Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27796 del 11/12/2013


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Civile Ord. Sez. 6 Num. 27796 Anno 2013
Presidente: CICALA MARIO
Relatore: CARACCIOLO GIUSEPPE

ORDINANZA
sul ricorso 22788-2011 proposto da:
CALCESTRUZZI E CONGLOMERATI SRL IN LIQUIDAZIONE
00626090633, in persona del liquidatore legale rappresentante pro
tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR
presso la CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato
ROMANELLI FRANCESCO giusta procura a margine del ricorso;
– ricorrente contro

AGENZIA DELLE ENTRATE 06363391001, in persona del
Direttore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI
PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO
STATO, che la rappresenta e difende ope legis;
– controricorrente –

Data pubblicazione: 11/12/2013

avverso la sentenza n. 351/04/2010 della COMMISSIONE
TRIBUTARIA REGIONALE di ROMA del 21/09/2010, depositata
1’11/11/2010;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del
13/11/2013 dal Consigliere Relatore Dott. GIUSEPPE

è presente il P.G. in persona del Dott. UMBERTO APICE.

Ric. 2011 n. 22788 sez. MT – ud. 13-11-2013
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CARACCIOLO;

La Corte, ritenuto
che, ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ., è stata depositata in cancelleria la
seguente relazione:
Il relatore cons. Giuseppe Caracciolo,

Osserva:
La CTR di Roma ha rigettato l’appello della “Calcestruzzi e conglomerati srl” appello proposto contro la sentenza n.379/23/2006 della CTP di Roma che aveva pure
respinto il ricorso della predetta società contribuente- ed ha così confermato la
cartella di pagamento con cui l’Agenzia aveva —sulla premessa della decadenza
dall’istanza di definizione agevolata ai sensi dell’art.9-bis della legge n.289 del 2002
per effetto di ritardati ed omessi pagamenti di alcune rate dell’importo rateizzato
dovuto per la definizione agevolata- recuperato integralmente le somme non pagate
od omesse (coi relativi interessi e sanzioni) relative IVA per l’anno 2000.
La predetta CTR ha motivato la decisione ritenendo che —in presenza di fattispecie di
tipo “clemenziale” di condono- sono giustificati effetti differenti, rispetto alle forme
di condono “premiale”, in correlazione agli omessi tempestivi pagamenti delle
somme rateali dovute ai fini dell’integrazione dei presupposti di adesione al
beneficio. L’articolo 9 bis, d’altronde, non contiene alcuna esplicita previsione di
efficacia del condono anche in presenza della omissione di cui si tratta, sicchè deve
applicarsi il canone interpretativo “ubi lex non dixit colui”.
La parte contribuente ha interposto ricorso per cassazione affidato a due motivi.
L’Agenzia si è costituita con controricorso.
Il ricorso — ai sensi dell’art.380 bis cpc assegnato allo scrivente relatore, componente
della sezione di cui all’art.376 cpc- può essere definito ai sensi dell’art.375 cpc.
Infatti, con il primo motivo di censura (improntato alla violazione e falsa
applicazione dell’art.9.bis della legge n.289/2002) la ricorrente si duole in sostanza

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letti gli atti depositati

che il giudice di appello abbia ritenuto sufficiente il tardivo od omesso pagamento di
alcune rate dell’importo dovuto per la definizione agevolata, per giustificare la
legittimità del provvedimento di revoca (o diniego di efficacia) dell’istanza di
definizione dei pagamenti ritardati o omessi, in contrasto non solo con la logica
interpretazione della previsione normativa contenuta nell’art.9 bis ma anche con il

che dovrebbero improntare l’operato della pubblica amministrazione.
Il motivo appare inammissibilmente proposto.
Invero, con indirizzo condivisibile e qui puntualmente applicabile per l’identità di
fattispecie, questa Corte ha già avuto modo di evidenziare che:” Il condono previsto
all’art. 9 bis della legge n. 289 del 2002, relativo alla possibilità di definire gli omessi
e tardivi versamenti delle imposte e delle ritenute emergenti dalle dichiarazioni
presentate, mediante il solo pagamento dell’imposta e degli interessi od, in caso di
mero ritardo, dei soli interessi, senza aggravi e sanzioni, costituisce una forma di
condono clemenziale e non premiale come, invece deve ritenersi per le fattispecie
regolate dagli artt. 7,8,9, 15 e 16 della legge n. 289 del 2002, le quali attribuiscono al
contribuente il diritto potestativo di chiedere un accertamento straordinario, da
effettuarsi con regole peculiari rispetto a quello ordinario, con la conseguenza che,
nell’ipotesi di cui all’art. 9 bis, non essendo necessaria alcuna attività di liquidazione
ex art. 36 bis d.P.R. n. 600 del 1973, in ordine alla determinazione del “quantum”,
esattamente indicato nell’importo specificato nella dichiarazione integrativa
presentata ai sensi del terzo comma, con gli interessi di cui all’art. 4, il condono è
condizionato dall’integrale pagamento di quanto dovuto e il pagamento rateale
determina la definizione della lite pendente solo se integrale, essendo insufficiente il
solo pagamento della prima rata cui non segua l’adempimento delle successive”
(Cass. Sez. 5, Sentenza n. 20745 del 06/10/2010).
Alla luce di detto principio, fino ad oggi conformemente e sistematicamente applicato
dalla Corte, non resta che concludere che la sentenza di appello, che si è conformata
ai predetti principi, non merita sul puntola cassazione, e che il ricorso di parte

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canone di legittimo affidamento e con i criteri di buona fede e leale collaborazione

contribuente deve considerarsi inammissibile a mente dell’art.360 bis, avendo il
provvedimento impugnato provveduto in modo conforme alla giurisprudenza di
questa Corte, senza che i motivi di impugnazione offrano elementi nuovi di
valutazione.
Quanto al secondo motivo di impugnazione (fondato sulla violazione del combinato

ricorrente si duole che il giudice di appello non si sia pronunciato sulla censura
avente ad oggetto la mancata applicazione della previsione dell’art.37 co.44 del D.L.
n.223/2006 con cui sono stati previsti termini decadenziali per l’iscrizione a ruolo
seguito di omesso pagamento delle rate di condoni) è qui sufficiente osservare che il
motivo medesimo contrasta con il canone di necessaria autosufficienza del ricorso per
cassazione, non avendo la parte ricorrente dettagliatamente giustificato la
proposizione di detta ragione di impugnazione della cartella esattoriale sin dal ricorso
di primo grado, in difetto di che la ragione di censura costituirebbe domanda nuova e
perciò stesso inammissibilmente proposta.
Pertanto, si ritiene che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio per
inammissibilità.
Roma, 30 marzo 2013

che la relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata agli avvocati
delle parti;
che nessuna delle parti ha depositato memoria illustrativa;
che il Collegio, a seguito della discussione in camera di consiglio, condivide i
motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione e, pertanto, il ricorso va rigettato;
che le spese di lite vanno regolate secondo la soccombenza.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente a rifondere le spese di lite
di questo grado, liquidate in E 8.000,00 oltre spese prenotate a debito.
Così deciso in Roma il 13 novembre 2013.

disposto degli art.1 del D.Lgs.546/1992 e 112 cpc, motivo a mezzo del quale la parte

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