Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27985 del 21/12/2011

Cassazione civile sez. trib., 21/12/2011, (ud. 15/11/2011, dep. 21/12/2011), n.27985

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUPI Fernando – Presidente –

Dott. D’ALONZO Michele – rel. Consigliere –

Dott. BERNARDI Sergio – Consigliere –

Dott. DI IASI Camilla – Consigliere –

Dott. VIRGILIO Biagio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Ministero dell’Economia e delle Finanze, in persona del Ministro pro

tempore, e l’Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore pro

tempore, entrambi elettivamente domiciliati in Roma alla Via dei

Portoghesi n. 12 presso l’Avvocatura Generale dello Stato che li

rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

s.a.s. TINTOLAV di Pulido G. & C, con sede in

(OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma al Via Principessa Clotilde n. 2

presso lo studio dell’avv. CLARIZIA ANGELO che la rappresenta e

difende, insieme con l’avv. Giuseppe DI CHIO (del Foro di Torino), in

forza della procura speciale rilasciata in calce a controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 55/14/05 depositata il 24 novembre 2005 dalla

Commissione Tributaria Regionale del Piemonte;

Udita la relazione svolta nella pubblica udienza del 15 novembre 2011

dal Cons. Dott. Michele D’ALONZO;

sentite le difese della società, perorate dall’avv. Giuseppe DI

CHIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FIMIANI Pasquale, il quale ha concluso per la declaratoria di

inammissibilità del ricorso del Ministero e per l’accoglimento di

quello dell’Agenzia.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze nonchè l’Agenzia delle Entrate – premesso che con istanza in data 30 ottobre 1996 la TINTOLAV s.a.s. (impresa di commercio all’ingrosso ed al dettaglio di prodotti per lavanderia) aveva chiesto il rimborso della somma di Euro 29.214,40 versata a titolo di ILOR per l’esercizio 1995 sostenendo che il proprio reddito doveva essere escluso dall’imposizione … D.P.R. n. 917 del 1986, ex art. 115, comma 2, lett. e-bis) in quanto si trattava di società … con prevalenza del lavoro dei soci rispetto al capitale, e numero dei soci non superiore a tre (alfine di stabilire la prevalenza del fattore lavoro sul capitale faceva riferimento al valore dei beni strumentali utilizzati e delle rimanenze finali, valore non … superiore a L. un miliardo come indicato nella Circolare … n. 42/E/II1-6-327 del 17 febbraio 1997) -, in forza di due motivi, chiedono di cassare la sentenza n. 55/14/2005 della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia (depositata il 24 novembre 2005) che, decidendo in sede di rinvio disposto con la sentenza n. 6244/04 di questa Corte di legittimità, ha recepito l’appello della contribuente avverso la sfavorevole decisione di primo grado, dichiara(ndo) dovuto il rimborso.

La società insta per il rigetto dell’impugnazione.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. La Commissione Tributaria Regionale – ritenuto che non concorrono … alla determinazione del fattore capitale le poste costituenti le attività numerarie (crediti e disponibilità liquide) – ha accolto l’appello della contribuente affermando dover essere riconosciuta l’esclusione dall’imposizione ILOR del reddito di impresa (derivante da attività commerciale organizzata prevalentemente con il solo lavoro dei tre soci accomandatari) in quanto la redditività del capitale impiegato che assomma ad Euro 12.320,00 (capitale investito Euro 228.148,07 costituito dalle immobilizzazioni e dalle rimanenze di magazzino al 31 dicembre 1995 moltiplicato per il tasso 5,4% d’inflazione tendenziale medio del 1995 indicato dall’Ufficio …) è inferiore alla redditività del fattore lavoro indicata dall’Ufficio in Euro 13.729,66.

2. Le amministrazioni ricorrenti censurano la decisione con due motivi:

(1) violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 115, comma 2, lett. e-bis), nonchè insufficienza, illogicità e contraddittorietà della motivazione, quanto alla esclusione delle poste costituenti le attività numerarie (crediti e disponibilità liquide) dalla determinazione del fattore capitale;

(2) insufficienza, illogicità e contraddittorietà della motivazione in ordine al procedimento di calcolo per pervenire alla (nuova) redditività del fattore lavoro, anche in caso di detta esclusione.

3. Il ricorso – i cui due motivi vanno scrutinati insieme per la identità della regula iuris di base -, integrata la motivazione della sentenza impugnata, ex art. 384 c.p.c., con le considerazioni che seguono, è infondato.

