Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2801 del 09/02/2010

Cassazione civile sez. II, 09/02/2010, (ud. 30/11/2009, dep. 09/02/2010), n.2801

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

C.E.M., rappresentato e difeso, per procura speciale

a margine ricorso, dall’Avvocato Fornari Luigi, ed elettivamente

domiciliato in Roma, via dei Castani n. 195, presso lo studio

dell’Avvocato Galati Bruno;

– ricorrenti –

contro

C.E. e C.R., la prima anche quale erede di

C.M.;

– intimate –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Milano n. 2392/07,

depositata in data 13 settembre 2007.

Udita, la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

30 novembre 2009 dal Consigliere relatore Dott. Stefano Petitti;

sentito, per il ricorrente, l’Avvocato Pietro Toppeta, per delega;

sentito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

Sorrentino Federico, il quale ha cosi concluso: nulla osserva.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Ritenuto che la Corte d’appello di Milano, con sentenza depositata il 13 settembre 2007, ha rigettato l’appello proposto da C.E. M. avverso la sentenza del Tribunale di Milano, che aveva respinto la sua domanda con la quale aveva chiesto, nei confronti di E., R. e C.M., di sentire dichiarato il suo acquisto per usucapione ventennale di alcuni immobili facenti parte di un complesso immobiliare sito in (OMISSIS);

che la Corte d’appello ha rilevato che, sulla base della stessa prospettazione dell’appellante, questi non era mai stato proprietario o comproprietario dei beni dei quali aveva affermato di avere acquisito la proprietà per usucapione, giacchè detti beni erano pacificamente di proprietà del padre e dello zio, e, dopo una donazione avvenuta nel (OMISSIS), delle sorelle E. e R.;

che il Tribunale aveva rigettato la domanda sul rilievo che l’attore, avendo allegato di avere usucapito beni comuni, avrebbe dovuto fornire la prova della sottrazione di tali beni all’uso comune e di un mutamento del titolo del possesso ricavabile da atti rivolti univocamente nei confronti dei compossessori, tali da rivelare la sua volontà di possedere in modo esclusivo;

che, ha osservato la Corte d’appello, pur dovendosi escludere che l’attore appellante fosse mai stato comproprietario dei beni oggetto della domanda, tuttavia la valutazione del Tribunale doveva ritenersi del tutto corretta quanto alla situazione di compossesso, quale era certamente quella dei beni oggetto di controversia;

che costituiva circostanza pacifica il fatto che il padre, C. C., avesse risieduto ininterrottamente nel complesso immobiliare sino al suo decesso, avvenuto nel (OMISSIS), sicchè, anche considerando la data della donazione alle figlie, egli aveva continuato ad esercitare il possesso dei beni fino ad una data tale da escludere, sul piano oggettivo, il maturarsi dell’usucapione in favore dell’appellante; e ciò con riferimento a tutti i beni facenti parte del complesso immobiliare, posto che il padre, unitamente allo zio, era proprietario dell’intero complesso;

che, in ogni caso, l’appellante non aveva dimostrato di avere esercitato un possesso esclusivo sui beni sia pure solo in riferimento alle sorelle e allo zio, dovendosi escludere che la circostanza che le une e l’altro non risiedevano stabilmente nell’immobile potesse comportare il venir meno del loro possesso sugli immobili nei momenti nei quali non erano materialmente sul luogo;

che, d’altro canto, era pacifico che l’appellante dal (OMISSIS) aveva svolto attività lavorativa a (OMISSIS), il che rappresentava un fatto decisivo per escludere il possesso, posto che egli non era proprietario dei beni;

che non potevano ritenersi atti incompatibili oggettivamente con la permanenza del possesso dei proprietari i lavori che l’appellante aveva asserito di aver eseguito nel complesso immobiliare, del resto neppure chiaramente localizzabili;

che per la cassazione di questa sentenza, ricorre C.E. M. sulla base di due motivi;

che le intimate non hanno svolto attività difensiva;

che, con il primo motivo di ricorso, il ricorrente deduce vizio di motivazione, indicando quale fatto controverso “la chiara e precisa localizzazione dei locali sui quali il Sig. C.E. ha esercitato il possesso e che sono oggetto della domanda di usucapione”;

che, con il secondo motivo, il C. denuncia vizio di motivazione sull’ulteriore fatto controverso individuato nella interruzione del possesso sui beni oggetto della domanda di usucapione nel triennio (OMISSIS);

che, essendosi ritenute sussistenti le condizioni per la decisione con il procedimento di cui all’art. 380-bis cod. proc. civ., è stata redatta relazione ai sensi di tale norma, che è stata notificata alle parti e comunicata al pubblico ministero.

Considerato che il precedente relatore designato, nella relazione depositata il 23 giugno 2009, ha formulato la seguente proposta di decisione:

“… Il ricorso può essere deciso in camera di consiglio, dovendo lo stesso essere dichiarato inammissibile ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5). Ai sensi dell’art. 366-bis cod. proc. civ., introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 6, applicabile alle sentenze pubblicate dal 2 marzo 2006, i motivi del ricorso per cassazione devono essere accompagnati, a pena di inammissibilità (art. 375 c.p.c., n. 5) dalla formulazione di un esplicito quesito di diritto nei casi previsti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1), 2), 3) e 4), e, qualora – come nella specie – il vizio sia denunciato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione.

In particolare, nell’ipotesi in cui – come nella specie – sia denunciato il vizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, la relativa censura deve contenere, un momento di sintesi omologo al quesito di diritto) , che deve essere separatamente indicato in una parte del ricorso a ciò specificamente deputata e distinta dall’esposizione del motivo, che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (S.U. 20603/07): il motivo deve contenere la indicazione delle specifiche circostanze rilevanti al fine del decidere (fatto controverso) e delle ragioni in base alle quali la motivazione sarebbe viziata.

Nella specie, i motivi del ricorso non sono conformi alle prescrizioni dettate dalla citata norma: a) il fatto controverso indicato nel primo motivo è del tutto inconferente rispetto alla ratio decidendi, posto che la sentenza ha escluso una situazione di possesso idonea ad usucapire i beni di cui non era stata in discussione l’identificazione; il riferimento compiuto a pag. 9 della sentenza sembra piuttosto riguardare i lavori dal ricorrente eseguiti che non erano qualificabili, in quanto (essi) non localizzabili; b) la formulazione del fatto controverso indicato nel secondo motivo è assolutamente generica, in quanto non fa alcun riferimento ai termini concreti della controversia; c) sia il primo che il secondo motivo non indicano il vizio di motivazione lamentato in ordine al fatto controverso. Le doglianze si risolvono in una richiesta di rivalutazione delle risultanze processuali in ordine agli accertamenti di fatto riservati al giudice di merito, formulando i ricorrenti una difforme ricostruzione dei fatti”;

che il Collegio condivide la proposta del Consigliere delegato, alla quale non sono stati mossi rilievi critici;

che, pertanto, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile;

che non vi è luogo a provvedere sulle spese, non avendo gli intimati svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 30 novembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 9 febbraio 2010

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