distanza chilometrica indicata dall’appellata e, rispetto a tale affermazione, nulla oppone l’attuale ricorrente in termini coerenti con le possibilità offerte dall’impugnazione in sede di legittimità;

11.2. anche con riferimento al giudizio di congruità del dato temporale espresso dalla Corte distrettuale, non è idoneo il rilievo della ricorrente riferito all’uso improprio del fatto di comune esperienza, utilizzato nella specie solo per confortare quanto già accertato, nè risulta essere stata effettuata alcuna inversione degli oneri probatori, per essersi l’iter argomentativo sviluppato sulla base di regole e principi ugualmente validi, desunti dalle stesse prospettazioni difensive di ciascuna delle parti;

11.3. nella specie, la violazione delle norme denunciate è tratta, in maniera incongrua e apodittica, dal mero confronto con le conclusioni cui è pervenuto il giudice di merito, risolvendosi la doglianza nel sollecitare una generale rivisitazione del materiale di causa e nel chiederne un nuovo apprezzamento nel merito, operazione non consentita in sede di legittimità neppure sotto forma di denuncia di vizio di motivazione;

11.4. quanto al notorio, la definizione di “notorietà” desumibile dall’art. 115 c.p.c., comma 2, si impone come criterio legale di giustificazione del giudizio di fatto, in quanto è destinata ad individuare le premesse di fatto che possono assumersi per vere anche in mancanza di prova (v. Cass. 5089 del 15.3.2016): ne consegue che, nel giudizio di cassazione, il riconoscimento o il disconoscimento di un fatto come notorio può essere censurato solo per vizio di motivazione dipendente dall’erronea determinazione dei criteri di notorietà, mentre sfugge al sindacato di legittimità l’erroneo giudizio sulla notorietà che non sia desumibile dalla motivazione, non dipendendo dall’utilizzazione di criteri impropri;

12. con riguardo ai rilievi contenuti nel sesto motivo, la sentenza impugnata asserisce che è la norma contrattuale ad individuare nella trasferta una voce retributiva e, rispetto a tale affermazione, che dà conto della correlazione causale con il rapporto di lavoro riconducibile alla volontà delle parti contrattuali, la censura si risolve in una diversa prospettazione, priva di una adeguata base legittimante, avuto riguardo anche alla differenziazione operata in sentenza tra rimborso spese di viaggio, pure richieste dal B. e non riconosciute in sentenza, e trasferta, compensata con una maggiorazione della retribuzione contrattuale, a dimostrazione della natura di credito di lavoro, come tale soggetto alla disciplina dell’art. 429 c.p.c., comma 3 secondo cui il giudice, quando pronuncia sentenza di condanna al pagamento di somme di denaro per crediti di lavoro, deve determinare, oltre gli interessi nella misura legale, il maggior danno eventualmente subito dal lavoratore per la diminuzione di valore del suo credito, condannando al pagamento della somma relativa con decorrenza dal giorno della maturazione del diritto;

13. alla stregua delle svolte osservazioni, il ricorso deve essere complessivamente respinto;

14. le spese del presente giudizio di legittimità seguono la soccombenza della ricorrente e sono liquidate come da dispositivo;

15. sussistono per la ricorrente le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

PQM

la Corte rigetta il ricorso. Condanna la società ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 200,00 per esborsi, Euro 650,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge, nonchè al rimborso delle spese generali in misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. n. 30 maggio 2002 art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dell’art. 13, comma 1 bis citato D.P.R. n., ove dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 29 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2020

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