Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27953 del 30/10/2019

Cassazione civile sez. I, 30/10/2019, (ud. 11/07/2019, dep. 30/10/2019), n.27953

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1952/2018 proposto da:

I.N., elettivamente domiciliato in Roma presso la

cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso

dall’avvocato Stefano Mannironi;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, domiciliato in Roma presso l’Avvocatura

Generale dello Stato che lo rappresenta e difende ex lege;

– controricorrente –

avverso la sentenza 940/2017 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI

depositata il 13/11/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

11/07/2019 dal Cons. Dott. MARULLI MARCO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. I.N., cittadino (OMISSIS), ricorre a questa Corte avverso l’epigrafata sentenza con la quale la Corte d’Appello di Cagliari, attinta dal medesimo ai sensi del D.Lgs. 1 settembre 2011, n. 150, art. 19 e art. 702-quater c.p.c., ha confermato il diniego di protezione internazionale ed umanitaria decretato in primo grado e ne chiede la cassazione sul base di nove motivi di ricorso illustrati pure con memoria.

Al proposto ricorso resiste l’amministrazione intimata con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

2.1. Con il primo motivo si deduce la violazione del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 19, in relazione all’art. 25 Cost. e l’omesse esame di un fatto decisivo.

Il decidente avrebbe ricusato la fondatezza del motivo di appello volto a denunciare la violazione delle norme in rubrica perchè il provvedimento appellato era stato pronunciato da un giudice assegnato al Tribunale di Oristano e di seguito all’udienza tenutasi in quel Tribunale, ancorchè giudice competente fosse il Tribunale di Cagliari in quanto Tribunale coincidente con il capoluogo del distretto della Corte d’Appello in cui ha sede la Commissione territoriale. Al contrario il decidente si era mostrato dell’avviso che, essendo il predetto giudice applicato al Tribunale di Cagliari ed essendo stato oltretutto autorizzato a tenere le udienza presso il Tribunale di Oristano, era “evidente che tale giudice aveva deciso la presente causa non nell’esercizio di funzioni quale magistrato in servizio presso il Tribunale di Oristano, ma in forza del citato provvedimento di applicazione al Tribunale di Cagliari, a nulla rilevando, in senso contrario, il fatto che non avesse materialmente tenuto l’udienza nelle aule di tale ultimo ufficio”.

2.2. Il motivo è inammissibile.

Esso omette di confrontarsi con le ragioni della sentenza evitando di prendere criticamente posizione rispetto alle argomentazioni sviluppate dal decidente a supporto del proprio deliberato, così incorrendo nella preclusione discendente dalla violazione del precetto di specificità del ricorso per cassazione.

Il ricorrente, a pretesa confutazione di quanto fatto valere dal decidente, si è infatti in questa sede limitata a reiterare quanto già vanamente portato a conoscenza del medesimo nelle pregressa fase di giudizio, ove non solo il decidente si è dato cura di respingere l’analoga eccezione facendo rilevare – in diretta consonanza con il principio secondo cui la violazione del principio del giudice naturale è ravvisabile solo in relazione alle norme che ne determinano preventivamente la competenza – che, in virtù del pregresso provvedimento di applicazione, il provvedimento impugnato era stato deliberato dal giudice competente secundum ius, ma, smentendo alla radice l’opinione che in ciò si potesse configurare un vizio di coerenza, ha inteso sottolineare l’inconferenza al riguardo del fatto che l’udienza si fosse tenuta in un luogo diverso da quello in cui il giudice territorialmente competente siede, giudicando la relativa allegazione appunto irrilevante ai fini dell’osservanza del principio del giudice naturale.

3.1. Con il secondo motivo di ricorso si deduce la violazione del D.P.R. 16 settembre 2004, n. 303, art. 4, in relazione agli artt. 24,97 e 111 Cost., nonchè dell’art. 10 Cost., in relazione all’art. 6 CEDU e art. 342 c.p.c., l’omesso esame di un fatto decisivo.

