Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28025 del 14/10/2021

Cassazione civile sez. III, 14/10/2021, (ud. 14/04/2021, dep. 14/10/2021), n.28025

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1244-2019 proposto da:

UNICREDIT LEASING SPA, elettivamente domiciliato in Milano, via Livio

cambi, n. 5 presso l’avv. DANIELE CELLA;

– ricorrente –

contro

G.G.V., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

TIBULLO, 20, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO MIGLIORATI,

che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ROMEO ANTONIO

VOLPICELLI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3788/2018 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 07/08/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

14/04/2021 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE CRICENTI.

 

Fatto

RITENUTO

CHE:

1.- La Unicredit Leasing ha stipulato un contratto di leasing di una vettura con G.G., in base al quale la Unicredit avrebbe acquistato la vettura da un terzo venditore, ossia la ditta individuale Cavallino Sport.

Le parti sottoscrivono, in data 20.12.2010, un verbale di consegna a seguito del quale l’utilizzatore inizia a versare i canoni, facendolo fino al 16.12.2011, quando, non avendo ancora ricevuto la vettura, interrompe il pagamento.

La concedente Unicredit, a seguito di tale decisione, notifica risoluzione espressa al G. ed ottiene decreto ingiuntivo per il pagamento dei canoni residui. A questa ingiunzione si oppone il G. eccependo di non avere mai ricevuto la vettura, e dunque di non essere tenuto al pagamento, essendo il contratto nullo per difetto di causa o di oggetto, o comunque risolvibile per impossibilità sopravvenuta.

2.- Il Tribunale accoglie l’opposizione, dopo una istruttoria documentale ed orale, e lo fa sul presupposto che il bene non era stato mai consegnato, che Unicredit era consapevole di tale circostanza, che peraltro risultava dallo stesso verbale di consegna, il quale era stato sottoscritto al solo fine di poter fare prima nella definizione dell’accordo e consegna della vettura; che, essendo il contratto di leasing un collegamento tra il finanziamento e la vendita, gli eventi di questa influiscono su quello, con la conseguenza che il finanziamento è risolto per impossibilità sopravvenuta se non avviene la consegna. Questo accertamento e le relative statuizioni sono state pienamente confermate in secondo grado, dove la Corte di Appello di Milano ha ribadito la consapevolezza da parte di Unicredit Leasing della mancata consegna del bene, e della conseguente impossibilità sopravvenuta della prestazione di finanziamento a seguito della mancata consegna.

3.-Unicredit leasing ricorre con nove motivi, gli ultimi due, in realtà più che altro costituenti richieste di statuizioni conseguenti all’accoglimento degli altri sette. V’e’ controricorso del G..

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

4.- Con il primo motivo la ricorrente denuncia nullità della sentenza per violazione dell’art. 132 c.p.c., e sostiene che la motivazione sarebbe affetta da contraddizione, in quanto, pur dopo aver detto, la Corte, che Unicredit era consapevole della mancata consegna della vettura, si contraddice affermando che la stessa Unicredit ha ricevuto il pagamento dei canoni in perfetta buona fede; delle due l’una: sapendo dell’inadempimento non poteva ricevere il pagamento in buona fede.

Il motivo è infondato.

In nessuna parte della motivazione impugnata si legge quella seconda affermazione, ossia che Unicredit avrebbe ricevuto il pagamento in buona fede, né, significativamente, la ricorrente indica la pagina in cui quella affermazione sarebbe contenuta.

5.- Con il secondo ed il terzo motivo, che possono valutarsi insieme, si denunciano vizi di valutazione della prova. In particolare, con il secondo motivo ct si duole della violazione dell’art. 116 c.p.c., mentre con il terzo motivo dell’omesso esame di un fatto rilevante per il giudizio e controverso.