A. la L. 29 dicembre 1990, n. 408, art. 9 come noto, ha aggiunto (con il comma 2) dopo il D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 115, comma 2, lett. e) la lettera “e-bis”, secondo la quale I redditi d’impresa derivanti dall’esercizio di attività commerciali svolte da soggetti diversi da quelli indicati all’art. 87, comma 1 organizzate prevalentemente con il lavoro proprio e dei familiari, ovvero con il lavoro dei soci, a condizione che il numero complessivo delle persone addette, esclusi gli apprendisti fino ad un massimo di tre, compreso il titolare, ovvero compresi i soci, non sia superiore a tre”.

Dal tenore testuale della norma si evince che occorre considerare – in aggiunta alla prevista “condizione” numerica, per così dire “personale”, (costituente il “presupposto minimo indispensabile” per la sua “applicazione”) – la prevalenza (prevalentemente) del lavoro dei soci rispetto all'”organizzazione” (“organizzate”) dell'”attività”.

A.1. Il concetto di “prevalenza” utilizzato dal legislatore – tenuta presente l’intuibile finalità perseguita, di sottrarre ad imposizione, entro certi limiti, un reddito alla cui produzione concorre anche il “lavoro” (“proprio e dei familiari che “dei soci”) -, evoca un giudizio di comparazione tra l’incidenza del lavoro rispetto a quello dell’organizzazione nell'”attività”, il cui esito – in evidente carenza di afferenti indicazioni normative non equivoche sui fattori (e sulle fonti di individuazione degli stessi) da porre a raffronto -, non può essere tratto da meri calcoli aritmetici ma unicamente dal concreto accertamento della effettiva “valenza” produttiva del lavoro impiegato rispetto all’organizzazione.

L'”attività” considerata dalla norma, quindi (Cass., trib., 9 luglio 2002 n. 10581, che ricorda Cass. 1852-00), “può essere soggetta o meno ad ILOR, ai sensi del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 115, a seconda che la società stessa si avvalga o meno di consistenti beni e di prestazioni altrui prevalenti sul lavoro del titolare o dei titolari”.

Anche per Cass., un., 10 agosto 1992 n. 9459 “soltanto l’organizzazione incardinata su una proprietà capitalistica che persegue lo scopo del profitto attraverso l’applicazione ai mezzi di produzione della forma recte: forza di lavoro acquisita, produce reddito d’impresa ai fini ILOR”.

A.2. Il concetto di “organizzazione” tradibile dalla norma, poi, all’evidenza, non può essere ristretto alla considerazione dell’elemento “patrimoniale” ma impone di valutare (ambivalentemente, quindi pro e/o contro il contribuente) tutti gli elementi concretamente confluenti nella produzione del reddito: “il lavoro dei soci”, si è chiarito nella citata decisione n. 10581 del 2002 (nel cui giudizio di merito si era accertato che “Il servizio di trasporto effettuato dalle ditte appaltatrici… costituiva la componente organizzativa fondamentale e di gran lunga prevalente dell’impresa” di quella contribuente), deve essere “prevalente rispetto agli altri elementi” (tutti gli “altri elementi”) “costituenti l’organizzazione dell’impresa”: “la componente organizzativa, cui fa riferimento al D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 115” perciò ed infatti, “non è costituita soltanto dalle componenti patrimoniali dell’impresa ma da tutto quel complesso di rapporti e di beni comunque acquisiti in disponibilità, per mezzo dei quali l’impresa svolge la propria attività”.

B. Alla luce delle delineate nozioni giuridicamente rilevanti ai fini dell’interpretazione della norma il ricorso si rivela destituito di fondamento perchè, comunque, anche l’eventuale inclusione nel computo delle specifiche “attività numerarie” (“crediti” e “disponibilità liquide”, secondo il giudice del merito) non dimostra affatto la prevalenza del “capitale”, nel senso precisato, atteso che quei “crediti” e quelle “disponibilità liquide” (costituenti le uniche “attività” in contestazione), in carenza di qualsivoglia allegazione in ordine alla loro precisa diversa origine e/o destinazione, non rappresentano univoci elementi significativi di una prevalenza della componente “capitale”, ben potendo rappresentare solo il frutto di attività resa con precedente lavoro prevalentemente personale dei soci, siccome remunerazione, quindi, anche della stessa.

4. Tenuto conto delle considerazioni svolte, le spese del giudizio di legittimità vanno integralmente compensate ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2.

P.T.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa integralmente tra le parti le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 15 novembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 21 dicembre 2011

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