Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27894 del 21/12/2011

Cassazione civile sez. III, 21/12/2011, (ud. 11/10/2011, dep. 21/12/2011), n.27894

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PREDEN Roberto – Presidente –

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – rel. Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 20728/2009 proposto da:

P.M. (OMISSIS), P.C.

(OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA MONTE

ZEBIO 37, presso lo studio dell’avvocato GRAZIANI Alessandro, che li

rappresenta e difende unitamente all’avvocato BRUNO BERTOLO giusta

delega in atti;

– ricorrenti –

contro

BANCA POPOLARE MAROSTICA SOC. COOP. A RL. (OMISSIS), nella

persona del Presidente e legale rappresentante Sig. C.

G., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA G. FERRARI 35,

presso lo studio dell’avvocato MARZI Massimo Filippo, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato MAIOLINO ANGELO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 432/2009 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 10/03/2009; R.G.N. 2166/2004.

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

11/10/2011 dal Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO;

udito l’Avvocato BRUNO BERTOLO;

udito l’Avvocato ANGELO MAIOLINO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SCARDACCIONE Eduardo Vittorio, che ha concluso per rigetto del

ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 10/3/2009 la Corte d’Appello di Venezia, in parziale accoglimento del gravame interposto dalle sigg.re P.C. e M. e in conseguente parziale riforma della pronunzia Trib.

Bassano del Grappa 29/5/2004, condannava la Banca Popolare di Marostica s.c.a.r.l. al pagamento degli interessi dal 21/12/1999 al saldo sulla somma di cui era stata ordinata la restituzione da parte di quest’ultima in favore delle prime, di somme appartenenti al defunto padre e impiegate nell’acquisto di obbligazioni emesse da Ucraina e Russia giusta quattro contratti stipulati il 15/5/98 dichiarati nulli.

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito le P. propongono ora ricorso per cassazione, affidato a 5 motivi.

Resiste con controricorso la Banca Popolare di Marostica s.c.a.r.l., che ha presentato anche memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il 1^ motivo le ricorrenti denunziano omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si dolgono che erroneamente la corte di merito abbia argomentato da un “ordine verbale di acquistare titoli obbligazionari altamente speculativi” invero “da sempre contestato dalle sigg.re P., e di cui l’istituto bancario non è mai riuscito a fornire alcuna prova”.

Con il 2^ motivo denunziano violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2033, 2697, 1147 c.c., D.Lgs. n. 415 del 1996, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si dolgono che la corte di merito abbia erroneamente ritenuto in via presuntiva la buona fede dell’Istituto bancario.

Con il 3 ed il 4 motivo denunziano violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2033, 1224 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si dolgono che la corte di merito abbia fatto erroneamente decorrere gli interessi ed il maggior danno dalla citazione, anzichè dalla “diffida con cui a fine giugno 1999 il sottoscritto avv. Bertolo richiedeva alla BPM tutta la documentazione sottostante all’investimento del patrimonio del defunto G., o, comunque al successivo ricorso per sequestro giudiziario”.

Lamentano che “il maggior danno non può ritenersi assorbito dai meri interessi legali ovvero dai maggiori rendimenti dei titoli di Stato”, giacchè “se la banca non avesse utilizzato il denaro del sig. G. per acquistare i titoli dell’Est, le sig.re P. avrebbero goduto degli interessi derivanti dai pregressi investimenti (ossia dalle obbligazioni Mediocredito Lombardo) ben più elevati dei titoli di stato ovvero comunque avrebbero fin dal 15.05.98 percepito rendimenti che, a loro volta, sarebbero stati investiti, con conseguente capitalizzazione degli stessi”.

Con il 5 motivo le ricorrenti denunziano violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 415 del 1996, artt. 17, 18, art. 1710 c.c., D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 119, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si dolgono non essersi dalla corte di merito considerato che gli obblighi di comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza nei confronti dei clienti sussistono in capo alla banca in ragione della mera sussistenza di un rapporto di gestione titoli, “indipendentemente dal fatto che in seguito vengano o meno impartiti ordini di acquisto”.

I motivi, che possono congiuntamente esaminarsi in quanto connessi, sono in parte inammissibili e in parte infondati.

L’art. 366 bis c.p.c. dispone che nei casi previsti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1, 2, 3 e 4, l’illustrazione di ciascun motivo deve, a pena di inammissibilità, concludersi con la formulazione di un quesito di diritto (cfr. Cass., 19/12/2006, n. 27130).

