Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28106 del 09/12/2020

Cassazione civile sez. VI, 09/12/2020, (ud. 27/10/2020, dep. 09/12/2020), n.28106

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FERRO Massimo – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 916-2019 proposto da:

O.A.D., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA

CAVOUR, presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato LUCA SCHERA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL RICONOSCIMENTO

DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI CAGLAIRI;

– intimato –

avverso la sentenza n. 740/2018 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI,

depositata il 20/08/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 27/10/2020 dal Consigliere Relatore Dott. CAMPESE

EDUARDO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza n. 740 del 20 agosto 2018, la Corte di appello di Cagliari ha respinto il gravame proposto da O.A.D., nativo della Nigeria, avverso l’ordinanza del Tribunale di quella stessa città reiettiva della sua domanda volta al riconoscimento della protezione internazionale o di quella umanitaria.

1.1. In estrema sintesi, quella corte ritenne che i motivi addotti dall’istante a sostegno delle sue richieste non ne consentivano l’accoglimento.

2. Avverso il descritto decreto, O.A.D., ricorre per cassazione affidandosi ad un motivo, mentre il Ministero dell’Interno non ha spiegato difese in questa sede.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente chiede “dichiararsi nulla la gravata sentenza per manifesta illogicità e carena della motivazione”, ascrivendo alla corte cagliaritana di essersi limitata ad indicare quanto già deciso in primo grado senza considerare la situazione attuale dell’istante sul territorio nazionale e l’evolversi dei conflitti armati che, ad oggi, interessano il suo Paese di provenienza.

2. L’odierno ricorso è inammissibile per una duplice ragione.

2.1. In primo luogo, per l’evidente violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, non assolvendo, in modo idoneo, al raggiungimento dello scopo che detto requisito di contenuto-forma deve soddisfare.

2.1.1. Invero, la struttura del ricorso è totalmente priva di qualsivoglia descrizione, anche solo sommaria, dei “fatti della causa”, recando, unicamente (cfr. piè di pag. 1 e le pag. 2-3), le argomentazioni esposte a corredo del prospettato motivo.

2.2. Tanto premesso, rileva il Collegio che l’esposizione sommaria dei fatti prescritta, a pena di inammissibilità del ricorso per cassazione, dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, essendo considerata dalla norma come uno specifico requisito di contenuto-forma del ricorso stesso, deve consistere in una esposizione che garantisca alla Suprema Corte di avere una chiara e completa cognizione del fatto sostanziale che ha originato la controversia e del fatto processuale, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa decisione impugnata (cfr. Cass., SU, n. 11653 del 2006; Cass. n. 5640 del 2018, in motivazione). La prescrizione del requisito risponde non ad un’esigenza di mero formalismo, ma a quella di consentire una conoscenza chiara e completa dei fatti di causa, sostanziali e o processuali, che permetta di bene intendere il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato (cfr. Cass., SU., n. 2602 del 2003).

2.2.1. Stante tale funzione, per soddisfare il suddetto requisito è necessario, come statuisce la prima delle decisioni evocate, che il ricorso per cassazione contenga, sebbene in modo non analitico o particolareggiato, l’indicazione sommaria delle pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le hanno giustificate, delle eccezioni, delle difese e delle deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, dello svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni e, dunque, delle argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si è fondata la decisione impugnata.

2.2.2. Orbene, l’odierno ricorso non rispetta tali necessari contenuti, perchè non indica i fatti storici che hanno occasionato la controversia, nè individua le ragioni giuridiche sulla base delle quali la domanda dell’odierno ricorrente era stata introdotta in primo grado, nè espone, pur sinteticamente, le argomentazioni giustificative del decreto impugnato. L’esposizione del fatto è, pertanto, del tutto inidonea al raggiungimento dello scopo suo proprio, donde la inammissibilità del ricorso, ricordandosi, peraltro, che, secondo la Corte EDU, il diritto di accedere al giudice di ultima istanza non è assoluto e, sulle condizioni di ricevibilità dei ricorsi, gli Stati hanno un sicuro margine di apprezzamento, potendo prevedere restrizioni a seconda del ruolo svolto dai vari organi giurisdizionali e dell’insieme delle regole che governano il processo (cfr. Corte EDU, 15/09/2016, Trevisanato c. Italia; Cass., SU. n. 30996 del 2017, p. 2.3).

3. Ulteriore ragione di inammissibilità va individuata nel fatto che l’unica doglianza formulata, riguardante, essenzialmente, un vizio motivazionale, oblitera completamente che, per effetto della nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come introdotta dal D.L. n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012 (qui applicabile ratione temporis, risultando impugnata una sentenza resa il 20 agosto 2018), oggetto del vizio di cui alla citata norma è oggi esclusivamente l’omesso esame circa un “fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione tra le parti”, nè tiene in alcun conto le specifiche modalità di prospettazione di un siffatto vizio come definite da Cass., SU, n. 8053 del 2014.

4. Le esposte considerazioni rendono affatto superfluo (cfr., tra le più recenti, Cass. n. 12515 del 2018; Cass. n. 11287 del 2018) l’ordine di rinnovazione della notifica del ricorso all’Avvocatura Generale dello Stato (rivelandosi evidentemente nulla – Cfr. Cass. n. 20890 del 2018; Cass. n. 27692 del 2018 – quella effettuata presso l’Avvocatura distrettuale dello Stato di Torino).

5. Non necessita alcuna pronuncia in ordine alle spese del giudizio di legittimità, essendo il Ministero rimasto solo intimato, altresì rilevandosi che, – in assenza di ogni discrezionalità al riguardo (cfr. Cass. n. 5955 del 2014; Cass., S.U., n. 24245 del 2015; Cass., S.U., n. 15279 del 2017) e giusta quanto recentemente precisato da Cass., SU, n. 4315 del 2020 – che, stante il tenore della pronuncia adottata, “sussistono, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto”, mentre “spetterà all’amministrazione giudiziaria verificare la debenza in concreto del contributo, per la inesistenza di cause originarie o sopravvenute di esenzione dal suo pagamento”.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, giusta lo stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta sezione civile della Corte Suprema di cassazione, il 27 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 9 dicembre 2020

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