Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28034 del 16/12/2013


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Civile Sent. Sez. L Num. 28034 Anno 2013
Presidente: MIANI CANEVARI FABRIZIO
Relatore: ARIENZO ROSA

SENTENZA

sul ricorso 28807-2010 proposto da:
RAI

RADIOTELEVISIONE

ITALIANA

S.P.A.

C.F.

06382641006, in persona del legale rappresentante pro
tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA BOCCA
DI LEONE 78, presso lo studio dell’avvocato IRACE
ERNESTO, che la rappresenta e difende, giusta delega
2013

in atti;
– ricorrente –

3237

contro

DI NATALE ANGELO C.F. DNTNGL59D14F258Q, elettivamente
domiciliato in ROMA, VIALE ANGELICO 35, presso lo

Data pubblicazione: 16/12/2013

studio degli avvocati D’AMATI DOMENICO, D’AMATI
GIOVANNI NICOLA, che lo rappresentano e difendono,
giusta delega in atti;
– controricorrente

avverso la sentenza n. 4593/2009 della CORTE

3091/2005;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 13/11/2013 dal Consigliere Dott. ROSA
ARIENZO;
udito l’Avvocato IRACE ERNESTO;
udito l’Avvocato COSTANTINI CLAUDIA per delega
D’AMATI DOMENICO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. MARCELLO MATERA che ha concluso per il
rigetto del ricorso.

D’APPELLO di ROMA, depositata il 27/11/2009 R.G.N.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con sentenza del 27.11.2009, la Corte di Appello di Roma, in parziale riforma della
decisione di primo grado — che confermava quanto alla declaratoria della nullità del
termine apposto al contratto del 20.7.1997 stipulato tra la s.p.a. RAI e Di Natale Angelo e
dell’intercorrenza tra le dette parti di un rapporto di lavoro subordinato a tempo
indeterminato da tale data — dichiarava il diritto del Di Natale, per il periodo dal 20.7 al

ordinario”, con condanna della società al pagamento delle relative differenze retributive, in
misura da determinarsi in separato giudizio. Osservava che le ipotesi in cui era consentita
l’apposizione del termine ai sensi dell’art. 23 I. 56/87, che aveva delegato alla
contrattazione collettiva la determinazione delle stesse, erano ulteriori rispetto a quelle di
previsione legale, ma che era stato lasciato invariato il sistema delle sanzioni previste
all’art. 2 I. 230/62, che prevedeva l’effetto della conversione in rapporto a tempo
indeterminato.
Premesso che la comunicazione datoriale di cessazione del rapporto per scadenza del
termine non equivaleva a licenziamento, ma a mera disdetta finalizzata ad evidenziare
l’imminente scadenza, osservava il giudice del gravame che l’assenza della clausola di
contingentamento poneva la norma contrattuale che autorizzava la stipulazione a termine
in netto contrasto con la normativa legale, con conseguente nullità della clausola di
apposizione dei termini e che, comunque, non potevano essere sanate nullità già
verificatesi conseguenti alla violazione di norme imperative, potendo, semmai,
l’interpretazione rimessa alle stesse parti collettive valere per il futuro. Non poteva, poi,
essere seguita la tesi del mutuo dissenso a fini risolutori del rapporto, né quella
dell’anticipata risoluzione per accettazione della lettera di comunicazione dell’avvenuta
scadenza del contratto. Quanto alle sanzioni applicabili, rilevava che l’art. 4bis del d. Igs.
368/2001, introdotto dalla legge 113/08, riguardava solo i contratti stipulati ai sensi della
normativa di cui al citato decreto legislativo in materia di apposizione e proroga del termine
e non modificava la precedente normativa. Andava, invece, accolto l’appello incidentale
quanto al riconoscimento del trattamento relativo all’inquadramento riconosciuto al Natale
sin dal primo contratto di assunzione.

1

2.6.2002, al trattamento economico e normativo previsto dal CNGL per il “redattore

Per la cassazione di tale decisione ricorre la Rai, affidando l’impugnazione a cinque
motivi, illustrati nella memoria depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c.
Resiste, con controricorso, il Di Natale, che espone ulteriormente le proprie difese in
memoria.
MOTIVI DELLA DECISIONE

23 della legge 56/87 e dell’art. 1 della legge 230/62, anche in relazione all’art. 12 delle
Disposizioni preliminari al Codice Civile, nonché in relazione all’art. 2697 c. c., 115 e 420
c.p.c., violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 e ss. c.c., in relazione all’art. 3 CNLG,
e degli accordi del 1995 e 2001, nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria
motivazione circa un punto decisivo della controversia, ai sensi dell’ art 360, nn. 3 e 5,
c.p.c., richiamando la pronunzia della Suprema Corte a s. u., n.4588106, per ribadire che la
legge dell”87 ha delegato alla contrattazione collettiva il potere di aggiungere a quelle
legali fattispecie diverse e di più ampia portata, con l’unica prescrizione della fissazione di
precisi limiti percentuali di lavoratori da assumere rispetto all’organico aziendale. I poteri
conferiti con delega in bianco alle parti sociali sono tali che la contrattazione collettiva può
prevedere ipotesi di assunzione non più vincolate alla temporaneità della proposta
lavorativa, in cui il dato contrattuale diventa punto di riferimento esclusivo per l’interprete.
Assume la società che nella specie il primo contratto, stipulato ai sensi dell’art. 3 CNLG,
con previsione di apposizione del termine in casi di sostituzione di altri dipendenti in ferie
senza limite espresso quanto al numero percentuale dei lavoratori assumibili rispetto a
quelli a tempo indeterminato, è stato erroneamente ritenuto in contrasto con la normativa
di legge. Rileva che l’art. 3 CNGL prevede che, in ipotesi di applicazione del termine per
esigenze sostitutive, l’incarico sia limitato a dodici mesi e solo in ragione di uno su dieci
redattori o frazioni di dieci, salvo le assunzioni per sostituzione dei giornalisti assenti per
ferie, malattia, gravidanza, puerperio, aspettative e per le cause previste dagli artt. 6 e 7
della legge 903/77, e che la clausola di contingentamento nel caso specifico è tale che
non è prevista alcuna limitazione. Nè potrebbe considerarsi interpretazione autentica,
inammissibile, la determinazione espressa nell’accordo del 22.10.2001 che si riferisce al
contenuto di altro accordo intervenuto tra le parti il 18.7.1995, il quale era stato
verbalmente integrato con riferimento alla circostanza che le assunzioni ai sensi dell’ art. 3
2

Con il primo motivo, la società ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione dell’art.

CNLG sarebbero state effettuate secondo il limite percentuale di un lavoratore assunto
come sostituto di tre dipendenti sostituiti. Richiama, poi, accordo aziendale del 18.7.1995,
che prevede la percentuale del 33% dell’organico ed accordo del 22.10.2001, sostenendo
che dal documento prodotto dalla RAI emerga il sostanziale rispetto, da parte dell’azienda,
pure a seguito di pattuizione verbale fino al 2001, della normativa di legge 56/87 sin dalla
prima assunzione del Di Natale, poiché, in sede di stipula dell’accordo 18.7.1995, le parti

effettuate secondo il precisato limite percentuale, a livello aziendale, della percentuale del
33%.
Con il secondo motivo, la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione degli artt.
1362 e ss., 1372, 2729, 2934, 2946 c. c., nonché illogica, omessa ed insufficiente
motivazione su punti decisivi della controversia, ai sensi dell’ art. 360, nn. 3 e 5, c.p.c.,
ritenendo che dovesse correttamente essere ravvisata un risoluzione del rapporto per
mutuo consenso, atteso che, alla scadenza del contratto, il Di Natale aveva accettato
senza riserve il TFR ed altre competenze di fine rapporto e non aveva intrapreso alcuna
iniziativa neanche stragiudiziale che palesasse al datore la volontà di riprendere a
lavorare.
Con il terzo motivo, la RAI s.p.a. si duole della violazione e falsa applicazione dell’art. 11
del D. Igs. 368/2001 e dell’ad. 2 I. 230/1962, in relazione all’ad. 11 delle disposizioni della
legge in generale, degli artt. 1339, 1372, 1418, 1419 e 1424 c. c., ai sensi dell’art. 360, n.
3, c.p.c., nonché della omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa fatto
controverso e decisivo, ai sensi dell’ art. 360, n. 5, c.p.c, sostenendo l’inapplicabilità della
sanzione della conversione sulla base di diffuse argomentazioni relative all’inapplicabilità
dell’ad. 1424 c. c. e dell’ad. 1339 c. c, rilevando che l'”actum” cui occorre riferirsi per
individuare il “tempus” della legge applicabile sia la sentenza pronunciata dal giudice, la
quale è stata pubblicata, sin dal primo grado, sotto la vigenza della nuova legge.
Con il quarto motivo, ascrive alla decisione impugnata la violazione e falsa applicazione
degli artt. 1362 e ss. c. c., in relazione agli artt. 1 e 2 del CNLG, oltre che degli artt. 2103 e
1230 c. c., nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto
controverso e decisivo del giudizio, rilevando che, quando cessò il rapporto con la RAI, e
cioè il 2 6 2002, oggetto del contratto di lavoro in essere con il Di Natale era quello di
_

3

avevano oralmente convenuto che le assunzioni ai sensi dell’ art. 3 c.n.l.g. sarebbero state

:

collaborazione fissa, che non identifica una qualifica diversa da quella di redattore
ordinario, ma un contratto assolutamente diverso da quello ex art. 1 CNLG. Sostiene,
pertanto, che non si sia verificato un mutamento di qualifica, ma un mutamento
dell’oggetto del contratto, con novazione oggettiva, che doveva permanere anche quando
l’intervento del giudice non avesse toccato l’oggetto di quel contratto, ma ne avesse
modificato solo la clausola di durata.

alla riconducibilità della fattispecie alle ipotesi di assunzioni ai sensi dell’art. 3 c.n.l.g., in
conformità con le previsioni degli accordi aziendali del 18.7.1995 e del successivo del
22.10.2001 ed alla doglianza relativa all’applicazione degli artt. 1 e 2 del c.n.l.g. con
riferimento alle declaratorie contrattuali ivi contenute non fa seguito il deposito della
normativa contrattuale richiamata, nel suo testo integrale. Ciò contrasta con il principio,
già affermato da questa Corte, secondo cui l’art. 369, secondo comma, n. 4, cod. proc.
civ., nella parte in cui onera il ricorrente (principale od incidentale), a pena di
improcedibilità del ricorso, di depositare i contratti od accordi collettivi di diritto privato sui
quali il ricorso si fonda, va interpretato nel senso che, ove il ricorrente denunci, con ricorso
ordinario, la violazione o falsa applicazione di norme dei contratti ed accordi collettivi
nazionali di lavoro ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ. (nel testo
sostituito dall’art. 2 del d.lgs. n. 40 del 2006) — ma lo stesso vale anche nell’ipotesi di
assunta violazione dei canoni ermeneutici di legge in sede di interpretazione dei contratti il deposito suddetto deve avere ad oggetto non solo l’estratto recante le singole
disposizioni collettive invocate nel ricorso, ma l’integrale testo del contratto od accordo
collettivo di livello nazionale contenente tali disposizioni, rispondendo tale adempimento
alla funzione nomofilattica assegnata alla Corte di cassazione nell’esercizio del sindacato
di legittimità sull’interpretazione della contrattazione collettiva di livello nazionale (cfr.
Cass., s. u. 23 settembre 2010 n. 20075; conf. v. Cass 15 ottobre 2010 n. 21358). Più di
recente, è stato, poi, osservato che, in tema di giudizio per cassazione, l’onere del
ricorrente, di cui all’art. 369, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ., così come modificato
dall’art. 7 del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, di produrre, a pena di improcedibilità del
ricorso, “gli atti processuali, i documenti, i contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si
fonda” è soddisfatto, sulla base del principio di strumentalità delle forme processuali,
quanto agli atti e ai documenti contenuti nel fascicolo di parte, anche mediante la
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Il primo ed il quarto motivo sono improcedibili, in quanto alla critica avanzata in relazione

:

produzione del fascicolo nel quale essi siano contenuti e, quanto agli atti e ai documenti
contenuti nel fascicolo d’ufficio, mediante il deposito della richiesta di trasmissione di detto
fascicolo presentata alla cancelleria del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata
e restituita al richiedente munita di visto ai sensi dell’art. 369, terzo comma, cod. proc. civ.,
ferma, in ogni caso, l’esigenza di specifica indicazione, a pena di inammissibilità ex art.
366, n. 6, cod. proc. civ., degli atti, dei documenti e dei dati necessari al reperimento degli

Alla stregua di tali osservazioni, considerato che neanche risulta indicato dalla ricorrente in
quale precisa sede, nell’ambito della produzione documentale dei gradi di merito, sia
contenuto il testo degli interi contratti collettivi su cui si incentra il giudizio, i motivi
suindicati devono essere dichiarati improcedibili.
Quanto al secondo motivo, è sufficiente richiamare i principi reiteratamente affermati da
questa Corte in numerosi precedenti, ove è stato ribadito che, nel giudizio instaurato ai fini
del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato,
sul presupposto dell’illegittima apposizione di un termine a numerosi contratti intervallati da
periodi di inattività, affinché possa configurarsi una risoluzione del rapporto per mutuo
dissenso, é necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la
conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonché del comportamento tenuto dalle parti e
di eventuali circostanze significative – una chiara e comune volontà delle parti di porre fine
ad ogni rapporto lavorativo, con la precisazione che, a tal fine, non è sufficiente la mera
discontinuità della prestazione lavorativa e che la valutazione del significato e della portata
del complesso dei predetti elementi di fatto compete al giudice di merito, le cui conclusioni
non sono censurabili in sede di legittimità, se non sussistono vizi logici o errori di diritto
(cfr., da ultimo, Cass. 18.11.2010 n. 23319, Cass. ord., sez. 6°, 26.7.2011 n. 16287 e
4.8.2011 n. 16932). Tale principio va enunciato anche in questa sede, rilevandosi che,
come pure è stato precisato, “grava sul datore di lavoro, che eccepisca la risoluzione per
mutuo consenso, l’onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà
chiara e certa delle parti di volere porre definitivamente fine ad ogni rapporto di lavoro” (v.
Cass. 2.12.2002 n. 17070).
Nella specie la Corte d’Appello, confermando sul punto la sentenza del Tribunale di
Roma, ha osservato, con motivazione immune da vizi logico giuridici, che non vi era stato
5

stessi. (cfr. Cass., s. u. 3.11.2011 n. 22726).

alcun comportamento del lavoratore che potesse far presumere una sua acquiescenza
alla risoluzione del rapporto e che il solo decorrere del tempo tra la cessazione di
quest’ultimo e la notifica del ricorso giudiziale non poteva essere in alcun modo
interpretato come volontà di accettazione della risoluzione per mutuo consenso.
Con riguardo al terzo motivo, va, poi, osservato che non è la sentenza intervenuta sotto il
vigore del d. Igs 368/2001, a costituire l'”actum” che determina la disciplina applicabile e

giustificative del termine, e pur in assenza di una norma che sanzioni espressamente la
mancanza delle dette ragioni, in base ai principi generali in materia di nullità parziale del
contratto e di eterointegrazione della disciplina contrattuale, nonché alla stregua
dell’interpretazione dello stesso art. 1 citato nel quadro delineato dalla direttiva comunitaria
1999R0/CE (recepita con il richiamato decreto), e nel sistema generale dei profili
sanzionatori nel rapporto di lavoro subordinato, tracciato dalla Corte cost. n. 210 del 1992
e n. 283 del 2005, all’illegittimità del termine ed alla nullità della clausola di apposizione
dello stesso consegue l’invalidità parziale relativa alla sola clausola e l’instaurarsi di un
rapporto di lavoro a tempo indeterminato. L’art. 1 del d.lgs. n. 368 del 2001, anche
anteriormente alla modifica introdotta dall’art. 39 della legge n. 247 del 2007, ha
confermato il principio generale secondo cui il rapporto di lavoro subordinato è
normalmente a tempo indeterminato, costituendo l’apposizione del termine un’ipotesi
derogatoria pur nel sistema, del tutto nuovo, della previsione di una clausola generale
legittimante l’apposizione del termine “per ragioni di carattere tecnico, produttivo,
organizzativo o sostitutivo” (cfr. Cass. 21.5.2008 n. 12985).
Più in particolare, deve rilevarsi, in conformità all’orientamento espresso da questa Corte e
con valore assorbente di ogni altra questione, che, in materia di assunzioni dei lavoratori
subordinati con illegittima apposizione della clausola di durata, trova applicazione, alla
stregua del principio “tempus regit actum”, la disciplina vigente al momento della
stipulazione del contratto a termine, e non quella in vigore al momento della pronuncia
della sentenza con effetti costitutivi — nella specie il d. Igs 368/2001 – tenuto conto che la
conversione del rapporto di lavoro in contratto a tempo indeterminato non costituisce una
sanzione atipica, ma l’effetto della nullità del termine (v. Cass. 18.11.2009 n. 24330).

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che, quand’anche fosse applicabile tale normativa, in caso di insussistenza delle ragioni

Quanto appena detto, a prescindere anche dalla connotazione come nuova della
questione prospettata, è sufficiente a disattendere la censura avanzata.
Conclusivamente, il ricorso deve essere respinto e le spese di lite, per il principio della
soccombenza, vanno poste a carico della società, nella misura liquidata in dispositivo.
P.Q.M.

presente giudizio, liquidate in euro 100,00 per esborsi ed in euro 3500,00 per compensi
professionali, oltre accessori come per legge.
Così deciso in Roma, il 13.11.2013

La Corte rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento delle spese del

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