Una formulazione del quesito di diritto idonea alla sua funzione richiede che con riferimento ad ogni punto della sentenza investito da motivo di ricorso la parte, dopo avere del medesimo riassunto gli aspetti di fatto rilevanti ed avere indicato il modo in cui il giudice lo ha deciso, esprima la diversa regola di diritto sulla cui base il punto controverso andrebbe viceversa risolto.

Il quesito di diritto deve essere in particolare specifico e riferibile alla fattispecie (v. Cass., Sez. Un., 5/1/2007, n. 36 ), risolutivo del punto della controversia – tale non essendo la richiesta di declaratoria di un’astratta affermazione di principio da parte del giudice di legittimità (v. Cass., 3/8/2007, n. 17108), e non può con esso invero introdursi un tema nuovo ed estraneo (v.

Cass., 17/7/2007, n. 15949).

Il quesito di diritto di cui all’art. 366 bis c.p.c., deve comprendere l’indicazione sia della regula iuris adottata nel provvedimento impugnato, sia del diverso principio che il ricorrente assume corretto e da applicarsi in sostituzione del primo, sicchè la mancanza anche di una sola delle due suddette indicazioni rende il ricorso inammissibile, non potendo considerarsi in particolare sufficiente ed idonea la mera generica richiesta di accertamento della sussistenza della violazione di una norma di legge (v. Cass., 28/5/2009, n. 12649).

Orbene, nel non osservare i requisiti richiesti dallo schema delineato in giurisprudenza di legittimità (cfr. in particolare Cass. Sez. Un., 5/2/2008, n. 2658; Cass., Sez. Un., 5/1/2007, n. 36), i quesiti risultano formulati in termini dal medesimo difformi, non recando la riassuntiva ma puntuale indicazione degli aspetti di fatto rilevanti, del modo in cui i giudici del merito li hanno rispettivamente decisi, delle diverse regole di diritto la cui applicazione avrebbe condotto a diversa decisione, e si palesano astratti e generici, privi di riferibilità al caso concreto in esame e di decisività, tali cioè da non consentire, in base alla loro sola lettura (v. Cass., Sez. Un., 27/3/2009, n. 7433; Sez. Un., 14/2/2008, n. 3519; Cass. Sez. Un., 5/2/2008, n. 2658; Cass., 7/4/2009, n. 8463), di individuare la soluzione adottata dalla sentenza impugnata e di precisare i termini della contestazione (cfr.

Cass., Sez. Un., 19/5/2008, n. 12645; Cass., Sez. Un., 12/5/2008, n. 11650; Cass., Sez. Un., 28/9/2007, n. 20360), nonchè di poter circoscrivere la pronunzia nei limiti del relativo accoglimento o rigetto (cfr., Cass., Sez. Un., 26/03/2007, n. 7258), senza che essi debbano richiedere, per ottenere risposta, una scomposizione in più parti prive di connessione tra loro (cfr. Cass., 23/6/2008, n. 17064), risolvendosi in buona sostanza in una richiesta a questa Corte di vaglio della fondatezza delle proprie tesi difensive.

L’inidonea formulazione del quesito di diritto del resto equivale alla relativa omessa formulazione, in quanto nel dettare una prescrizione di ordine formale la norma incide anche sulla sostanza dell’impugnazione, imponendo al ricorrente di chiarire con il quesito l’errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in relazione alla concreta fattispecie (v. Cass., 7/4/2009, n. 8463; Cass. Sez. un., 30/10/2008, n. 26020; Cass. Sez. un., 25/11/2008. n. 28054), (anche) in tal caso rimanendo invero vanificata la finalità di consentire a questa Corte il miglior esercizio della funzione nomofilattica sottesa alla disciplina del quesito introdotta con il D.Lgs. n. 40 del 2006 (cfr., da ultimo, Cass. Sez. un., 10/9/2009, n. 19444).

La norma di cui all’art. 366 bis c.p.c., è d’altro canto insuscettibile di essere interpretata nel senso che il quesito di diritto possa, e a fortiori debba, desumersi implicitamente dalla formulazione del motivo, giacchè una siffatta interpretazione si risolverebbe nell’abrogazione tacita della norma in questione (v.

Cass. Sez. Un., 5/2/2008, n. 2658; Cass., Sez. Un., 26/03/2007, n. 7258).