Il decidente avrebbe invero rigettato il motivo di appello afferente ai criteri di composizione della Commissione territoriale, alla mancata attribuzione al suo Presidente del compito di estensione della decisione e alla mancanza della certificazione del provvedimento adottato da parte del segretario negando la conferenza dei rilievi in relazione alla natura del procedimento, senza avvedersi che in tal modo si finisce per legittimare la sistematica violazione da parte delle Commissioni territoriali delle norme richiamate in premessa; in ragione del che, riconoscendo perciò la illegittimità del provvedimento impugnato, avrebbe dovuto disapplicarlo in adesione alla L. 20 marzo 1865, n. 2248, artt. 4 e 5, diversamente dovendo eccepirsi l’illegittimità costituzionale per contrasto con gli artt. 3 e 97 Cost., D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, artt. 4, 28 e 32, nonchè della L. n. 2248 del 1865, citati artt. 4 e 5.

3.2. Parimenti con il terzo motivo di ricorso si deduce la violazione del D.P.R. n. 303 del 2004, art. 4, in relazione agli artt. 24,97 e 111 Cost., nonchè dell’art. 10 Cost., in relazione all’art. 6 CEDU e art. 342 c.p.c. e l’omesso esame di un fatto decisivo.

Il decidente avrebbe invero rigettato il motivo di appello afferente alla mancata traduzione del provvedimento impugnato in una lingua comprensibile al ricorrente (nella specie era stato tradotto in lingua araba il solo dispositivo e l’avvertenza circa l’impugnabilità del provvedimento), senza avvedersi che in tal modo l’interessato non è stato posto in grado di esercitare i propri diritti di difesa; diversamente dovendo eccepirsi l’illegittimità costituzionale per contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost., delle norme in rubrica in relazione alla parallela ipotesi dell’espulsione.

3.3. I sopradetti motivi esaminabili congiuntamente, anche laddove palesano un preteso vizio di incostituzionalità nell’interpretazione delle norme fatta propria dal decidente, non hanno fondamento.

3.4. Va qui ribadito a conforto della contestata decisione, il convincimento ancora di recente enunciato da questa Corte che “in materia di protezione internazionale, il ricorso giurisdizionale proposto dal richiedente, all’esito negativo della fase amministrativa – nell’ambito della quale un collegio di esperti esamina la domanda previa sua audizione – non ha per oggetto un giudizio d’impugnazione del provvedimento della Commissione territoriale, ma il diritto soggettivo dell’istante alla protezione invocata”, sicchè il relativo giudizio non può concludersi con il mero annullamento del diniego amministrativo della protezione, in tesi, illegittimo, ma deve pervenire alla decisione sulla spettanza o meno del diritto alla stessa, e ciò in quanto la legge stabilisce che la sentenza del Tribunale può contenere, alternativamente, il rigetto del ricorso ovvero il riconoscimento dello status di rifugiato o di persona cui è accordata la protezione sussidiaria, o umanitaria e non prevede il puro e semplice annullamento della decisione della Commissione, neppure quando se ne deduca, come nella specie, la nullità per l’omessa sua comunicazione in lingua comprensibile dall’interessato o, in mancanza in una lingua veicolare. Donde il principio di diritto affermato nell’occasione che “la disposizione di cui al D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 19, comma 9, oggi D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 13, nel richiedere una statuizione di merito in ordine alla spettanza o meno del diritto alla protezione internazionale senza prevedere una decisione di mero annullamento del provvedimento negativo della Commissione territoriale si giustifica in ragione del fatto che la rimozione di tale atto non è idonea ad incidere sulla situazione giuridica sostanziale del richiedente, intesa ad ottenere la protezione, a differenza di quanto avviene per la statuizione di annullamento del provvedimento di espulsione, che di per sè ripristina il diritto sostanziale dell’espellendo illegittimamente inciso, così realizzando il suo interesse protetto e ponendo termine al processo” (Cass., Sez. I, 21/11/2018, n. 30105).

3.5. Nè, per vero si ha ragione di dubitare della legittimità costituzionale delle norme in indirizzo.

Inammissibile si rivela, in questa direzione, la pretesa violazione cui condurrebbe l’interpretazione anzidetta in relazione all’art. 97 Cost., poichè, ove non altrimenti assordita dalle pregresse ragioni di infondatezza (Cass., Sez. I, 21/11/2018, n. 30105), difetta, nella prospettazione della relativa eccezione, l’illustrazione delle ragioni in guisa delle quali risulterebbero lesi i principi del buon andamento e dell’imparzialità della Pubblica Amministrazione, posto che la fase amministrativa del procedimento, per come è concretamente disciplinata dalla legge, non contrasta dette finalità, ma anzi ne assicura la puntuale realizzazione per mezzo di una regolazione dei singoli momenti che ne scandiscono l’iter in grado di garantire, nel superiore interesse del richiedente, l’efficacia delle procedure ed insieme la piena trasparenza dei meccanismi decisionali.

