Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27943 del 07/12/2020

Cassazione civile sez. I, 07/12/2020, (ud. 04/11/2020, dep. 07/12/2020), n.27943

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – rel. Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

O.E., rappr. e dif. dall’avv. Rosa Vignali,

rosa.vignali.firenze.pecavvocati.it, elett. dom. presso lo studio,

in Firenze, viale Antonio Gramsci n. 12, come da procura spillata in

calce all’atto;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t.;

– intimato –

per la cassazione della sentenza App. Firenze 29.5.2018, n.

1200/2018, in R.G. 1671/2017;

udita la relazione della causa svolta dal Consigliere relatore Dott.

Massimo Ferro alla Camera di consiglio del 4.11.2020.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

1. O.E. impugna la sentenza App. Firenze 29.5.2018, n. 1200/2018, in R.G. 1671/2017 di rigetto dell’appello avverso l’ordinanza 22.5.2017 del Tribunale di Firenze che a sua volta aveva rigettato l’impugnazione del provvedimento di diniego della tutela invocata dinanzi alla competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale e da tale organo disattesa;

2. la corte ha ritenuto: a) insussistente la prova di persecuzione, prospettata, oltre che secondo narrazione incongrua e inverosimile, per condotte delinquenziali comuni e benchè ascritte ad una vicenda tribale riferita al 2013, cioè a 5 anni prima del giudizio, già per questo non accertabile; b) insussistenti i requisiti della protezione sussidiaria, trattandosi di timore – stando alla versione offerta – di non essere protetto dalle autorità del Ghana da delinquenti singoli, senza riferimento a pene o condanne relative allo stesso richiedente; c) insussistenti conflitti armati ai sensi dell’art. 14, lett. c) D.Lgs. cit., non risultando segnalazioni in tal senso; d) infondata la richiesta di protezione umanitaria, per omessa allegazione e prova di elementi ulteriori rispetto a quelli recati a supporto delle altre forme di protezione, mancando altre situazioni di vulnerabilità o radicamenti apprezzabili in Italia; d) di dovere revocare i presupposti del patrocinio a spese dello Stato, stante la pretestuosità e l’infondatezza delle argomentazioni;

3. il ricorrente propone tre motivi di ricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Considerato che:

1. con il primo motivo si deduce la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, avendo omesso la corte di cooperare in via istruttoria alla verifica delle dichiarazioni rese e della situazione del Paese di provenienza;

2. con il secondo mezzo si deduce l’erroneità della sentenza ove ha escluso la protezione per insussistenza di violenza indiscriminata e ha negato la persecuzione per motivi religiosi;

3. con il terzo motivo si censura il diniego della protezione umanitaria per mancato esame adeguato della situazione del Paese e della vulnerabilità;

4. il primo motivo è inammissibile alla luce del principio per cui “del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, enuncia alcuni parametri, meramente indicativi e non tassativi, che possono costituire una guida per la valutazione nel merito della veridicità delle dichiarazioni del richiedente, i quali, tuttavia, fondandosi sull'”id quod plerumque accidit”, non sono esaustivi, non precludendo la norma la possibilità di fare riferimento ad altri criteri generali di ordine presuntivo, idonei ad illuminare il giudice circa la veridicità delle dichiarazioni rese, non essendo, in particolare, il racconto del richiedente credibile per il solo fatto che sia circostanziato, ai sensi del comma 5, lett. a), della medesima norma, ove i fatti narrati siano di per sè inverosimili secondo comuni canoni di ragionevolezza” (Cass. 20580/2019); va inoltre ribadito che la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (Cass. 3340/20149);

5. il secondo motivo, per un profilo, è inammissibile già in relazione al giudizio di non credibilità del narrato, oltre che per la qualificazione siccome non religiosa della prospettata aggressione patita dal richiedente, con i timori conseguenti ed invece valutati dalla corte, al più, propri di un remoto episodio di delinquenza comune; parimenti, non appare idoneamente censurata l’altra ratio decidendi su cui s’impernia il rigetto, e cioè l’assenza in Ghana, secondo le fonti indicate, di un conflitto armato ai sensi e per gli effetti di protezione invocati del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, ex lett. c);

6. esso invero rileva “solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria. Il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia” (Cass. 26094/2018);

7. quanto al terzo motivo, in difetto di altri elementi, la menzionata lacuna mostra di reagire negativamente anche sul giudizio proprio della protezione umanitaria, non permettendo di attuare una comparazione effettiva sulla situazione di vulnerabilità che graverebbe sul richiedente al rientro, non bastando invero e in ogni caso la segnalazione di alcuni indici di inserimento in Italia, rispetto ai quali la motivazione della pronuncia impugnata peraltro ha preso posizione, indicando in modo specifico la mancanza di “avvenuto consolidamento di legami particolarmente apprezzabili col nostro Paese”, non avendo oltre tutto il ricorrente allegato altre circostanze; nè il ricorrente – anche in questa sede – ha indicato altro fattore oltre alla sua presenza nel territorio italiano da oltre 4 anni, così rispettando il principio per cui già Cass. 23778/2019 (pur sulla scia di Cass. 4455/2018), ha statuito che “occorre il riscontro di “seri motivi” (non tipizzati) diretti a tutelare situazioni di vulnerabilità individuale, mediante una valutazione comparata della vita privata e familiare del richiedente in Italia e nel Paese di origine, che faccia emergere un’effettiva ed incolmabile sproporzione nel godimento dei diritti fondamentali che costituiscono presupposto indispensabile di una vita dignitosa, da correlare però alla specifica vicenda personale del richiedente… altrimenti si finirebbe per prendere in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti in contrasto col parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 cit., art. 5, comma 6″ (indirizzo ribadito da Cass. s.u. 29460/2019);

il ricorso va dunque dichiarato inammissibile; sussistono i presupposti per il cd. raddoppio del contributo unificato (Cass. s.u. 4315/2020).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 4 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 7 dicembre 2020

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