Tanto più che nel caso i motivi risultano formulati in violazione del principio di autosufficienza, atteso che le ricorrenti fanno richiamo ad atti e documenti del giudizio di merito es., “ai documenti allegati all’atto di citazione di primo grado (vedi da doc. n. 1 a n. 6), dalla documentazione prodotta dalla convenuta per sottrarsi al richiesto sequestro probatorio (vedi doc. da n. 8 a n. 15 pure allegati all’atto di citazione); alla C.T.U.; alla sottoscrizione “di alcuni documenti necessari, a dire del Direttore, per trasferire a loro favore le pozioni contrattuali del padre”; alla “raccomandata A.R. dd. 29/06/99 dell’avv. Bertolo”; al “ricorso ex art. 670 c.p.c., n. 2 e art. 671 c.p.c. davanti al Tribunale di Bassano del Grappa”; alla “sentenza n. 300/04” del Tribunale di Bassano del Grappa; all’atto di appello; ai “contratti dd. 15/05/98”;

ai “n. 4 prospetti intitolati movimenti proprietà e n. 2 intitolati movimenti, n. 2 moduli compilati a mano prestampati dd. 08/05/98 e n. 3 fax trasmessi dalla Caboto Holding … (cfr. docc. Da 20 a 34 allegati al presente)”; ai “valori nominali dei quattro titoli acquistati dalla banca presso la Caboto SIM” e a “quelli poi addebitati sul conto del sig. G.”; alla “diffida … a fine giugno 1999”; agli “interessi derivanti dai pregressi investimenti (ossia dalle obbligazioni Mediocredito Lombardo)”; alle “spese per prestazioni legali e per CTP” limitandosi a meramente richiamarli, senza invero debitamente – per la parte d’interesse in questa sede- riprodurli nel ricorso ovvero puntualmente indicare in quale sede processuale, pur individuati in ricorso, risultino prodotti e, ai sensi dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, se siano stati prodotti anche in sede di legittimità (v. Cass., 23/9/2009, n. 20535; Cass., 3/7/2009, n. 15628; Cass., 12/12/2008, n. 29279).

Quanto al 3 motivo va altresì in particolare osservato che le ricorrenti evocano la “diffida” di “fine giugno 1999” senza invero debitamente riportarla nel ricorso, e pertanto in violazione del principio di autosufficienza, mentre in relazione al 4 motivo va sottolineato che, come eccepito dalla controricorrente, esso prospetta invero profili di novità, non risultando dalle ricorrenti invero assolto l’onere di dare la prova che della questione concernente l’ammontare degli interessi conseguiti in pregressi investimenti da parte del defunto P. in obbligazione del Mediocredito sia stata proposta e abbia costituito oggetto di disamina nel giudizio di merito (e in che termini), rimanendo anche nel caso violato il principio di autosufficienza.

In ordine al pure denunziato vizio di motivazione, a completamento della relativa esposizione esso deve indefettibilmente contenere la sintetica e riassuntiva indicazione: a) del fatto controverso; b) degli elementi di prova la cui valutazione avrebbe dovuto condurre a diversa decisione; c) degli argomenti logici per i quali tale diversa valutazione sarebbe stata necessaria (art. 366 bis c.p.c.).

Al riguardo, si è precisato che l’art. 366 bis c.p.c., rispetto alla mera illustrazione del motivo impone un contenuto specifico autonomamente ed immediatamente individuabile, ai fini dell’assolvimento del relativo onere essendo pertanto necessario che una parte del medesimo venga a tale indicazione “specificamente destinata” (v. Cass., 18/7/2007, n. 16002).

Orbene, nel caso il 1 motivo, con il quale si denunzia vizio di motivazione, non reca la “chiara indicazione” – secondo lo schema e nei termini più sopra indicati – delle relative “ragioni”, inammissibilmente rimettendosene l’individuazione all’attività esegetica di questa Corte, con interpretazione che si risolverebbe nell’abrogazione tacita della norma in questione (cfr. Cass. Sez. Un., 5/2/2008, n. 2658; Cass., Sez. Un., 26/03/2007, n. 7258), a fortiori non consentita in presenza di formulazione come detto nella specie altresì carente di autosufficienza.

Va al riguardo d’altro canto sottolineata l’infondatezza dell’eccezione di giudicato sollevata dalla controricorrente, stante, a fronte della statuizione recata dall’impugnata sentenza di nullità dei contratti del 15.5.1998 per mancanza di forma, la persistente contestazione da parte delle odierne ricorrenti in ordine alla circostanza che un “ordine”, quand’anche verbale, sia mai stato formulato.

All’inammissibilità e infondatezza dei motivi consegue il rigetto del ricorso.

Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna le ricorrenti al pagamento, in solido, delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 10.500,00, di cui Euro 10.300,00 per onorari, oltre a spese generali ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 11 ottobre 2011.

Depositato in Cancelleria il 21 dicembre 2011

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