Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27978 del 07/12/2020

Cassazione civile sez. trib., 07/12/2020, (ud. 23/09/2020, dep. 07/12/2020), n.27978

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – rel. Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina Anna Piera – Consigliere –

Dott. ROSSI Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16063-2013 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

E contro

A.A.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 115/2012 della COMM. TRIB. REG. SEZ. DIST. di

BRESCIA, depositata il 14/05/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/09/2020 dal Consigliere Dott. ROSITA D’ANGIOLELLA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

La vicenda oggetto della presente controversia, così come narrata nella sentenza impugnata dinanzi a questa corte di legittimità, trae origine da due avvisi di accertamento emessi dall’Agenzia delle entrate nei confronti di A.A., con i quali venivano recuperati a tassazione maggiori imposte ai fini Irpef, per gli anni 2002 e 2003.

A.A. impugnava tali avvisi di accertamento innanzi alla Commissione tributaria provinciale di Cremona che, con sentenza n. 121/02/2010, accoglieva integralmente il ricorso. In particolare, i primi giudici annullavano gli avvisi di accertamento ritenendo che, con riferimento al D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (t.u.i.r.), art. 2, l’iscrizione all’anagrafe all’estero non era elemento determinante e che la verifica della documentazione prodotta dal ricorrente provava che il contribuente non aveva domicilio in Italia.

La Commissione tributaria regionale della Lombardia (di seguito, CTR), con la sentenza n. 115/67/2012, qui impugnata, confermava integralmente la sentenza dei primi giudici sulla non assoggettabilità ad imposizione fiscale dell’ A. in quanto non avente domicilio in Italia.

L’Agenzia delle entrate ha proposto ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi.

A.A. è rimasto intimato.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo di ricorso l’Agenzia delle entrate deduce, l’insufficiente motivazione della sentenza impugnata per aver la CTR valorizzato alcuni fatti privi di ogni significatività, ovvero affermato la significatività in maniera apodittica; in particolare assume che, benchè fosse fatto controverso e decisivo il se l’ A. avesse avuto o meno, negli anni 2002 e 2003, abituale dimora nel Principato di Monaco, le argomentazioni della CTR sono rimaste insufficienti (sul contratto di locazione settennale, sulla stabilità del rapporto di lavoro nel principato di Monaco, sulla fonte di reddito percepito per gli anni in contestazione, sul possesso della patente) ed apodittiche (polizza assicurativa pagamenti con carta di credito, presenza in Italia nel periodo in contestazione), soprattutto in considerazione degli elementi dedotti e comprovati dall’Ufficio nelle fase di merito e ribadite in ricorso.

1.2. Con il secondo motivo, la ricorrente censura la decisione impugnata sotto il profilo della violazione e falsa applicazione del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (t.u.i.r.), artt. 2 e 2-bis, e dell’art. 2697 c.c., nella parte in cui non ha considerato che non era onere dell’Ufficio dimostrare che il sig. A. fosse residente in Italia o che in Italia avesse il domicilio, mentre, invece, era onere del contribuente dimostrare che non aveva domicilio in Italia per gli anni in contestazione.

1.3. Con il terzo motivo la ricorrente nuovamente deduce il vizio motivazionale, sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per aver la Commissione regionale valorizzato alcuni fatti privi di ogni significatività per escludere il domicilio in Italia del contribuente (quali i pagamenti effettuati, tramite carata dei credito, all’estero nonchè i giorni di presenza in Italia) e ritenere, per converso, la dimora abituale del contribuente nel principato di Monaco.

1.4. Anche la censura di cui al quarto ed ultimo motivo di ricorso investe il vizio di motivazione, nella parte in cui la CTR avrebbe, con argomentazioni insufficienti ed apodittiche, ritenuto che l’ A. avesse la sede principale degli affari ed interessi nel Principato di Monaco senza, nel contempo, accertare con una valutazione comparativa, quali interessi avesse in Italia. In particolare, il vizio motivazionale riguarderebbe sia gli interessi personali (rimanendo non argomentato, nè provato quali relazioni sociali avesse l’ A. nel Principato di Monaco), sia quelli economici (su cui la CTR argomenta solo per l’annualità 2002).