Infondata per contro è la pretesa violazione allegata in relazione all’art. 3 Cost., posto che “la differente rilevanza che va riconnessa ai vizi del provvedimento adottato dalla Commissione territoriale rispetto a quelli che inficiano il provvedimento di espulsione non è, lesiva del principio di uguaglianza, trattandosi di statuizioni incidenti su provvedimenti aventi effetti diversi e non comparabili” (Cass., Sez. I, 21/11/2018, n. 30105). E infondato è pure il richiamo agli artt. 24 e 111 Cost. e all’art. 6 CEDU, (parametro che, peraltro, non è direttamente denunciabile, neppure in riferimento all’art. 10 Cost., trattandosi di norma pattizia), quanto il diritto ad un equo processo del richiedente protezione risulta appieno garantito mediante la possibiiità di adire del giudice e così dispiegare compiutamente ogni sua difesa nell’ambito del processo” (Cass., Sez. I, 21/11/2018, n. 30105).

Del tutto inconferenti sono poi le doglianze di incostituzionalità degli artt. 4 e 5 della Legge di abolizione del contenzioso, non avendo dette norme costituito oggetto di applicazione nella specie.

4.1. Con il quarto motivo di ricorso si deduce la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, lett. e) e art. 3 e l’omesso esame di un fatto decisivo.

Il decidente avrebbe erroneamente rigettato il motivo di appello afferente al mancato riconoscimento dello status di rifugiato, quantunque apparisse incontestato che il ricorrente fosse stato malmenato, così come si era pure evidenziato che nella specie egli appartenesse ad un gruppo sociale che non può avvalersi della protezione statuale nel paese di provenienza atteso il livello di corruzione diffuso negli apparati dello stato.

4.2. Il motivo è inammissibile.

Il Tribunale, prima, e la Corte d’Appello, poi, hanno escluso la sussistenza di un pericolo persecutorio legittimante il riconoscimento dello status di rifugiato affermando, il primo, che nel racconto del ricorrente non sono ravvisabili atti persecutori motivati da ragioni di razza, di nazionalità, di religione e di appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, e la seconda, che, benchè sollecitato dalla Commissione territoriale, il ricorrente non aveva fatto cenno alcuno a persecuzioni di natura religiosa, così come nulla al riguardo aveva inteso riferire in sede di comparizione avanti al primo giudice.

Il motivo, senza offrire argomenti che facciano decampare la vicenda personale dal ricorrente dal quadro di una questione che, pur con significative implicazioni esteriori, resta comunque confinata in un ambito privato, non si confronta con le ragioni della decisione ed in particolare non ne censura la ratio, dato che omette di indicare quale delle diverse motivazioni persecutorie previste dall’art. 2, lett. e), siano ravvisabili nel caso specifico, mentre del tutto generico è il riferimento alla sua appartenenza ad un gruppo sociale che non potrebbe avere accesso alla protezione statuale e privo di conferenza si rivela il fatto che il giudice non avesse inteso escutere il ricorrente al riguardo.

5.1. Con il quinto motivo si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 10, Cost., in relazione al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, artt. 5 e 13 e all’art. 6 Dir. CEE n. 115/2008 e l’omesso esame di un fatto decisivo afferente al mancato riconoscimento del diritto d’asilo, denegato dal decidente sul presupposto che la doglianza risultava infondata essendo il diritto di asilo positivamente ed integralmente regolamento a mezzo delle misure previste dalla legislazione di protezione. E ciò malgrado in contrario non possa non vedersi come anche la fattispecie del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 19, rientri nell’alveo della fattispecie dell’art. 10 Cost..

5.2. Il motivo non ha pregio.

Ribadita in principio, come ancora di recente affermato (Cass., Sez. VI-I, 19/04/2019, n. 11110), la fondatezza del convincimento esternato dal decidente del grado ovvero che “il diritto di asilo è interamente attuato e regolato attraverso la previsione delle situazioni finali previste nei tre istituti costituiti dallo “status” di rifugiato, dalla protezione sussidiaria e dal diritto al rilascio di un permesso umanitario, ad opera della esaustiva normativa di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, ed al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, cosicchè non v’è più alcun margine di residuale diretta applicazione del disposto di cui all’art. 10 Cost., comma 3″ e fermo, per contro, che le disposizioni Eurounitarie invocate sono prive di contenuto precettivo immediatamente esecutive, la lagnanza è, per il resto, manifestamente pleonastica – onde il ricorrente è privo di interesse a farsene scudo – giacchè è priva di contenuto critico, non evidenziando alcun profilo di contrasto in parte qua con la decisione impugnata, dato che questa non ha affatto negato che la misura prevista dall’art. 19, rientri a pieno titolo nell’alveo delle misure a protezione dei richiedenti asilo (“è ben vero che detta norma attiene alla protezione internazionale”), ma ha inteso solo rimarcarne la diversa cornice in cui essa opera (“ma nel senso che si inibisce l’esecuzione di un provvedimento(di espulsione per le ragioni di tale natura in esso indicate, da far valere in sede di opposizione al decreto di espulsione adottato, sernprechè che siano sorte dopo il loro diniego, passato in giudicato, nel giudizio volto ad ottenere la protezione internazionale”).

6.1. Con il sesto motivo si deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 14 e 16 ed D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e l’omesso esame di un fatto decisivo afferente al mancato riconoscimento della protezione sussidiaria, quantunque sia evidente la sua esposizione, in relazione alla vicenda narrativa al rischio di una carcerazione ingiusta già subita per oltre un mese nel paese di origine e al rischio di vedere compromessa la propria incolumità in relazione alla situazione di instabilità corrente nel paese.

6.2. Il motivo è nel suo complesso inammissibile.

La prima allegazione, che secondo la prospettazione ricorrente integrerebbe i casi regolati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b) – e dei quali la Corte d’Appello ha escluso la ricorrenza nella specie in ragione della non credibilità dei fatti narrati dal ricorrente (il ricorrente deducendo avanti alla Commissione territoriale a pretesto del suo allontanamento le dispute intorno al possesso di un terreno già in atto con il padre “non aveva affatto adeguatamente spiegato in quella sede, nè in udienza in primo grado, nè con l’atto d’appello, perchè avesse deciso di fuggire solo nel 2015, sebbene il padre fosse deceduto nel 2000”) – non si accorda con le ragioni della decisione, non censurandosi per vero l’impugnata statuizione sotto il profilo da essa esplicitamente valorizzato ai fini del rigetto pronunciato nell’occasione, ma ne sollecita una mera rivisitazione, peraltro patrocinando un’interpretazione delle norme asseritamente violate nella specie palesemente inconciliabile con il dettato testuale delle medesime.

La seconda allegazione, integrante il caso regolato dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) – di cui la Corte d’Appello ha escluso la sussistenza nella specie, corroborando il proprio giudizio a mezzo della consultazione di fonti informative specifiche, porta a rinnovare il sindacato di fatto condotto dal decidente di merito al riguardo. E’ noto infatti che “l’accertamento della situazione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), che sia causa per il richiedente di una sua personale e diretta esposizione al rischio di un danno grave, quale individuato dalla medesima disposizione, implica un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito” (Cass., Sez. I, 21/11/2018, n. 30105), mentre la residuale censurabilità per cassazione sotto il profilo motivazionale va qui esclusa non concretando l’illustrazione del motivo l’enunciazione di un “fatto” di cui sia stato omesso l’esame.

7.1. Con il settino motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19 e dell’art. 6, comma 4, Dir CEE 115/2008 e l’omesso esame di un fatto decisivo afferente al mancato riconoscimento della protezione umanitaria, quantunque sia evidente che il respingimento e l’espulsione, nel caso del ricorrente, lo renderebbero oggetto di persecuzione e lo esporrebbero a trattamenti umani e degradanti e non sia perciò condivisibile l’assunto enunciato dal decidente che l’art. 19 citato opera solo al momento di dare attuazione al provvedimento di espulsione.

7.2. Il motivo non ha fondamento.

Esso intende caldeggiare, riproponendo sotto un diversa angolazione la medesima doglianza fatta valere con il secondo motivo di ricorso, una “lettura” del quadro di riferimento che non si allinea con il diritto vivente, essendo fermo convincimento di questa Corte, come già detto, che il sistema delle quarantigie a mezzo del quale la legislazione ordinaria ha dato attuazione all’art. 10 Cost., si articola in modo esaustivo nelle due misure tipiche dello stato di rifugiato e della protezione sussidiaria e, per quanto qui rileva temporalmente, nella misura atipiche della protezione umanitaria che costituisce, nel contesto temporale praticato, un catalogo aperto in cui far confluire, in consonanza con il sistema valoriale avente rango costituzionale, tutte le diverse ragioni di protezione che non trovano riconoscimento nelle forme titolate.

Rettamente la Corte d’Appello condividendo questo scenario interpretativo ha perciò escluso che l’art. 19 citato configuri una misura ultronea rispetto alle misure della protezione internazionale, rimarcandone semmai, il diverso contesto operativo. E del resto, anche a credere il contrario, non potrebbe non condividersi l’assunto eletto dal decidente, che ha respinto le doglianze più specificatamente afferenti alle misure della protezione internazionale non ravvisandone nella specie i presupposti costitutivi.

8.1. Con l’ottavo motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e art. 32, comma 3 e l’omesso esame di un fatto decisivo afferente al mancato riconoscimento della protezione umanitaria, quantunque fosse evidente il rischio del ricorrente di vedere compromessa la propria incolumità in caso di rimpatrio, stante la situazione di instabilità interna del paese di provenienza caratterizzata da scontri tra comunità locali e da dispute sui terreni, non diversamente del resto da quanto si era parimente allegato in relazione alla permanenza del ricorrente in Libia ove era in atto una guerra civile.

8.2. Il motivo è inammissibile.

La Corte d’Appello ha escluso la sussistenza nella specie delle condizioni per far luogo alla misura qui reclamata rilevando la genericità delle deduzioni del ricorrente sul punto, limitatosi a richiamare la normativa in materia, senza omettere di rilevare, riguardo alla Libia che le situazioni tutelabili sono solo quelle del paese di origine.

Anche al riguardo si impone perciò di osservare che il motivo manca di confrontarsi con le ragioni della decisione, non formulando riguardo ad esse censure di carattere specifico in grado di incrinare il rilievo ostativo operato dal decidente, onde esso si risolve in una laconica perorazione a rinnovare il giudizio di fatto già sfavorevolmente operato dal decidente a supporto del rigetto pronunciato al riguardo.

8.3. Nè per vero si rivela condivisibile – stante il difetto nella specie di allegazioni pertinenti al riguardo – la doglianza riguardo alla Libia, posto che, seppure il riconoscimento della misura non possa ignorare anche la situazione del paese di transito, nondimeno occorre pur sempre evidenziare, ai fini di imporne la valutazione quale connessione vi sia tra il transito attraverso quel Paese ed il contenuto della domanda, diversamente derivandone l’inconferenza della relativa allegazione (Cass., Sez. VI-I, 20/11/2018, n. 29875).

9.1 Con il nono motivo di ricorso si deduce la violazione e la falsa applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, art. 136, comma 2 e della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1 e l’omesso esame di un fatto decisivo afferente alla pronunciata revoca dell’ammissione al gratuito patrocinio, motivato dal decidente sul presupposto della pretestuosità dell’iniziativa processuale dispiegata nella specie dal ricorrente, quantunque ciò dovesse escludersi alla luce delle vicende narrate dal medesimo e la statuizione fosse volta a scoraggiare la tutela giurisdizionale in favore dei meno abbienti.

9.2. Il motivo è inammissibile.

Ed invero, come ancora di recente statuito, “la revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato adottata con la sentenza che definisce il giudizio di appello, anzichè con separato decreto, come previsto dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 136, non comporta mutamenti nel regime impugnatorio che resta quello, ordinario e generale, dell’opposizione ex art. 170 della stesso D.P.R., dovendosi escludere che la pronuncia sulla revoca, in quanta adottata con sentenza, sia, per ciò solo, impugnabile immediatamente con il ricorso per cassazione, rimedio previsto solo per l’ipotesi contemplata dall’art. 113 del D.P.R. citato” (Cass., Sez. III, 8/02/2018, n. 3028).

10. In conclusione il ricorso va respinto.

11. Spese alla soccombenza e doppio contributo.

PQM

Respinge il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 2100,00, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 11 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 30 ottobre 2019

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