In particolare, il secondo motivo ravvisa un grave travisamento nelle dichiarazioni del teste Go. quanto, per l’appunto, alla consapevolezza di Unicredit circa la mancata consegna; mentre il secondo motivo ritiene del tutto trascurata la circostanza inerente i rapporti tra il concessionario, G., ed il fornitore del bene, tale D.A., titolare della ditta individuale che avrebbe dovuto consegnare la vettura, rapporti che, se tenuti in conto, avrebbero dimostrato l’affidamento di Unicredit circa l’avvenuta consegna del bene.

I motivi sono inammissibili.

Va ricordato che secondo l’insegnamento delle Sezioni Unite di questa Corte: “in tema di ricorso per cassazione, la doglianza circa la violazione dell’art. 116 c.p.c. è ammissibile solo ove si alleghi che il giudice, nel valutare una prova o, comunque, una risultanza probatoria, non abbia operato – in assenza di diversa indicazione normativa – secondo il suo “prudente apprezzamento”, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore oppure il valore che il legislatore attribuisce ad una differente risultanza probatoria (come, ad esempio, valore di prova legale), oppure, qualora la prova sia soggetta ad una specifica regola di valutazione, abbia dichiarato di valutare la stessa secondo il suo prudente apprezzamento, mentre, ove si deduca che il giudice ha solamente male esercitato il proprio prudente apprezzamento della prova, la censura ammissibile, ai sensi del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, solo nei rigorosi limiti in cui esso ancora consente il sindacato di legittimità sui vizi di motivazione” (Cass. sez. Un. 20867/2020).

Nella fattispecie, la ricorrente si duole dell’errore nell’apprezzamento della prova, non già della violazione dei criteri legali di valutazione, in quanto assume come male intese le parole del teste, o come mal valutate le sue dichiarazioni.

Ed in questi termini il motivo chiede una rivalutazione della prova, qui inammissibile.

Quanto al terzo motivo, in realtà, solo apparentemente esso si traduce nella denuncia di omesso esame; piuttosto anche esso è denuncia di un’erronea valutazione, dal momento che secondo la ricorrente, se fossero stati adeguatamente considerati i rapporti tra concessionario e fornitore, si sarebbe riconosciuto che Unicredit non era consapevole della mancata consegna del bene. Ma questo stato soggettivo è stato escluso dalla corte di merito, sulla base di altre prove, così che la censura mira a dimostrare come errata la convinzione che la corte si è fatta circa la consapevolezza di Uncredit della mancata consegna del bene.

Il fatto, ossia se Unicredit fosse consapevole o meno della mancata consegna della vettura, è chiaramente preso in considerazione ed esaminato; altro essendo gli argomenti o le prove a sostegno di quel fatto, il cui esame è questione rimessa alla valutazione discrezionale del giudice, per la quale vale quanto riferito in precedenza.

6.- Il quarto motivo denuncia violazione degli artt. 1218,1256,1375 e 14623 c.c.

In sostanza, però, la violazione principale è quella dell’art. 1375 c.c., in quanto si assume che il G., concessionario del bene, avrebbe dovuto avvisare Unicredit della mancata consegna della vettura; invece, continuando a corrispondere il canone, ha ingenerato affidamento circa l’esecuzione del contratto.

Il motivo è infondato.

La sua infondatezza è riflesso della infondatezza dei motivi precedenti, ed in particolare della circostanza che, secondo l’accertamento in fatto, operato dalla corte di merito, e, come si è visto, qui insindacabile, è emerso che Unicredit era consapevole della mancata consegna, ossia della circostanza che, pur essendo stato sottoscritto quel verbale, la vettura in quel momento non era ancora consegnata ed avrebbe dovuto esserlo successivamente.

E’ di tutta evidenza che non si può attribuire alla controparte di avere creato un affidamento su circostanze che risultano invece note per ciò che sono.

7.- Il quinto motivo denuncia violazione degli artt. 1463 e 1465 c.c.. Secondo la ricorrente la corte ha errato nel non applicare l’art. 1465 c.c. che prevede che il perimento della cosa è a carico dell’acquirente, con conseguente pagamento dei canoni.

Il motivo è infondato.