2. Dalla motivazione della gravata sentenza, risulta che la CTR ha ritenuto che la documentazione prodotta dal contribuente dimostrasse, ai sensi del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, ex art. 2, commi 2 e 2 bis, che la sede principale degli affari e degli interessi, per gli anni 2002 e 2003, era il Principato di Monaco e non l’Italia. Ciò ha ritenuto valorizzando i seguenti elementi circostanziali addotti dal contribuente:

– “di avere trasferito la residenza nel giugno 2000, in un appartamento con contratto di locazione di sette anni”;

– “di aver pagato… le bollette delle utenze”;

– “di aver lavorato dall’ottobre 2000 al marzo 2002 alle dipendenze di Banque J. Safra, di Credito Commerciai de France e di UBS (Monaco) S.A. pagamento delle bollette di tutte con sede in Monaco”;

– “di aver percepito un reddito di 178.838,46 nel 2002”;

– “di essere in possesso di patente di guida rilasciata il (OMISSIS) dalle autorità competenti del Principato di Monaco valida fino al 2042”;

– “di essere titolare di polizza assicurativa per la propria autovettura”;

– di aver effettuato “pagamenti negli anni 2001, 2002, 2003 per gran parte all’estero ed in piccola parte in Italia”;

– per aver “indicato la propria presenza in Italia in giorni sette nel 2001, in giorni 17 nel 2002 ed in giorni otto nel 2003”.

3. In relazione al dedotto vizio di motivazione, si osserva, preliminarmente, che sebbene con il ricorso per cassazione non si può rimettere in discussione la valutazione delle risultanze processuali e la ricostruzione della fattispecie operate dai giudici del merito cui spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove (cfr. Sez. 6-5, Ordinanza, n. 9097 del 07/04/2017, Rv. 643792-01), la deduzione del vizio di motivazione conferisce comunque al giudice di legittimità la facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, sicchè l’insufficienza delle medesime, censurata sotto il profilo del vizio di motivazione, può legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili di ufficio, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della decisione (cfr. Sez. 5, Ordinanza n. 19547 del 04/08/2017, Rv. 645292-01).

4. Alla luce di tali principi, risultano ammissibili i motivi di ricorso che censurano il vizio motivazionale, perchè indicano una serie di “fatti” – dedotti già nei giudizi di merito e non adeguatamente valutati nella sentenza impugnata – che denotano consistenti lacune dell’apparato motivazionale della sentenza, sì da consentire a questo giudice di legittimità il controllo della coerenza logica giuridica della motivazione. L’indicazione, nella rubrica del primo mezzo, del n. 3 dell’art. 360 c.p.c., comma 1, non ne esclude l’ammissibilità, considerato che l’esposizione del motivo del ricorso pone in maniera chiara ed inequivoca la questione della illegittimità della sentenza per insufficienza della motivazione ai sensi dell’art. 360 cit., n. 5, nella previgente formulazione, trattandosi di sentenza pubblicata in data 14 maggio 2012.

5. Ciò posto, il ricorso è fondato nei limiti di cui appresso.

6. L’amministrazione erariale si duole perchè la CTR pur riferendosi al principio dell’effettività del domicilio del contribuente – rilevante, ai sensi del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (t.u.i.r.), art. 2, commi 2 e 2 bis, secondo il principio della tassazione del reddito ovunque prodotto – da intendersi quale domicilio in cui il soggetto sottoposto ad imposizione fiscale ha la sede principale degli affari e degli interessi economici e delle relazioni personali, ha valorizzato fatti irrilevanti ai fini dell’indagine sul domicilio fiscale omettendo di considerare elementi circostanziali decisivi risultanti dagli atti e violando le regole dell’onere probatorio.

6.1. Sul piano dei principi va considerato che, in tema di imposte sui redditi, ai sensi del combinato disposto dell’art. 2 t.u.i.r. e dell’art. 43 c.c., deve considerarsi soggetto passivo il cittadino italiano che, pur risiedendo all’estero, stabilisca in Italia, per la maggior parte del periodo d’imposta, il suo domicilio, inteso come la sede principale degli affari ed interessi economici nonchè delle relazioni personali e ciò in base a vari elementi presuntivi – come nella specie la locazione di beni immobili nella quale trascorra diversi periodi dell’anno oggetto di accertamento, la gestione di affari, le relazioni sociali e familiari – la cui prova incombe sul contribuente e ciò a prescindere anche dall’iscrizione del soggetto nell’A.I.R.E..

6.2. In buona sostanza, la persona fisica iscritta all’anagrafe estera dovrà fornire elementi sostanziali che comprovino il suo reale trasferimento all’estero e quindi l’insussistenza nel nostro Paese della dimora abituale, ovvero del complesso dei rapporti afferenti gli affari e gli interessi, allargati, oltre che agli aspetti economici, a quelli familiari, sociali e morali (ossia il domicilio).

