Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28160 del 10/12/2020

Cassazione civile sez. trib., 10/12/2020, (ud. 10/09/2020, dep. 10/12/2020), n.28160

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. CRUCITTI Roberta – rel. Consigliere –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello Maria – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto proposto da:

AGENZIA delle ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12 presso

gli uffici dell’Avvocatura Generale dello Stato che la rappresenta e

difende.

– ricorrente –

contro

B.P., elettivamente domiciliato in Roma, c.so Trieste n.

109, presso lo studio dell’Avv. Donato Mondelli che lo rappresenta e

difende per procura in calce al controricorso.

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza n. 117/26/2013 della Commissione

tributaria regionale della Puglia sezione distaccata di Foggia,

depositata in data 1 luglio 2013.

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

10 settembre 2020 dal relatore Cons. Roberta Crucitti.

 

Fatto

RILEVATO

che:

nella controversia originata dall’impugnazione di avvisi di accertamento, emessi ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, commi 4 e 5, e relativi a Iperf dell’annualità 2005, 2006 e 2007, l’Agenzia delle entrate ricorre, su due motivi, nei confronti di B.P., che resiste con controricorso, avverso la sentenza indicata in epigrafe con cui la Commissione Tributaria Regionale della Puglia-sezione distaccata di Foggia (d’ora in poi C.T.R.), ne aveva dichiarato inammissibile l’appello proposto avverso la decisione di primo grado di accoglimento del ricorso introduttivo.

In particolare, la C.T.R., riteneva l’appello, notificato il 22/10/2012 inammissibile per tardività, essendo la sentenza di primo grado passata in cosa giudicata già il 2 novembre 2011, il chè impediva al contribuente di beneficiare della definizione agevolata delle liti pendenti di cui al D.L. n. 216 del 2011 del 29/12/11 che ha aggiunto all’art. 29 il comma 16 bis con il quale veniva postergato la pendenza della lite al 31 dicembre con riguardo ai ricorsi introduttivi e al 28 febbraio 2012 con riguardo alle sentenze.

La C.T.R. riteneva, comunque, infondata l’impugnazione anche nel merito.

Diritto

RILEVATO

che:

1. Con il primo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione della D.L. 6 luglio 2011, n. 98, art. 39, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

In particolare, secondo la prospettazione difensiva, era evidente l’errore in cui sarebbe incorsa la C.T.R., dato che la sentenza di primo grado era stata depositata in data 16 marzo 2011 e, quindi, alla data di entrata in vigore del D.L. n. 98 del 2011, non era ancora definitiva con la conseguenza che la lite risultava pendente, ai sensi dell’art. 39, comma 12, lett. c) ed era, quindi, sospesa ex lege sino al 30 giugno 2012 e il termine per proporre impugnazione veniva a scadere il 29 ottobre 2012.

1.1. La censura è fondata.

Per costante indirizzo giurisprudenziale di questa Corte ribadito di recente da Cass. n. 32600 del 12/12/2019 “in tema di condono fiscale, il novero delle liti suscettive di definizione agevolata ai sensi del D.L. n. 98 del 2011, art. 39, comma 12, conv. in L. n. 111 del 2011, è stabilito in modo autonomo dalla prima parte di tale disposizione ed include ogni lite che veda coinvolta l’Agenzia delle entrate, di valore non superiore a 20.000 Euro, pendente alla data del 1 maggio 2011, senza altre limitazioni”. Si era, già in precedenza, statuito che “In tema di condono fiscale, ai sensi del D.L. n. 98 del 2011, art. 39, comma 12, conv. in L. n. 111 del 2011, la sospensione dei termini d’impugnazione è automaticamente prevista fino al 30 giugno 2012 “per le liti fiscali che possono essere definite”, per cui il presupposto applicativo dell’istituto non è condizionato dalla presentazione di un’istanza di definizione, ma solo dall’astratta definibilità della lite pendente” (cfr. Cass. n. 11531 del 06/06/2016) e che (cfr. Cass. n. 25036 del 23/10/2017):” in tema di definizione agevolata delle liti pendenti ai sensi del D.L. n. 98 del 2011, ex art. 39, comma 12, (conv., con modif., dalla L. n. 111 del 2011), nel caso di impugnazione con unico ricorso di più avvisi di accertamento riferiti a diverse annualità d’imposta, il limite di valore dei 20.000 Euro, secondo le indicazioni della L. n. 289 del 2002, art. 16, comma 3, lett. c.), deve essere riferito a ciascuno degli avvisi impugnati, che, quindi, non perde il requisito condonistico di “lite pendente autonoma”, con conseguente sospensione dei termini per la proposizione dell’appello sino al 30 giungo 2012, in forza del cit. art. 39.