Intanto, la regola proposta presuppone una vicenda diversa, che è quella del perimento della cosa, mentre qui è assunto inadempimento del contratto collegato, e la ratio, per come è evidente è altra: la regola secondo cui res perit domino presuppone una vicenda non imputabile, diversa da quella in esame.

Inoltre, nel caso di consapevolezza del finanziatore della mancata consegna del bene questa Corte ha avuto modo di affermare che il concedente che paghi al fornitore il prezzo del bene pur essendo a conoscenza del mancato adempimento, da parte di quest’ultimo, dell’obbligo di consegna, non può pretendere dall’utilizzatore il rimborso della somma versata atteso che, costituendo l’inadempimento del fornitore una causa di sopravvenuta impossibilità di adempiere ai sensi dell’art. 1463 c.c., il pagamento effettuato risulta privo di causa e non giustificabile in rapporto all’obbligo di esecuzione del contratto secondo buona fede (Cass. 28.1.2020; Cass. 13960/2019).

La decisione della corte, dunque, di ritenere applicabile l’art. 1463 c.c. anziché l’art. 1465 c.c. corretta.

8.- Il sesto motivo denuncia violazione dell’art. 1414 c.c.: si assume che la corte, pur avendo premesso che il verbale non costituiva confessione circa l’avvenuta consegna, avrebbe dovuto di conseguenza ritenere la simulazione e quindi ammettere che v’era un patto dissimulato in base al quale le parti consideravano come “virtualmente ” avvenuta la consegna.

Il motivo è inammissibile.

Infatti, la corte di appello ha dichiarato già in quel grado l’inammissibilità del relativo motivo di impugnazione, in quanto nuovo (p. 8 della sentenza): i giudici di appello danno atto che tale questione non era stata posta in primo grado (“sull’argomento è mancata in primo grado la possibilità di dialettica e difesa della controparte, e perciò la novità comporta l’inammissibilità del motivo”). La censura, quindi, è del tutto fuori dalla ratio decidendi, che non rigetta nel merito, ma dichiara inammissibile il motivo volto a far valere la simulazione.

9.- Con il settimo motivo si denuncia violazione dell’art. 116 c.p.c. e dell’art. 2043 c.c.

Unicredit aveva svolto una domanda di risarcimento da illecito extracontrattuale, aveva cioè ritenuto che il G. aveva fatto da prestanome al venditore, accordandosi con lui affinché fosse pagato il corrispettivo della macchina senza però che questa venisse consegnata. Sostiene la ricorrente che la corte non ha adeguatamente apprezzato le prove assunte a dimostrazione di tale tesi, e segnatamente i rapporti intercorrenti tra i due, vale a dire tra G., utilizzatore della vettura, e il De.An. venditore: rapporti significativi dell’accordo fraudolento a danno del finanziatore.

Il motivo è inammissibile.

La corte, con giudizio motivato, ha ritenuto che non fosse emersa alcuna prova di questo accordo, e dunque dell’illecito aquiliano contestato alla controparte (pp. 1415), esaminando gli indizi offerti dalla ricorrente ed escludendo che potessero dirsi significativi di un patto tra i due ai danni di Unicredit.

La censura, dunque, come già detto in ordine al secondo e terzo motivo, mira ad una rivalutazione dei fatti, o meglio a contestare la valutazione che ne ha fatto il giudice di merito, ed è pertanto inammissibile.

10. Ottavo e nono motivo, in realtà consistono il primo nella richiesta di annullare la condanna alla restituzione dei canoni versati, il secondo di provvedere conseguentemente in ordine alle spese di giudizio.

Entrambi sono motivi che presuppongono l’accoglimento dei precedenti, e che, per contro, dal rigetto di questi sono assorbiti.

Il ricorso va pertanto rigettato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese di lite nella misura di 6200,00 Euro, oltre 200,00 di spese legali. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto che il tenore del dispositivo è tale da giustificare il pagamento, se dovuto e nella misura dovuta, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, il 14 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 14 ottobre 2021

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA