Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2798 del 31/01/2022

Cassazione civile sez. trib., 31/01/2022, (ud. 10/11/2021, dep. 31/01/2022), n.2798

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PERRINO A.M. – Presidente –

Dott. NONNO Giacomo Mar – Consigliere –

Dott. TRISCARI G. – rel. Consigliere –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. PUTATURO DONATI VISCIDO DI NOCERA M.G. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 26150 del ruolo generale dell’anno 2014

proposto da:

Nima Automobili s.n.c. di G.M.D. & C s.n.c.,

in persona del legale rappresentante, rappresentata e difesa

dall’Avv. Francesco Mancini per procura speciale a margine del

ricorso, elettivamente domiciliata in Roma, via della Giuliana, n.

18, presso lo studio dell’Avv. Vincenzo Ioffredi;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle entrate;

– intimata –

per la cassazione della sentenza della Commissione tributarla

regionale del Molise, n. 77/1/2014, depositata in data 31 marzo

2014;

udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 10 novembre

2021 dal Consigliere Giancarlo Triscari.

 

Fatto

RITENUTO

che:

dall’esposizione in fatto della sentenza impugnata si evince che: l’Agenzia delle entrate aveva emesso un avviso di accertamento nei confronti di Nima Automobili s.n.c. di G.M.D. & C s.n.c., con il quale, relativamente all’anno di imposta 2004, aveva contestato una maggiore Iva, Irap e Irpef, atteso che la società aveva ricevuto fatture passive per operazioni soggettivamente inesistenti; avverso l’atto impositivo la società aveva proposto ricorso che era stato accolto dalla Commissione tributaria provinciale di Campobasso; avverso la pronuncia del giudice di primo grado l’Agenzia delle entrate aveva proposto appello;

la Commissione tributaria regionale del Molise ha accolto l’appello, in particolare ha ritenuto che vi era prova della inesistenza soggettiva delle società che avevano emesso le fatture in favore della contribuente, posto che nessuna delle suddette società aveva una struttura organizzativa per svolgere l’attività commerciale, le sedi erano risultate fittizie, non era stata rinvenuta alcun attrezzatura; d’altro lato, nessuna prova contraria era stata offerta dalla società, non assumendo rilevanza la apparente regolarità dei pagamenti; avverso la suddetta pronuncia la società ha quindi proposto ricorso per la cassazione affidato a tre motivi di censura;

l’Agenzia delle entrate ha depositato un atto denominato “di costituzione” con il quale ha dichiarato di costituirsi ai soli fini dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo di ricorso si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), per violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, di cui all’art. 112 c.p.c., per vizio di ultrapetizione, non avendo preso atto della formazione del giudicato interno in merito alla ricostruzione dei ricavi;

in particolare, parte ricorrente deduce che, rispetto alla pronuncia del giudice di primo grado che aveva annullato interamente l’avviso di accertamento, ivi compreso, quindi, il rilievo relativo alla ricostruzione induttiva dei ricavi, l’Agenzia delle entrate non aveva specificamente impugnato tale parte della pronuncia, limitandosi a censurare la sentenza unicamente sotto il profilo della esistenza, nel caso di specie, di operazioni soggettivamente inesistenti, sicché il giudice di appello non avrebbe potuto pronunciarsi sulla legittimità dell’atto impositivo anche relativamente alla pretesa relativa alla ricostruzione induttiva dei ricavi;

il motivo è infondato;

si evince dal contenuto dell’avviso di accertamento, riprodotto dalla ricorrente, che lo stesso si basava sulla ritenuta inesistenza soggettiva delle operazioni fatture nei confronti della società e che, in questo ambito, l’Agenzia delle entrate aveva contestato non solo il mancato versamento dell’Iva ma ha, correlativamente, rideterminato l’imponibile, accertando un maggior reddito “derivante dai suddetti acquisti nella misura del 15% pari al ricarico medio applicato dagli operatori dello specifico settore merceologico”;

la stessa parte ricorrente evidenzia (pag. 19 del ricorso) che il giudice di primo grado aveva annullato anche la ricostruzione dei ricavi operata dall’ufficio sulla scorta del p.v.c. della Guardia di finanza, che aveva inteso calcolare, sull’ammontare degli acquisti inerenti operazioni qualificate soggettivamente fittizie, un ricarico del 15%, commisurato alla presunta media del ricarico degli operatori di settore;

