Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27991 del 14/10/2021

Cassazione civile sez. VI, 14/10/2021, (ud. 11/05/2021, dep. 14/10/2021), n.27991

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ESPOSITO Lucia – Presidente –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11252-2020 proposto da:

RISORSE PER ROMA SPA, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LUIGI G. FARAVELLI,

22, presso lo studio dell’avvocato GIOSAFAT RIGANO’, che la

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

A.A., G.M., R.L., elettivamente

domiciliati in ROMA, V.LE DELLE MILIZIE 114, presso lo studio

dell’avvocato ANTONIO VALLEBONA, che li rappresenta e difende;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 2396/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 12/09/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata dell’11/05/2021 dal Consigliere Relatore Dott. FABRIZIO

AMENDOLA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. la Corte d’Appello di Roma, con la sentenza impugnata, ha confermato la pronuncia di primo grado – per quanto qui ancora rileva – nella parte in cui aveva riconosciuto ai lavoratori in epigrafe, nei confronti della società datrice di lavoro Risorse Roma Spa, il diritto ad una indennità prevista da un accordo aziendale del 16.7.2009 “a titolo di attività prestata fuori sede”, sotto forma di “buoni-pasto del valore di Euro 5.16 per ogni giorno di presenza”;

2. i giudici d’appello, conformemente ad altri precedenti della medesima Corte, hanno interpretato il contenuto dell’accordo aziendale nel senso che il riferimento alla “attività lavorativa (…) prestata presso le strutture esterne” consentisse di riconoscere l’indennità anche ai lavoratori chiamati a lavorare “fuori dalla sede di RPR e presso la (OMISSIS) in sede di (OMISSIS)”; hanno inoltre ritenuto inammissibile “il motivo relativo ad omessa pronuncia sulla prescrizione quinquennale collegata alla notifica del ricorso di primo grado in data 5 febbraio 2016, non sussistendo violazione dell’art. 112 c.p.c., perché la pronuncia sul punto è stata operata dal Tribunale mediante la quantificazione contenuta in dispositivo”;

3. per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso la società soccombente con 2 motivi; hanno resistito con controricorso A.A., G.M. e R.L.;

4. la proposta del relatore ex art. 380 bis c.p.c., è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale;

entrambe le parti hanno comunicato memorie.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con il primo motivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, si denuncia: “violazione dell’accordo sindacale 16 luglio 2019, in relazione all’art. 1362 c.c. e ss.”; si deduce che, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte romana, “il significato letterale delle espressioni usate dalle parti sociali non era evidente ed univoco al punto da far ritenere sufficiente il richiamo al solo canone letterale per la sua interpretazione”; secondo parte ricorrente, con l’espressione “sedi esterne”, le parti sociali avrebbero fatto riferimento “alle sedi di lavoro in contesti differenti da quelli aziendali”;

il motivo e inammissibile;

l’interpretazione di ogni atto di autonomia negoziale è riservata all’esclusiva competenza del giudice del merito (cfr. Cass. n. 17067 del 2007; Cass. n. 11756 del 2006), con una operazione che si sostanzia in un accertamento di fatto (Cass. n. 9070 del 2013; Cass. n. 12360 del 2014); le valutazioni del giudice di merito in ordine all’interpretazione degli atti negoziali pertanto soggiacciono, nel giudizio di cassazione, ad un sindacato limitato alla verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica contrattuale ed al controllo della sussistenza di una motivazione logica e coerente (ex plurimis, Cass. n. 21576 del 2019; Cass. n. 20634 del 2018; Cass. n. 4851 del 2009; Cass. n. 3187 del 2009; Cass. n. 15339 del 2008; Cass. n. 11756 del 2006; Cass. n. 6724 del 2003; Cass. n. 17427 del 2003);

inoltre, sia la denuncia della violazione delle regole di ermeneutica, sia la denuncia del vizio di motivazione esigono) una specifica indicazione – ossia la precisazione del modo attraverso il quale si è realizzata l’anzidetta violazione e delle ragioni della obiettiva deficienza e contraddittorietà del ragionamento del giudice di merito – non potendo le censure risolversi, in contrasto con l’interpretazione loro attribuita, nella mera contrapposizione di una interpretazione diversa da quella criticata (tra le innumerevoli:; Cass. n. 18375 del 2006; Cass. n. 12468 del 2004; Cass. n. 22979 del 2004, Cass. n. 7740 del 2003; Cass. n. 12366 del 2002; Cass. n. 11053 del 2000); al cospetto dell’approdo esegetico cui è pervenuta la Corte distrettuale la società ricorrente, nella sostanza, si limita a rivendicare un’alternativa interpretazione plausibile a lei più favorevole; ma per sottrarsi al sindacato di legittimità quella data dal giudice al testo negoziale non deve essere l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili, e plausibili, interpretazioni; sicché, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni, non è consentito alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito – dolersi in sede di legittimità del fatto che sia stata privilegiata l’altra (Cass. n. 10131 del 2006); infatti il ricorso in sede di legittimità – riconducibile, in linea generale, al modello dell’argomentazione di carattere confutativo – laddove censuri l’interpretazione del negozio accolta dalla sentenza impugnata, non può assumere tutti i contenuti di cui quel modello è suscettibile, dovendo limitarsi ad evidenziare l’invalidità dell’interpretazione adottata attraverso l’allegazione (con relativa dimostrazione) dell’inesistenza o dell’assoluta inadeguatezza dei dati tenuti presenti dal giudice di Merito o anche solo delle regole giustificative (anche implicite) che da quei dati hanno condotto alla conclusione accolta, e non potendo, invece, affidarsi alla mera contrapposizione di un risultato diverso sulla base di dati asseritamente più significativi o di regole di giustificazione prospettate come più congrue (in termini: Cass. n. 18375 del 2006);

inoltre, sostanziandosi l’interpretazione della volontà negoziale in un accertamento di fatto, ogni diversa valutazione di detto fatto è preclusa in caso di cd. “doppia conforme” ex art. 348 ter c.p.c., commi 4 e 5, come nella specie;

2. parimenti inammissibile il secondo motivo con cui si lamenta omesso esame di un fatto decisivo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, per avere la Corte territoriale ritenuto inammissibile il motivo di gravame relativo alla prescrizione eccepita in primo grado;

invero il fatto decisivo cui si riferisce il novellato dell’art. 360 c.p.c., n. 5, deve essere un fatto storico, principale o secondario, che ha dato origine alla controversia ed il vizio non è invocabile laddove si denuncia un error in procedendo in cui sarebbe incorso il giudice nel dichiarare inammissibile l’appello (cfr. Cass. n. 25761 del 2014; Cass. n. 1539 del 2018);

3. conclusivamente il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con spese che seguono la soccombenza liquidate come da dispositivo, con attribuzione all’Avv. V. dichiaratosi antistatario;

occorre dare atto della sussistenza dei presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 (Cass. SS. UU. n. 4315 del 2020).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese liquidate in Euro 3.000,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, spese generali nella misura del 15% e accessori di legge, con attribuzione.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 11 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 14 ottobre 2021

 

 

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