Nello specifico, fermo restando che, in generale, la giurisprudenza di questa Corte ha chiarito che “in tema di condono fiscale, il D.L. n. 98 del 2011, art. 39, comma 12, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 111 del 2011, nel consentire la definizione delle liti fiscali pendenti ivi individuate, ha riguardo alle sole controversie eventualmente definite da decisione ancora impugnabile con i mezzi ordinari” (cfr. Cass. sez. 6-5, ord. 9 gennaio 2014, n. 272; Cass. sez. 5, 28 giugno 2016, n. 13306), è stato, condivisibilmente, statuito “che il cit. D.L. n. 98 del 2011, art. 39, comma 12, che pur ha rinviato, quanto alla determinazione delle somme dovute, alle disposizioni della L. n. 289 del 2002, art. 16, non ha riprodotto, mutatis mutandis, la disposizione di cui alla L. n. 289 del 2002, medesimo art. 16, che, ammettendo la definizione delle liti pendenti al primo gennaio 2003, data di entrata in vigore della legge, aveva espressamente stabilito che “si intende, comunque, pendente la lite per la quale, alla data del 29 settembre 2002, non sia intervenuta sentenza passata in giudicato”, di modo che potesse, in deroga al principio d’intangibilità del giudicato, considerarsi pendente ai fini del ricorso alla sanatoria di cui alla citata disposizione quella controversia per la quale fosse intervenuto, su pronuncia già resa dalle commissioni tributarie in cui fosse parte l’Agenzia delle Entrate, il giudicato nel periodo compreso tra il 29 settembre 2002 e la data di entrata in vigore (1 gennaio 2003) della L. n. 289 del 2002. A conformi conclusioni è peraltro da ultimo intervenuta puntualmente in termini la giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass. sez. 6-5, ord. 23 giugno 2017, n. 15807; Cass. sez. 6-5, ord. 13 gennaio 2017, n. 810)” (v. Cass. n. 5969 del 12/03/2018: “in tema di condizioni per l’accesso al condono fiscale, il requisito della pendenza della lite, pur ancorato temporalmente alla data del 1 maggio 2011 dal D.L. n. 98 del 2011, art. 39, comma 12, conv. in L. n. 111 del 2011 (nella formulazione antecedente alle modificazioni apportate dal D.L. n. 216 del 2011, conv. in L. n. 14 del 2012), deve essere interpretato nel senso che la controversia di cui si chiede la definizione agevolata deve essere ancora pendente alla data del 6 luglio 2011, nella quale soltanto, invero, è entrato in vigore il detto D.L. n. 98 del 2011”).

1.2. Alla luce di tali principi appaiono evidenti l’infondatezza delle eccezioni sollevate in controricorso, compresa quella relativa al valore complessivo della controversia peraltro nuova e generica, e l’errore in cui è incorso il Giudice di appello.

E, invero, unica condizione per l’operatività della sospensione dei termini sino al giugno 2012 è che la lite fosse pendente, ovvero che alla data dell’1.05.2011 fosse stato proposto il ricorso introduttivo e che prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 98 del 2011 non fosse intervenuta pronuncia giurisdizionale definitiva. Come dato atto, nella stessa sentenza impugnata, nella specie, il ricorso era stato introdotto prima del maggio del 2011 e la decisione di primo grado alla data del 5 luglio 2011 non era ancora passata in cosa giudicata.

Ne discende l’operatività della sospensione del termine e la tempestività dell’appello proposto dall’Agenzia delle entrate.

2. Il secondo motivo, con il quale si censura la sentenza impugnata nel capo in cui la C.T.R. ha delibato nel merito dell’impugnazione, è inammissibile per difetto di interesse. Come sancito dalle Sezioni Unite di questa Corte (n. 24469 del 30/10/2013) “Qualora il giudice che abbia ritenuto inammissibile una domanda, o un capo di essa, o un singolo motivo di gravame, così spogliandosi della “potestas iudicandi” sul relativo merito, proceda poi comunque all’esame di quest’ultimo, è inammissibile, per difetto di interesse, il motivo di impugnazione della sentenza da lui pronunciata che ne contesti solo la motivazione, da considerarsi svolta “ad abundantiam”, su tale ultimo aspetto”.

3. In conclusione, in accoglimento del primo motivo di ricorso e dichiarato inammissibile il secondo, la sentenza impugnata va cassata con rinvio alla C.T.R. della Puglia, in diversa composizione, perchè proceda all’esame nel merito dell’impugnazione e regoli le spese processuali di questo giudizio.

PQM

Accoglie il primo motivo di ricorso, inammissibile il secondo.

Cassa nei limiti del motivo accolto la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione tributaria regionale della Puglia, sezione staccata di Foggia, in diversa composizione, cui demanda di provvedere in ordine alle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione, il 10 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2020

 

 

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