Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27834 del 12/12/2013


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Civile Sent. Sez. 5 Num. 27834 Anno 2013
Presidente: MERONE ANTONIO
Relatore: TERRUSI FRANCESCO

SENTENZA

sul ricorso 15514-2008 proposto da:
AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro
tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI
PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO
STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;
– ricorrente contro

IMM. ONDA SRL in persona del legale rappresentante
pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA
FEDERICO CESI 44, presso lo studio dell’avvocato
MERLINO GIUSEPPE ROBERTO, che lo rappresenta e
difende unitamente all’avvocato VOLA ANGELO giusta

Data pubblicazione: 12/12/2013

delega in calce;
– controricorrente

avverso la sentenza n. 23/2007 della COMM.TRIB.REG.
di MILANO, depositata il 15/05/2007;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 23/10/2013 dal Consigliere Dott.
FRANCESCO TERRUSI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. ENNIO ATTIMO SEPE che ha concluso per
l’accoglimento del ricorso.

,

15514-08

Svolgimento del processo
La Immobiliare Onda s.r.l. proponeva appello contro una
sentenza della commissione tributaria provinciale di
Milano che aveva respinto un ricorso contro un diniego di
condono ex art. 16 della 1. n. 289 del 2002.

La domanda di condono era stata presentata in pendenza dei
termini di impugnazione di una sentenza della medesima
commissione tributaria provinciale, che aveva respinto un
ricorso della società contro un avviso di liquidazione
dell’Invim straordinaria relativa all’anno d’imposta 1991.
La commissione tributaria regionale della Lombardia, con
sentenza depositata il 15 maggio 2007, ha accolto
l’appello. Ha motivato affermando che la lite fiscale in
oggetto si riferiva alla sentenza della commissione
tributaria provinciale depositata in data 15 novembre
2001, il cui termine di impugnazione scadeva il 1-1-2003;
sicché alla data della domanda di definizione (29-9-2002)
la sentenza non era passata in giudicato. Ha aggiunto che
a quella data ancora sussistevano tutti i presupposti
previsti dal citato art. 16 della l. n. 289 del 2002; e al
riguardo ha richiamato l’insegnamento di questa corte
suprema secondo il quale devesi ritenere atto impositivo
qualsiasi atto dell’ufficio che attenga all’accertamento
dell’esistenza e dell’entità dei presupposti e dei criteri
dell’imposizione, non essendo un simile atto limitato alla
mera liquidazione d’imposta in base a criteri
predeterminati dalla legge.

1

Contro la citata sentenza di secondo grado, l’agenzia
delle entrate ha proposto ricorso per cassazione in due
motivi.
L’intimata si è costituita con controricorso.
Motivi della decisione
I. – L’agenzia delle entrate deduce, col primo motivo, la

violazione e la falsa applicazione dell’art. 16 della l.
n. 289 del 2002.
Sostiene che la controversia in esame non era definibile
in quanto avente a oggetto un avviso di mera liquidazione
dell’imposta dovuta sulla base di una anteriore sentenza I
resa sul prodromico avviso di accertamento e rettifica,
passata in giudicato.
Deduce inoltre, col secondo motivo, un vizio di omessa
motivazione su fatto decisivo, avendo la commissione
tributaria regionale mancato di accertare, in relazione
alle difese allora assunte dall’amministrazione, se con
l’avviso di liquidazione oggetto di lite fossero stati
definiti i fatti rilevanti per l’imposizione e se codesti
fatti il contribuente avesse o meno contestato in
giudizio.
II.

– Il primo motivo è fondato, e questo determina

l’assorbimento del secondo. La sentenza impugnata, in più
parta lacunosa ed evasiva, non appare aver considerato i
termini

della

controversia,

che

invero

emergono

direttamente dal controricorso della società contribuente.
III. – La società, nel controricorso, ha affermato che, ai
fini dell’Invim straordinaria per l’anno 1991, erano stati

2

in

origine

notificati

(nel

1994)

due

avvisi

di

liquidazione e irrogazione di sanzioni: (i) il primo
riguardava il mancato versamento dell’imposta in ordine
alla dichiarazione presentata nel dicembre 1991; (ii) il
secondo riguardava la rettifica dei valori incrementativi
indicati nella dichiarazione detta.
sempre secondo l’allegazione della

