Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27996 del 31/10/2019

Cassazione civile sez. III, 31/10/2019, (ud. 13/06/2019, dep. 31/10/2019), n.27996

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARMANO Uliana – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – rel. Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10055-2018 proposto da:

R.S., domiciliato ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA

DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato UGO

CARDOSI;

– ricorrente –

contro

C.E., A.A.D. entrambe n. q. di socie

della BAD HOMBURG DI A.A.D. & C. SNC,

elettivamente domiciliate in ROMA, VIA FRANCESCO CRISPI 36, presso

lo studio dell’avvocato MAURIZIO BIANCHI, che le rappresenta e

difende;

– controricorrenti –

e contro

A.L., AG.LU.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 8058/2017 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 23/01/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

13/06/2019 dal Consigliere Dott. ANTONELLA DI FLORIO.

Fatto

CONSIDERATO

che:

1. R.S. ricorre affidandosi a sei motivi di ricorso illustrati anche da memoria, per la cassazione della sentenza della Corte d’Appello di Roma che aveva confermato la pronuncia del Tribunale di Latina con la quale, in accoglimento della domanda contro di lui proposta dalla Bad Homburg di A.A.D. & C snc, era stato dichiarato risolto il contratto di affitto di azienda cui era collegato quello di locazione di un immobile, in applicazione della clausola risolutiva espressa pattuita.

2. Ha resistito la società intimata.

Diritto

RITENUTO

che:

1. La Bad Homburg Snc evocò in giudizio R.S. dinanzi al Tribunale di Latina, deducendo che con contratto del 16.10.2006 gli aveva concesso l’affitto di azienda di un’attività bar – gelateria con i relativi locali; che ad esso era collegato un contratto di locazione di immobile che prevedeva la possibilità, alla scadenza dell’affitto, dell’esercizio dell’opzione del conduttore per l’acquisto dell’azienda, salva possibilità di proroga consensuale. Aggiungeva che nel contratto di affitto era prevista una clausola risolutiva espressa e che, a seguito di morosità parziale per una semestralità. e di diffida ad adempiere non onorata, aveva domandato la risoluzione del contratto di affitto di azienda e dell’immobile ad esso collegato, con conferma del sequestro giudiziario disposto ante causam.

1.1. Il Tribunale di Latina accolse la domanda della società; la Corte d’Appello di Roma respinse l’impugnazione proposta dal R., confermando la sentenza gravata.

2. Il ricorrente deduce in questa sede:

a. con il primo motivo, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 1456 c.c., per insussistenza della risoluzione automatica decisivo per il giudizio oggetto di discussione fra le parti, e cioè l’inefficacia della diffida del 24.10.2008.

b. con il secondo motivo, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, lamenta la violazione dell’art. 1454 c.p.c. per insussistenza dell’inadempimento dell’affittuario ed, ancora, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione fra le parti, e cioè la rilevanza delle prove acquisite circa il luogo dell’adempimento.

c. con il terzo motivo, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, si duole della violazione dell’art. 1454 c.c. per insussistenza del grave inadempimento dell’affittuario; ed ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 dell’omesso esame della gravità dell’inadempimento.

d. con il quarto motivo, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 1456 c.c. per l’insussistenza dell’inadempimento; ed ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 l’omesso esame del contenuto del contratto di affitto di azienda.

e. con il quinto motivo, ancora, lamenta, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 la falsa applicazione dell’art. 1456 c.c.; l’insussistenza della risoluzione del contratto di opzione; e la violazione degli artt. 1362,1363,1369 e 1371 c.c. per errata interpretazione del contratto.

f. con il sesto motivo, infine, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deduce la violazione della L. n. 392 del 1978, art. 79 la nullità della clausola di durata della locazione in frode alla legge e la violazione degli artt. 1362,1363,1369 e 1371 c.c. e l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione far le parti.

3. Tutti i motivi sono inammissibili sotto tre profili.

3.1. In primo luogo ogni censura proposta è stata riferita alternativamente sia al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 c.p.c. sia all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, con prospettazione di argomenti non specificamente ricondotti all’una o all’altra censura.

