Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28117 del 17/12/2013


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Civile Sent. Sez. L Num. 28117 Anno 2013
Presidente: STILE PAOLO
Relatore: MAROTTA CATERINA

SENTENZA
sul ricorso 26753-2010 proposto da:
MARCHI GIANCARLO C.F. MRCGCR66A15B354W, elettivamente
domiciliato in ROMA, VIA DEL CORSO 160, presso lo
studio dell’avvocato ALESSANDRINI RAFFAELLO, che lo
rappresenta e difende unitamente all’avvocato SIGNINI
CLAUDIO, giusta delega in atti;
– ricorrente –

2013
2797

contro

BANCO DI SARDEGNA S.P.A. C.F. 01564560900, in persona
del legale rappresentante pro tempore elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA DEGLI SCIPIONI 281/283,

Data pubblicazione: 17/12/2013

presso lo studio dell’avvocato PROIA GIAMPIERO, che
la rappresenta e difende unitamente all’avvocato
PETRASSI MAURO, giusta delega in atti;
– controricorrente

avverso la sentenza n. 447/2009 della CORTE D’APPELLO

421/2008;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 03/10/2013 dal Consigliere Dott. CATERINA
MAROTTA;
udito l’Avvocato ALESSABDRINI RAFFAELE;
udito l’Avvocato PETRASSI MAURO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. COSTANTINO FUCCI che ha concluso per
il rigetto del ricorso.

di CAGLIARI, depositata il 06/11/2009 R.G.N.

R. Gen. N. 2675372010
Udienza 3/10/2013
Marchi Giancarlo c/ Banco di
Sardegna S.p.A.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con sentenza n. 447/2009 del 6 novembre 2009, la Corte di appello di Cagliari,
decidendo sugli appelli principale ed incidentale proposti rispettivamente da

Tribunale di Cagliari Milano che, a fronte della denunciata illegittimità del termine
apposto a due contratti (intercorsi dal 3/1/1994 al 30/9/1994, poi prorogato fino al
31/1/1995, e dal 5/6/1995 al 29 settembre 1995, poi prorogato fino al 29 dicembre
1995), aveva ritento che il rapporto dovesse comunque intendersi risolto per mutuo
consenso in ragione del complessivo comportamento tenuto dal lavoratore e del
lunghissimo arco di tempo trascorso tra la cessazione dell’ultimo contratto e l’inizio
della controversia.
Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso Giancarlo Marchi affidato a
due motivi.
Resiste con controricorso la Banco di Sardegna S.p.A..
Entrambe le parti hanno depositato memorie ai sensi dell’art. 378 cod. proc. civ..
MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Con il primo motivo il ricorrente denuncia: “Violazione e falsa applicazione
dell’art. 1372, 1° comma, cod. civ. (art. 360, 1° comma, n. 3 cod. proc. civ.) Insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivi per il
giudizio (art. 360, 1° comma, n. 5 cod. proc. civ.)”. Si duole della ritenuta pronuncia
di risoluzione del rapporto per mutuo consenso ed in particolare per avere la Corte
territoriale erroneamente ritenuto sufficiente a realizzare l’assenso del lavoratore a
tale risoluzione il semplice trascorrere del tempo (fatto di per sé neutro) in rapporto
alla durata del contratto di lavoro, la percezione da parte della dipendente delle

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Giancarlo Marchi e dal Banco di Sardegna S.p.A., confermava la decisione del

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Marchi Giancarlo c/ Banco di
Sardegna S.p.A.

spettanze finali del suddetto rapporto (circostanza, questa, non dedotta né allegata dal
Banco ed in ogni caso priva di univoco significato) ed il ritiro del libretto di lavoro
(circostanza, questa, del pari non dedotta né allegata dal Banco ed in ogni caso

2. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia: “Violazione e falsa applicazione
dell’art. 416, 3° comma, cod. proc. civ. e dell’art. 2697 cod. civ. (art. 360, 1° comma,
n. 3 cod. proc. civ.)”. Si duole del ritenuto adempimento da parte del Banco di
Sardegna dell’onere di provare le circostanze da cui ricavare la volontà chiara e certa
delle parti di voler porre fine al rapporto evidenziando che, nella specie, nessun
elemento utile era stato fornito.
3. I motivi, da trattarsi congiuntamente in ragione della intrinseca connessione,
sono fondati.
Come questa Corte ha più volte affermato “nel giudizio instaurato ai fini del
riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo
indeterminato, sul presupposto dell’illegittima apposizione al contratto di un termine
finale ormai scaduto, affinché possa configurarsi una risoluzione del rapporto per
mutuo consenso, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo
trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonché del
comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative – una chiara
e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni
rapporto lavorativo” (v. Cass. 10 novembre 2008, n. 26935, id. 28 settembre 2007, n.
20390, 17 dicembre 2004, n. 23554, nonché più di recente Cass. 18 novembre 2010,
n. 23319, 11 marzo 2011, n. 5887, 4 agosto 2011, n. 16932). La mera inerzia del
lavoratore dopo la scadenza del contratto a termine, quindi, è di per sé insufficiente a

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corrispondente ad un obbligo di legge dal quale non si potrebbe dedurre alcunché).