I due avvisi

controricorrente – erano stati impugnati dinanzi alla
commissione tributaria provinciale di Milano e in quella
sede erano stati annullati.
La commissione tributaria regionale della Lombardia, con
la sentenza n. 398-14-98 (passata in giudicato e
pacificamente alla base dell’avviso di liquidazione di cui
è causa), aveva accolto l’appello dell’ufficio con
riferimento soltanto al primo avviso, mentre aveva
confermato l’annullamento di quello concernente la
rettifica dei valori incrementativi.
Nel 1999, pertanto, l’agenzia, secondo la contribuente,
aveva notificato gli avvisi di liquidazione reiterando la
pretesa di cui agli atti impositivi anteriori; e la
società, che aveva pagato quanto liquidato a titolo di
omesso versamento dell’imposta risultante dalla
dichiarazione, aveva impugnato l’avviso per il recupero
della maggiore Invim, in quanto emesso in spregio del
giudicato di annullamento.
Sennonché anche questo ricorso era stato respinto
dall’adita commissione tributaria provinciale di Milano,
sicché la società, intendendo chiudere il lungo

3

contenzioso, aveva presentato, in pendenza del termine per
impugnare, la domanda di definizione ai sensi dell’art. 16
della l. n. 289 del 2002.
IV. – Nelle dianzi riportate allegazioni di cui al
controricorso è rinvenibile la ragione di fondatezza della
avversa tesi sostenuta dall’agenzia delle entrate, circa

la non definibilità della lite fiscale ai sensi del
richiamato art. 16.
Secondo

l’insegnamento

di

questa

corte,

va

che

ulteriormente ribadito, esulano dal concetto normativo di
lite pendente, e quindi dalla possibilità di definizione
di cui all’art. 16 della 1. n. 289 del 2002, le
controversie aventi a oggetto provvedimenti che per loro
funzione si pongano come di mera liquidazione del tributo,
emanati, cioè, senza il previo esercizio di alcun potere
discrezionale dell’amministrazione, vale a dire senza
accertamento o rettifica (tra le tante Cass. n. 8196-11).
In tal senso ciò che rileva, ai fini della qualificazione
dell’atto come impositivo, è la sua effettiva funzione,
richiedendosi che l’atto sia destinato a esprimere per la
prima volta, nei confronti del contribuente, una pretesa
fiscale maggiore di quella applicata in base alla mera
rilevazione di dati (v. Cass. n. 20731-10; n. 5938-09; n.
4129-09).
Non

costituisce,

quindi,

atto

impositivo,

la

cui

impugnazione dia luogo a una lite fiscale definibile in
base all’art. 16 della l. n. 289 del 2002, l’avviso di

4

liquidazione di un’imposta definita con sentenza (tra le
tante, Cass. n. 15544-06).
Proprio perché, ai fini specifici, non rileva altro che la
natura impositiva dell’atto, che deve essere accertata
unicamente in base alla funzione dallo stesso assolta,
desumibile dai suoi requisiti giuridici e di fatto,

consegue che è irrilevante discutere di quale vizio
eventualmente possa avere inficiato l’atto medesimo (in
base alla contestazione sollevata al riguardo dal
contribuente).
Pertanto, essendo l’avviso di liquidazione nella specie
comunque conseguente a una sentenza passata in giudicato,
lo stesso non potevasi considerare alla stregua di atto
impositivo determinativo di una lite condonabile. Non lo
poteva neppure ove – così come dedotto dalla società – lo
stesso fosse stato notificato in violazione del giudicato
afferente, per essere stato – questo – un giudicato di
annullamento in parte qua.
V. – Per le esposte ragioni il ricorso va accolto in
relazione al primo motivo.
L’impugnata sentenza, contrastando i principi appena
detti, va cassata e la causa, non essendo necessari
ulteriori accertamenti di fatto, può essere dalla corte
decisa anche nel merito, con pronuncia di rigetto del
ricorso della società contribuente avverso il diniego di
condono.
L’essersi

l’orientamento

definitivamente

attestato

giurisprudenziale
in

epoca

suddetto
successiva

5

»

all’instaurazione della lite giustifica la compensazione
delle spese processuali.
p.q.m.
La Corte accoglie il primo motivo, assorbito il secondo;
cassa l’impugnata sentenza e, decidendo nel merito,

di condono; compensa le spese dell’intero giudizio.
Deciso in Roma, nella camera di consiglio della quinta
sezione civile, addì 23 ottobre 2013.

rigetta il ricorso della contribuente avverso il diniego

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