la questione, quindi, del maggior reddito era strettamente correlata a quella della verifica della inesistenza soggettiva delle operazioni, profilo su quale si è pronunciato il giudice di primo grado, con conseguente venire meno, implicitamente, anche di quella relativa alla sussistenza dei maggiori ricavi una volta risolta in senso favorevole alla società la questione della inesistenza soggettiva delle operazioni;

sotto tale profilo, l’atto di appello dell’Agenzia delle entrate si e’, correttamente, rivolto a impugnare la statuizione a sé sfavorevole, involgendo, di conseguenza, anche la pronuncia implicita della sentenza di primo grado;

non può, quindi, ragionarsi in termini di ultrapetizione del giudice del gravame, posto che, una volta ritenuta provato, diversamente dal giudice di primo grado, che le operazioni erano soggettivamente inesistenti, ha, correlativamente, ritenuto legittima anche la pretesa relativa ai maggiori ricavi;

ciò precisato, ed escluso quindi che si sia formato il giudicato interno sulla questione del recupero ai fini delle imposte dirette, ai fini della definizione della presente controversia va osservato che la pretesa è stata fatta valere nei confronti della società ed ha avuto ad oggetto la contestazione di un maggiore reddito di impresa, rilevante ai fini delle imposte dirette che dell’Irap, oltre che del diritto alla detrazione dell’Iva, in relazione agli acquisti compiuta da altre società ritenute dall’amministrazione finanziaria mere cartiere;

la suddetta ricostruzione dell’oggetto della pretesa deriva dall’esame del contenuto dell’avviso di accertamento riprodotto dalla ricorrente nel ricorso (vd. pag. 21) e da quanto specificamente precisato dalla sentenza censurata, ove si evince che: “con sentenza 28-2-2009 la C.T.P. di Campobasso, in accoglimento del ricorso proposto dalla Nima Automobili s.n.c. di G.M.D. e C. annullava l’avviso di accertamento IVA-IRAP-IRPEF dell’anno 2004”;

ne consegue che, trattandosi di società di persone nei confronti della quale la pretesa ha avuto ad oggetto, oltre che l’Iva, anche l’Irap e le imposte dirette, il contraddittorio, sin dal primo giudizio di merito, avrebbe dovuto essere instaurato anche nei confronti dei soci;

invero, nel processo tributario, nel caso di rettifica delle dichiarazioni dei redditi delle società di persone, sussiste il litisconsorzio necessario originario tra la società e tutti i soci della stessa, in ragione dell’unitarietà dell’accertamento, che è alla base della rettifica e della conseguente automatica imputazione dei redditi a ciascun socio, proporzionalmente alla quota di partecipazione agli utili ed indipendentemente dalla percezione degli stessi;

le Sezioni Unite di questa Corte hanno avuto modo di chiarire come “l’unitarietà dell’accertamento che è (o deve essere) alla base della rettifica delle dichiarazioni dei redditi delle società ed associazioni di cui all’art. 5 TUIR, e dei soci delle stesse (…) e la conseguente automatica imputazione dei redditi della società a ciascun socio proporzionalmente alla quota di partecipazione agli utili, indipendentemente dalla percezione degli stessi, comporta che il ricorso proposto da uno dei soci o dalla società, anche avverso un solo avviso di rettifica, riguarda inscindibilmente la società ed i soci (salvo che questi prospettino questioni personali), i quali tutti devono essere parte nello stesso processo, e la controversia non può essere decisa limitatamente ad alcuni soltanto di essi (…) perché non ha ad oggetto la singola posizione debitoria del o dei ricorrenti, bensì la posizione inscindibilmente comune a tutti i debitori rispetto all’obbligazione dedotta nell’atto autoritativo impugnato” (Cass. Sez. U., 18 gennaio 2007, n. 1052);

