Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28125 del 14/10/2021

Cassazione civile sez. III, 14/10/2021, (ud. 21/04/2021, dep. 14/10/2021), n.28125

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – rel. Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15103/2019 proposto da:

HIT SHOP SRL, IN LIQUIDAZIONE, elettivamente domiciliato in ROMA,

V.LE GIULIO CESARE 61, presso lo studio dell’avvocato VINCENZO

CALARCO, rappresentato e difeso dall’avvocato CIRO PASQUALE LENTI;

– ricorrente –

contro

UBI BANCA SPA, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIULIO CESARE

2, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE GRILLO, rappresentato e

difeso dall’avvocato ALESSANDRA VILLECCO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 522/2019 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 13/03/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

21/04/2021 dal Consigliere Dott. ANTONELLA DI FLORIO.

 

Fatto

RITENUTO

Che:

1. La Hit Shop srl in liquidazione ricorre, affidandosi ad un unico motivo per la cassazione della sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro che, riformando la pronuncia del Tribunale di Cosenza, aveva dichiarato il difetto di legittimazione passiva della Banca Carime Spa (oggi Ubi Banca Spa) in relazione alla domanda proposta dall’odierna ricorrente per la dichiarazione di nullità del contratto di conto corrente stipulato, nella parte in cui prevedeva la capitalizzazione trimestrale degli interessi, unitamente alla clausola di massimo scoperto e la restituzione della somma di Euro 82.000,00, per tale titolo indebitamente prelevata.

1.1. Per ciò che interessa in questa sede, la Banca Carime, evocata in giudizio, aveva eccepito il difetto di legittimazione passiva, in quanto il rapporto di conto corrente era stato ceduto – D.Lgs. n. 385 del 1993, ex art. 58 – alla Banca Intesa BCI Spa (poi San Paolo Spa, ora Ubi banca Spa), in forza di un contratto di cessione pro soluto ed in blocco, stipulato nel 2001; il Tribunale aveva respinto l’eccezione che è stata, invece, accolta dalla Corte territoriale.

2. Ha resistito la parte intimata con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con unico motivo, la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 58 (da ora TUB).

1.1. Assume che l’eccezione sollevata dalla controparte era stata erroneamente valutata dalla Corte territoriale che l’aveva ricondotta alla norma teste’ richiamata che disciplina la cessione di rami d’azienda e di beni e rapporti giuridici individuabili in blocco, fattispecie, in thesi, estranea a quella in esame, relativa, invece, non già alla “cessione di attività e passività” ma alla semplice “cessione di crediti pro soluto”.

1.2. Deduce, pertanto, che la Corte aveva erroneamente ritenuto il difetto di legittimazione passiva, non tenendo conto che nel caso di specie, la cessione aveva avuto ad oggetto soltanto i crediti e non anche le passività della banca convenuta.

1.3. Il motivo è inammissibile in primis per difetto di specificità, con violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6.

1.4. Il ricorrente, infatti, si è limitato a riportare nel ricorso alcuni stralci dell’atto di cessione asseritamente prodotto dalla controparte, senza localizzarlo all’interno del compendio di produzioni versate in atti, e non consentendo, in tal modo, a questa Corte di apprezzare l’errore denunciato in relazione all’intero contenuto di esso.

1.5. Egli assume, infatti – in contrasto con l’analitica ricostruzione della Corte territoriale che ha esaminato l’atto di cessione, rilevando che esso era stato espressamente ricondotto alle previsioni dell’art. 58 TUB, riguardanti anche la legittimazione passiva del cessionario (cfr. pag. 6 e 7 della sentenza impugnata) – che la cessione del credito oggetto di controversia non rientrava nelle ipotesi contemplate dalla norma teste’ richiamata: ma, in relazione a ciò, avrebbe dovuto, in primis, rendere il motivo specifico ed autosufficiente mediante la completa indicazione della sede processuale in cui detto atto di cessione poteva essere rinvenuto al fine di renderlo compiutamente conoscibile a questa Corte.

1.6. A ciò si aggiunge un secondo profilo di inammissibilità: la censura infatti si contrappone in termini meramente enunciativi alle argomentazioni articolate dalla Corte territoriale che sono riferite alla consolidata giurisprudenza di legittimità in punto di interpretazione dell’art. 58 TUB – ritenuta una norma speciale, derogante al generale principio portato dall’art. 2560 c.c., disposizione che disciplina la cessione dei debiti dell’azienda ceduta, anteriori al trasferimento.

1.7. Al riguardo, è stato affermato che “in tema di cessione di azienda in favore di una banca, del D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385, art. 58, nel prevedere il trasferimento delle passività al cessionario, in forza della sola cessione e del decorso del termine di tre mesi dalla “pubblicità notizia” di essa (secondo quanto previsto dello stesso art. 58, comma 2), e non la mera aggiunta della responsabilità di quest’ultimo a quella del cedente, deroga all’art. 2560 c.c., su cui prevale in virtù del principio di specialità” (cfr. Cass. 18258/2014; Cass. 2523/2017).

1.8. A fronte di ciò non è stata formulata alcuna specifica argomentazione idonea a superare il percorso ermeneutico della Corte territoriale che risulta congruo e logico ed in quanto tale non censurabile in questa sede (cfr. in termini Cass. 21603/2013), non potendosi certamente valorizzare la differenza, solo enunciata in termini del tutto aspecifici, fra la “cessione di beni e rapporti giuridici in blocco” ex art. 58 TUB e la “cessione di crediti pro soluto in blocco” (così descritto in sentenza l’oggetto del contratto intercorso fra la Banca Carime e la (ora) Intesa SanPaolo Spa).

2. In conclusione, il ricorso è inammissibile.

3. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

4. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, da atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello cui è tenuto per il ricorso proposto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

PQM

La Corte;

dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna il ricorrente alle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 6200,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori e rimborso forfettario spese generali nella misura di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello cui è tenuto per il ricorso proposto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 21 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 14 ottobre 2021

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