Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28020 del 09/12/2020

Cassazione civile sez. I, 09/12/2020, (ud. 11/11/2020, dep. 09/12/2020), n.28020

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco A. – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – rel. Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15586/2019 proposto da:

K.I., domiciliato in Roma, P.zza Cavour, presso la Cancelleria

Civile della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso

dall’Avvocato Tania Reggiani, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2058/2018 della CORTE di APPELLO di L’Aquila,

depositata il 02/11/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

11/11/2020 dal Cons. Dott. TRICOMI LAURA.

 

Fatto

RITENUTO

che:

La Corte di appello dell’Aquila, con la sentenza in epigrafe indicata, ha rigettato l’appello proposto da K.I., nato in (OMISSIS), avverso il provvedimento di primo grado che aveva respinto il ricorso del D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35, avverso il provvedimento di diniego della Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale in tutte le sue forme.

In particolare, la Corte territoriale ha ritenuto – pur senza tacciare di non credibilità il racconto del richiedente che aveva riferito di essere fuggito perchè minacciato dai familiari di una donna che aveva subito una violenta aggressione da parte del fratello durante una rapina – che non sussistevano gli estremi per il riconoscimento della protezione richiesta.

Quindi, quanto alla protezione sussidiaria richiesta ex art. 14, lett. c), ha affermato che non vi era una condizione oggettiva di pericolo direttamente riferibile alla zona geografica di provenienza, in quanto in Costa d’Avorio non si ravvisava la presenza di un conflitto armato tale da comportare una minaccia individualizzata a danno del ricorrente (come risultava da Amnesty International 2015/2016 e 2016/2017, da COI 2017 e da altre fonti).

Infine, ha denegato anche il permesso per motivi umanitari, poichè non ricorrevano le condizioni per la concessione, in difetto di situazioni di vulnerabilità oggettive o soggettive ed ha respinto la domanda con cui il richiedente ha invocato l’applicazione del di diritto d’asilo.

Avverso la suddetta pronuncia, il richiedente propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno, rimasto intimato.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1.1. Con il primo motivo, relativo al diniego del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, si denuncia la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, art. 10 Cost., comma 3, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3.

Il ricorrente, senza formulare specifiche critiche avverso la decisione impugnata, sostiene che il permesso di soggiorno poteva essere concesso per ragioni caritatevoli ai sensi dell’art. 6, par. 4 della cd. “direttiva rimpatri”.

Il motivo è infondato.

Invero, va rammentato che l’art. 6, par. 4, della direttiva 115/2008/CE contempla soltanto una possibilità – non un obbligo per gli Stati membri di rilasciare un autonomo permesso di soggiorno per ragioni caritatevoli, e che il legislatore italiano non ha ritenuto di prevedere anche il rilascio di questa tipologia di permesso di soggiorno (Cass. n. 12357/2018), oltre alle fattispecie di protezione internazionale costituite, come si è detto, dallo status di rifugiato, dalla protezione sussidiaria e dal permesso di soggiorno per motivi umanitari.

2.1. Con il secondo motivo si denuncia l’omesso esame del Country Reports on Human Rights Practies – Cote d’Ivorie pubblicato il 3/3/2017.

Il motivo è infondato.

Dalla lettura del provvedimento impugnato risulta che tale fonte è stata approfonditamente esaminata dalla Corte di appello che ha formulato una propria articolata motivazione, escludendo la presenza di una situazione di violenza ed insicurezza e/o di grave instabilità nella zona di provenienza ed il ricorrente non illustra quali siano le informazioni che, in concreto, avrebbero potuto determinare l’accoglimento del ricorso (in tema, Cass. n. 2119 del 24/1/2019), ma si limita a trascrive parte del documento.

3. In conclusione, il ricorso va rigettato.

Non si provvede sulle spese in assenza di attività difensiva dell’intimato.

Va dato atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

– Rigetta il ricorso;

– Dà atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 11 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 9 dicembre 2020

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