3.2. Tale impostazione difensiva contrasta con la natura del giudizio di legittimità: questa Corte, infatti, ha avuto modo di chiarire che “il giudizio di cassazione è un giudizio a critica vincolata, delimitato dai motivi di ricorso, che assumono una funzione identificativa condizionata dalla loro formulazione tecnica con riferimento alle ipotesi tassative formalizzate dal codice di rito. Ne consegue che il motivo del ricorso deve necessariamente possedere i caratteri della tassatività e della specificità ed esige una precisa enunciazione, di modo che il vizio denunciato rientri nelle categorie logiche previste dall’art. 360 c.p.c.” (cfr. ex multis Cass. 11603/2018; Cass. 19959/2014): sicchè è inammissibile sia la critica generica della sentenza impugnata, formulata con un unico motivo sotto una molteplicità di profili tra loro confusi e inestricabilmente combinati, non collegabili ad alcuna delle fattispecie di vizio enucleate dal codice di rito, sia – ed è questo il caso in esame l’indicazione alternativa di vizi ai quali non siano specificamente riconducibili le corrispondenti argomentazioni critiche.

4. A tale preliminare profilo, deve aggiungersi un altro aspetto critico: il richiamo all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 non è, infatti, più consentito, ex art. 348ter c.p.c. (ratione temporis applicabile alla controversia in esame, trattandosi di un atto d’appello incardinato in data ben successiva a quella di entrata in vigore della L. n. 134 del 2012 che ha introdotto la norma testè richiamata) per i casi in cui la sentenza impugnata sia conforme a quella di primo grado.

4.1. Le censure ricondotte al vizio di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio non potrebbero, pertanto, trovare ingresso in questa sede.

5. Ma anche le altre doglianze che connotano le censure prospettate con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, sono inammissibili in relazione alle argomentazioni articolate, tutte volte ad ottenere una rivisitazione di merito della controversia su questioni di fatto ed interpretative già esaustivamente esaminate dalla Corte territoriale che, vagliando i tre motivi di gravame proposti, ha reso una motivazione congrua, logica ed al di sopra della sufficienza costituzionale (cfr Cass. SU 8053/2014; Cass. 8758/2017; Cass. 18721/2018), tale da non poter essere ulteriormente sindacata in questa sede. 5.1. Si osserva, infatti, che sia le censure concernenti la contestazione dell’interpretazione della Corte territoriale sulla clausola risolutiva espressa, sia quella relativa al quantum residuo da pagare (con la quale si assume che la somma ancora dovuta era inferiore a quella pretesa), sia quella che involge l’interpretazione del contratto sulla congruità del termine assegnato (oggetto del primo motivo); nonchè tutte le critiche volte a contestare l’inadempimento ed il tenore della clausola risolutiva espressa – sulla quale è principalmente fondata la ratio decidendi della Corte territoriale in ordine alla interpretazione del complesso negozio giuridico e della morosità per il semestre scaduto alla fine di aprile del 2008 – concernono questioni di fatto ampiamente esaminate dai giudici d’appello (cfr. pagg. 3,4,5,6 e 7 della sentenza impugnata): e, trattandosi di doglianze che ridondano sull’interpretazione del contratto, il ricorrente omette di considerare che questa Corte ha affermato il principio, pienamente condiviso da questo Collegio, secondo il quale “l’interpretazione di un atto negoziale è tipico accertamento di fatto riservato al giudice di merito, incensurabile in sede di legittimità, se non nell’ipotesi di violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale, di cui agli artt. 1362 c.c. e ss., o di motivazione inadeguata, ovverosia non idonea a consentire la ricostruzione dell'”iter” logico seguito per giungere alla decisione. Pertanto, onde far valere una violazione sotto il primo profilo, occorre non solo fare puntuale riferimento alle regole legali d’interpretazione, mediante specifica indicazione dei canoni asseritamente violati ed ai principi in esse contenuti, ma occorre, altresì, precisare in qual modo e con quali considerazioni il giudice del merito se ne sia discostato, con l’ulteriore conseguenza dell’inammissibilità del motivo di ricorso che si fondi sull’asserita violazione delle norme ermeneutiche o del vizio di motivazione e si risolva, in realtà, nella proposta di una interpretazione diversa. (Cass. 10554/2010; Cass. 15355/2016).

6. In conclusione il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

7. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

8. Si dà atto che in data 13.8.2018 risulta depositato in atti il verbale dell’adunanza del Coniglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma che ha dichiarato inammissibile l’istanza di patrocinio a spese dello stato presentata dal ricorrente: in ragione di ciò, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater,deve dichiararsi la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso proposto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM.

La Corte,

dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna il ricorrente alle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 8000,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi oltre ad accessori e rimborso forfettario spese generali nella misura di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso proposto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione terza civile, il 13 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 31 ottobre 2019

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