successivamente, le stesse Sezioni Unite hanno approfondito il tema, traendone le conseguenze specifiche per i casi quale quello oggi in esame, precisando che: “ogni volta che, per effetto della norma tributaria o per l’azione esercitata dall’amministrazione finanziaria, l’atto impositivo debba essere o sia unitario, coinvolgendo nell’unicità della fattispecie costitutiva dell’obbligazione una pluralità di soggetti, ed il ricorso, pur proposto da uno o più degli obbligati, abbia ad oggetto non la singola posizione debitoria del o dei ricorrenti, bensì la posizione inscindibìlmente comune a tutti i debitori rispetto all’obbligazione dedotta nell’atto autoritativo impugnato, ricorre un’ipotesi di litisconsorzio necessario nel processo tributario, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 14, comma 1”, la cui violazione si ripercuote sulla regolarità del contraddittorio, soggetta al controllo anche officioso del giudice in ogni stato e grado, comportando la “nullità di tutte le attività processuali conseguenti (artt. 156 e 159 c.p.c.) ed il regresso del processo al primo giudice” (Cass. Sez. U., 4 giugno 2008, n. 14815, poi ribadita da Cass., Sez. U. n. 3678/2009; vd. inoltre, Cass. civ., 17 giugno 2015, n. 12547; Cass. civ., 10 aprile 2015, n. 7212; Cass. civ., 26 luglio 2013, n. 18127; Cass. civ., 24 gennaio 2018, n. 1689; Cass. civ., 16 gennaio 2019, n. 913);

analogamente, in materia di Irap delle società di persone, le Sezioni Unite di questa Suprema Corte (Cass., Sez. U., 22 maggio 2012, n. 10145) hanno precisato che si ripropone la medesima situazione di litisconsorzio necessario tra i soci e le società di persone già affermata dalle medesime Sezioni Unite riguardo all’Ilor con la sentenza 4 giugno 2008, n. 14815, atteso che, allo stesso modo, sussiste una sostanziale coincidenza degli elementi economici che costituiscono i presupposti rispettivamente accertati a carico della società (IRAP) e dell’imposta a carico dei soci (IRPEF) che vincola il tributo dovuto dai soci al giudicato sull’imposta a carico della società, con conseguente collegamento tra la pretesa tributaria ai fini Irap nei confronti della società, in ragione di maggiori ricavi, e la pretesa tributaria ai fini Irpef, nei confronti dei soci, in ragione di maggiori utili distribuiti, che giustifica sul piano razionale e dell’intrinseca ragionevolezza, il litisconsorzio necessario tra società e soci;

non ricorre, inoltre, l’ipotesi in cui la Corte ha escluso la necessità della declaratoria di nullità dell’intero giudizio con rimessione degli atti al primo giudizio (esaminata, per prima, da Cass., sez. 18 febbraio 2010, n. 2830), giacché non emerge la trattazione simultanea dei giudizi nei gradi di merito e da parte della medesima Commissione, né risulta la pendenza in Cassazione di tutte le cause concernenti la società e tutti i soci in relazione all’anno d’imposta in esame;

nel caso in esame poiché nel primo grado il ricorso risulta proposto solo dalla società, come desumibile anche dalla concorde ricostruzione dei fatti effettuata sia dal ricorrente che dalla Agenzia, e dall’esame della sentenza di merito, occorreva l’integrazione del contraddittorio nei confronti degli altri soci, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 14, sicché il giudizio celebrato senza la partecipazione di tutti i litisconsorzi necessari è affetto da nullità assoluta, rilevabile anche d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento (Cass. S.U. nn. 1052/2007 e 14815/08; conf., ex multis, Cass. civ., nn. 26071/15, 7212/15, 1047/13, 13073/12, 23096/12, Cass. n. 17549 del 02/09/2016);

la suddetta considerazione esime, di conseguenza, l’esame degli ulteriori motivi di ricorso proposti dalla ricorrente;

conclusivamente, quindi, rilevata la violazione del litisconsorzio necessario, va dichiarata la nullità dell’intero giudizio con conseguente cassazione della sentenza impugnata e rinvio della causa al giudice di primo grado, ai sensi dell’art. 383 c.p.c., comma 3, che provvederà a rinnovare il giudizio di merito a contraddittorio integro e a regolamentare le spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

La Corte:

pronunciando sul ricorso, dichiara la nullità dell’intero giudizio, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione tributaria provinciale di Campobasso, cui demanda di provvedere anche sulle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, il 10 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2022

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA