Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27947 del 07/12/2020

Cassazione civile sez. I, 07/12/2020, (ud. 12/11/2020, dep. 07/12/2020), n.27947

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 15145/2015 proposto da:

Comune di Trento, nella persona del legale rappresentante pro

tempore, rappresentato e difeso, anche disgiuntamente, dagli Avv.ti

Prof. Paolo Stella Richter, ed Elena Stella Richter, ed

elettivamente domiciliato presso il loro studio in Roma, Viale

Mazzini, n. 11, giusta procura a margine del ricorso per cassazione;

– ricorrente –

contro

N.G., C.M., N.A.,

N.F., N.N., N.M., questi ultimi nella loro

qualità di eredi di Na.Ad., deceduto il (OMISSIS), tutti

rappresentati e difesi, per mandato speciale in calce al

controricorso, dall’Avv. Marco Dalla Fior, ed elettivamente

domiciliati presso lo studio dell’Avv. Pierfrancesco Palatucci, del

Foro di Roma, via P. Leonardi Cattolica, n. 3, in Roma;

– controricorrenti –

avverso la sentenza della Corte di appello di TRENTO n. 45/2015,

depositata in data 11 febbraio 2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

12/11/2020 dal Consigliere Dott. Lunella Caradonna.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con sentenza dell’11 febbraio 2015, la Corte di appello di Trento ha determinato in Euro 21.539,20 l’indennità di esproprio spettante a Na.Ad. e N.G., ciascuno pro quota, per la sottrazione della superficie di mq 212 della p.f. (OMISSIS) c.c. Sopramonte e in Euro 3.048,00 l’indennità a favore del solo N.G. per l’espropriazione di 30 mq della p.f. (OMISSIS), per la realizzazione di un marciapiede lungo la strada provinciale del (OMISSIS).

2. La Corte di appello di Trento, dopo avere precisato che si doveva tenere conto della destinazione agricola esistente al momento dell’adozione del decreto di esproprio ai sensi della L.P. n. 6 del 1993, art. 6 e che la Delibera di adozione della variante da parte dell’amministrazione comunale non era idonea a far ritenere vigente la modifica al piano, in assenza dell’approvazione della Giunta provinciale, ha applicato il criterio del valore venale delle aree espropriate e il metodo comparativo, tenuto conto della circostanza che l’edificazione delle aree espropriate era subordinata alla predisposizione di un piano attuativo, che comportava una svalutazione del 20%, e che l’indice di fabbricabilità era stato fissato in 0.44%, con una edificabilità maggiore dell’immobile preso a confronto dal CTU.

3. Il Comune di Trento ricorre per la cassazione della sentenza con atto affidato ad un unico motivo.

4. N.G., C.M., N.A., N.F., N.N., N.M. resistono con controricorso.

5. Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo ed unico motivo il Comune ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione di legge (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione della L.P. n. 6 del 1993, artt. 12 e 13, come sostituito dalla L.P. n. 14 del 2014, art. 50, comma 6; L.P. n. 6 del 1993, art. 14 e dell’art. 12 disp. gen., comma 2.

Il Comune ricorrente si duole perchè la Corte di appello, pur avendo accertato e dichiarato la natura agricola dei terreni ai fini indennitari, aveva affermato, tuttavia, che la sopravvenuta dichiarazione di illegittimità costituzionale della L.P. n. 6 del 1993, art. 13 (disciplinante la determinazione dell’indennità per le aree edificabili secondo il criterio del valore agricolo medio) aveva creato un vuoto normativo che poteva essere colmato con l’applicazione analogica dell’art. 14 della stessa Legge e aveva, di conseguenza, determinato l’indennità spettante ai N. secondo il criterio del valore di mercato delle aree edificabili.

In particolare, la L.P. n. 6 del 1993, art. 14, si riferiva alle sole aree edificabili e a quelle destinate a servizi e attrezzature di interesse generale e non anche a quelle non edificabili, per cui si trattava di disposizione che regolava casi simili o materie analoghe rispetto alla norma dichiarata incostituzionale; la norma dichiarata incostituzionale, costituiva conseguente logico della antecedente declaratoria di incostituzionalità della corrispondente norma statale, che prevedeva anch’essa il criterio del valore agricolo medio e il legislatore nazionale, dopo la decisione della Consulta, aveva sostituito il criterio del valore agricolo medio con quello del valore agricolo specifico, che non corrispondeva al valore venale delle aree edificabili da calcolarsi secondo il criterio del valore di mercato; il legislatore provinciale aveva dettato una nuova normativa (L.P. n. 14 del 2014, art. 50, comma 6), nelle more della decisione, applicabile alla fattispecie in esame (le indennità determinate sulla base dei nuovi criteri si applicano, se più favorevoli, ai procedimenti espropriativi per i quali sono pendenti i ricorsi in opposizione alla stima avanti all’autorità giudiziaria), in virtù di una specifica norma transitoria, che aveva stabilito il criterio del valore agricolo specifico.

1.1 Il motivo è inammissibile.

1.2 Per giurisprudenza pacifica di questa Corte, qualora con il ricorso per cassazione siano prospettate questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, il ricorso deve, a pena di inammissibilità, non solo allegare l’avvenuta loro deduzione dinanzi al giudice di merito, ma anche indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto in virtù del principio di autosufficienza del ricorso. I motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena d’inammissibilità, questioni che siano già comprese nel tema del decidere del giudizio di appello, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito nè rilevabili d’ufficio (Cass., 9 luglio 2013, n. 17041; Cass., 9 agosto 2018, n. 20694; Cass., 13 giugno 2018, n. 15430; Cass., 13 agosto 2018, n. 20712). Va precisato che si ha questione nuova, come tale preclusa nel giudizio di cassazione, ogni volta che la parte ricorrente ponga, a base della sua censura, la violazione di una norma di diritto non invocata davanti ai giudici di merito e si richiami, per sostenerne l’applicabilità, ad elementi di fatto non dedotti nelle precedenti fasi del giudizio (Cass. 30 marzo 2007, n. 7981; Cass., 27 novembre 1999, n. 13256; Cass., 13 febbraio 1996, n. 1084).

Inoltre, nel giudizio di cassazione non si possono prospettare nuove questioni di diritto ovvero nuovi temi di contestazione che implichino indagini ed accertamenti di fatto non effettuati dal giudice di merito, nemmeno se si tratti di questioni rilevabili d’ufficio (Cass. 25 ottobre 2017, n. 25319).

In quest’ottica, il ricorrente ha l’onere di riportare, a pena d’inammissibilità, dettagliatamente in ricorso gli esatti termini della questione posta al giudice di merito, essendo preclusa alle parti la prospettazione di nuovi questioni di diritto o nuovi temi di contestazione che postulino indagini ed accertamenti di fatto non compiuti dal giudice di merito (Cass., 12 settembre 2007, n. 19164; Cass., 9 luglio 2013, n. 17041, citata).

1.3 Nella decisione impugnata le questioni prospettate con la dedotta censura non risultano in alcun modo esaminate, ragion per cui deve ritenersi che esse siano state proposte per la prima volta in questa sede.

Ed invero, la Corte di appello ha applicato il criterio del valore venale delle aree espropriate e il metodo comparativo, tenuto conto della circostanza che l’edificazione delle aree espropriate era subordinata alla predisposizione di un piano attuativo, che comportava una svalutazione del 20%, e che l’indice di fabbricabilità era stato fissato in 0.44%, con una edificabilità maggiore dell’immobile preso a confronto dal CTU, con ciò recependo le risultanze peritali e specificando che il CTU aveva accertato che le destinazioni urbanistiche in atto per le aree sottratte alla data del decreto di esproprio e la loro “attitudine” a diventare residenziali essendovi una variante in corso di approvazione, imponeva una valutazione disancorata dalla destinazione agricola delle stesse e maggiormente legata al contesto urbanistico e ambientale.

Si tratta, peraltro, di una ratio decidendi che non risulta espressamente contestata dal Comune ricorrente, poichè risulta dal provvedimento impugnato che il Comune ricorrente aveva eccepito l’inammissibilità della domanda di determinazione dell’indennità secondo il valore di mercato, rilevando che l’opposizione era stata impostata unicamente sulla destinazione urbanistica da considerare per effetto della variante in corso di approvazione.

1.4 Ora, senza prescindere dal rilevato profilo di inammissibilità, deve osservarsi che nel ricorso non sono state nemmeno adeguatamente specificate le modalità e i termini con cui le critiche svolte all’elaborato peritale sarebbero state avanzate nel corso del giudizio svoltosi davanti alla Corte di appello.

Mette conto di ribadire, sotto tale profilo, il principio costantemente affermato da questa Corte, secondo cui in tema di ricorso per cassazione, per infirmare, sotto il profilo della insufficienza argomentativa, la motivazione della sentenza che recepisca le conclusioni di una relazione di consulenza tecnica d’ufficio di cui il giudice dichiari di condividere il merito, è necessario che la parte alleghi di avere rivolto critiche alla consulenza stessa già dinanzi al giudice di merito e ne trascriva, poi, per autosufficienza, almeno i punti salienti onde consentirne la valutazione in termini di decisività e di rilevanza, atteso che, diversamente, una mera disamina dei vari passaggi dell’elaborato peritale, corredata da notazioni critiche, si risolverebbe nella prospettazione di un sindacato di merito inammissibile in sede di legittimità (Cass., 3 agosto 2017, n. 19427; Cass., 3 giugno 2016, n. 11482; Cass., 17 luglio 2014, 16368).

1.5 In definitiva, fermo restando il principio affermato da questa Corte secondo cui “allorchè ad una consulenza tecnica d’ufficio siano mosse critiche puntuali e dettagliate da un consulente di parte, il giudice che intenda disattenderle ha l’obbligo di indicare nella motivazione della sentenza le ragioni di tale scelta, senza che possa limitarsi a richiamare acriticamente le conclusioni del proprio consulente, ove questi a sua volta non si sia fatto carico di esaminare e confutare i rilievi di parte”, l’inadeguata prospettazione della doglianza, con riferimento all’omessa indicazione delle argomentazioni svolte dal consulente tecnico d’ufficio e delle critiche mosse dal consulente di parte, rende la censura inammissibile (Cass., 21 novembre 2016, n. 23637; Cass. 25 ottobre 2017, n. 25319). 2. Il ricorso va, conclusivamente, dichiarato inammissibile.

Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna il Comune ricorrente al pagamento, in favore dei controinteressati, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 12 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 7 dicembre 2020

 

 

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