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Marchi Giancarlo c/ Banco di
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ritenere sussistente una risoluzione del rapporto per mutuo consenso mentre grava sul
datore di lavoro, che eccepisca tale risoluzione, l’onere di provare le circostanze
dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volere porre

17070 e, fra le altre, da ultimo Cass. 1 febbraio 2010, n. 2279).
Tale principio, del tutto conforme al dettato di cui agli artt. 1372 e 1321 cod. civ.,
va ribadito anche in questa sede, così confermandosi l’indirizzo prevalente ormai
consolidato, basato in sostanza sulla necessaria valutazione dei comportamenti e
delle circostanze di fatto, idonei ad integrare una chiara manifestazione consensuale
tacita di volontà in ordine alla risoluzione del rapporto, non essendo all’uopo
sufficiente il semplice trascorrere del tempo e neppure la mera mancanza, seppure
prolungata, di operatività del rapporto (contra sulla rilevanza al mero dato oggettivo
della “cessazione della funzionalità di fatto del rapporto”, valutato “in modo
socialmente tipico” cfr. Cass. 23 luglio 2004, n. 13891 e Cass. 6 luglio 2007, n.
15264).
Si aggiunga che, come precisato nella più recente Cass. 12 aprile 2012, n. 5782,
“quanto al decorso del tempo, si tratta di dato di per sé neutro, come sopra chiarito
(per un’ipotesi analoga a quella oggi in esame, vale a dire di decorso di circa sei anni
fra cessazione del rapporto a termine ed esercizio dell’azione da parte del lavoratore
v., da ultimo, Cass. n. 16287/2011). In ordine, poi, alla percezione del t.f.r., questa
S.C. ha più volte avuto modo di rilevare che non sono indicative di un intento
risolutorio né l’accettazione del t.f.r. né la mancata offerta della prestazione,
trattandosi di comportamenti entrambi non interpretabili, per assoluto difetto di
concludenza, come tacita dichiarazione di rinunzia ai diritti derivanti dalla illegittima

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definitivamente fine ad ogni rapporto di lavoro (v. anche Cass. 2 dicembre 2002, n.

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apposizione del termine (cfr., Cass., n. 15628/2001, in motivazione). Lo stesso dicasi
della condotta di chi sia stato costretto ad occuparsi o comunque cercare occupazione
dopo aver perso il lavoro per cause diverse dalle dimissioni (cfr. Cass. n. 839/2010,

Orbene nella fattispecie la Corte di appello, dopo aver richiamato tale ultimo
indirizzo “oggettivo” (ed in specie Cass. n. 13891/2004 cit.), ha affermato che “il
giudice è tenuto ad attribuire valore di dichiarazione negoziale a comportamenti
sociali valutati in modo tipico, per ciò che essi socialmente esprimono”, in tal modo
disattendendo l’indirizzo prevalente ormai consolidato e qui ulteriormente ribadito.
In particolare la Corte territoriale in sostanza ha fondato la propria decisione
soltanto sulla, pur prolungata, inerzia del lavoratore, sulla mancanza di contestazione
al momento della cessazione del contratto, nonché sull’avvenuta restituzione del
libretto di lavoro e sull’accettazione senza riserva del t.f.r. (circostanze, a ben
guardare, tutte incentrate sulla complessiva inerzia del lavoratore, sostanzialmente
estranea al comportamento successivo delle parti nei termini sopra specificati).
In tal modo la Corte di merito ha disatteso l’indirizzo consolidato qui ribadito,
valutando le circostanze richiamate sul piano meramente oggettivo, anziché sotto il
profilo della chiara e certa manifestazione tacita della volontà risolutiva di ogni
rapporto.
Peraltro, gli ulteriori elementi, infatti, richiamati in sentenza (asserita
accettazione incondizionata del t.f.r., avvenuta restituzione del libretto di lavoro) da
un lato non risultano affatto univoci e decisivi, dall’altro, a ben vedere, neppure
hanno trovato fondamento in specifici accertamenti di fatto (non essendo peraltro in

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in motivazione, nonché, in senso analogo, Cass., n. 15900/2005, in motivazione).”

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alcun modo spiegato dalla Corte di merito sulla base di quali risultanze concrete i
detti ulteriori elementi sarebbero emersi nel processo).
Deve, dunque, essere ribadito che l’eventuale risoluzione del rapporto

atto formale, deve risultare da un comportamento inequivoco che evidenzi il
completo disinteresse di entrambe le parti alla prosecuzione del rapporto stesso,
essendo a tal fine prive di univoco valore sintomatico in tal senso, oltre all’illegittima
apposizione del termine, anche la mancanza, pure se per un lungo periodo, di attività
lavorativa, nonché la restituzione del libretto di lavoro al lavoratore e le stesse
circostanze del versamento e dell’accettazione senza riserva, da parte del medesimo,
di competenze economiche.
Il ricorso va pertanto accolto e l’impugnata sentenza va cassata con rinvio alla
Corte di appello di Cagliari diversa composizione, la quale si atterrà al principio
sopra richiamato, statuendo anche sulle spese del presente giudizio di legittimità.
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata sentenza e rinvia, anche per
le spese, alla Corte di appello di Cagliari, in diversa composizione.
Così deciso in Roma, il 3 ottobre 2013.

per mutuo consenso va accertata con particolare rigore e, ove non contenuta in un

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