7. Ora, se non risulta viziato il ragionamento dei secondi giudizi dal punto di vista della violazione di legge – avendo correttamente sussunto la fattispecie concreta nell’ipotesi di cui all’art. 2, t.u.i.r., commi 2 e 2 bis, affermando che dalla documentazione prodotta dal ricorrente, su cui grava l’onere probatorio, risulta dimostrato che il domicilio effettivo del contribuente era sito nel Principato di Monaco – appare evidente il vizio motivazionale della gravata sentenza, rispetto ai fatti esaminati e che tale domicilio effettivo avrebbero dovuto provare.

7.1. In particolare, non risultano adeguatamente motivati nella sentenza impugnata i fatti principali sui quali è stata fondata la decisione e sui quali si erano appuntati i rilievi dell’Ufficio, e cioè:

– la durata del contratti:), di locazione del giugno 2000 dell’appartamento sito nel Principato di Monaco rispetto a quella indicata al doc. 2 del ricorso del contribuente (bail a loyer – la bail prend effect le jiullet 2000 pour se terminer le 30 juin 2001) nonchè la sua eventuale tacita rinnovazione (le bail se poursuiura par tacite reconduction pour meme periode sans denunciation), avendo la CTR affermato apoditticamente che il contratto è sorto nell’anno 2000 con durata settennale;

– il se l’attività lavorativa svolta dal contribuente presso le banche indicate nella motivazione della sentenza, riguardasse entrambi gli anni oggetto di accertamento e se, in base alla documentazione prodotta in atti dal contribuente, potesse considerarsi almeno attività lavorativa continuativa, sì da giustificare l’effettività del domicilio nel Principato di Monaco;

– quali siano le fonti del “reddito di Euro 178.838,46 nel 2002”, ovvero se siano, oppur no, riferibili all’attività di lavoro assunta come svolta nel principato di Monaco; come la CTR abbia inteso le risultanze della documentazione prodotta dallo stesso contribuente – e riprodotta dalla ricorrente amministrazione in copia fotostatica (v. doc. 19, 19/b, 19/c, 19/d, e 20, pagg. 22 ricorso) – che, invece, attesterebbero in capo ad A.A. soltanto un reddito di investimento pari ad Euro 8.346,36 mentre attribuiscono la liquidità di Euro 178.838,46 a favore di un soggetto, non meglio identificato, intestatario di un conto n. 3899 presso la UBS (v. doc. 20: titulaire du compte n. 3899), la cui riferibilità al contribuente è rimasta immotivata;

– su quali fonti di convincimento, i secondi giudici hanno fondato l’affermazione – evidentemente apodittica – secondo cui “i pagamenti effettuati negli anni 2001, 2002 e 2003 per gran parte all’estero ed in piccola parte in Italia”;

– su quali fonti di convincimento hanno ritenuto fortemente indiziaria la mera indicazione del contribuente (“il contribuente ha indicato”) del numero dei giorni passati in Italia nel periodo in contestazione e quale documentazione attestasse tale indicazione.

8. Ne consegue che, che poichè in relazione a tali fatti vi è grave insufficienza della motivazione, la sentenza impugnata risulta illegittima per incoerenza logica e giuridica, non potendosi stabilire se il contribuente abbia interrotto, oppur no, ogni rapporto significativo con il territorio dello Stato, in rispetto del principio dell’unicità del domicilio, ex art. 43 c.c. (cfr. Sez. 5, Sentenza n. 961 del 21/01/2015, Rv. 634470-01).

9. Il primo motivo di ricorso va, dunque, accolto con assorbimento del terzo e quarto motivo. Giacchè, come innanzi già esposto, non si riscontra alcun vizio di sussunzione della fattispecie concreta in quella astratta prevista dalle disposizioni del t.u.i.r. citate, nè di errata applicazione dell’onere probatorio correttamente posto a carico del contribuente, il secondo motivo di ricorso risulta infondato.

10. In conclusione, il ricorso va accolto nei limiti di cui innanzi e la sentenza impugnata va cassata, con rinvio alla CTR della Lombardia, in diversa composizione, affinchè argomenti in maniera adeguata le ragioni che hanno portato a ritenere che A.A. abbia avuto, per gli anni 2002 e 2003, il domicilio nel Principato di Monaco e non in Italia. La CTR della Lombardia in sede di rinvio è tenuta a provvedere anche in ordine alle spese del presente giudizio.

PQM

Accoglie il ricorso, per quanto in motivazione, cassa la sentenza impugnata, con rinvio alla CTR della Lombardia, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche in ordine alle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nella Causa di consiglio della V sezione civile della Corte di Cassazione, il 23 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 7 dicembre 2020

 

 

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