Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27618 del 03/12/2020

Cassazione civile sez. VI, 03/12/2020, (ud. 29/10/2020, dep. 03/12/2020), n.27618

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 401-2019 proposto da:

C.A., P.P.V., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA POMPEO UGONIO 3, presso lo studio

dell’avvocato BELARDO BOSCO, che li rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

UNICREDIT LEASING SPA e per essa, quale mandataria, la DOBANK SPA, in

persona del Procuratore pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA ALBERICO II 33, presso lo studio dell’avvocato ELIO

LUDINI, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6466/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 10/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 29/10/2020 dal Consigliere Relatore Dott. GIUSEPPE

CRICENTI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1.- I ricorrenti, P.P.V. e C.A., sono stati convenuti in giudizio da Unicredit Leasing spa per la revocatoria di un fondo patrimoniale, nel quale i due ricorrenti hanno fatto confluire un capannone industriale, unico bene del loro patrimonio.

In particolare, P.P.V. aveva in precedenza prestato fideiussione personale a favore della società Fruttaroma srl, della quale la C. era socia a 50%, m quanto la società garantita aveva preso in leasing un immobile in Roma, che la Unicredit aveva acquistato da terzi e poi concesso alla Fruttaroma srl.

Poichè quest’ultima ha iniziato a non versare più i canoni di locazione, la Unicredit Leasing ha preteso il pagamento dal fideiussore, ed ha agito, per l’appunto, in revocatoria per rendere inefficace nei suoi confronti la costituzione del fondo patrimoniale che i due coniugi hanno costituito dopo la fideiussione ed in cui hanno fatto confluire l’unico immobile di loro proprietà.

2.- I due coniugi hanno eccepito, oltre alla mancanza dei presupposti dell’azione revocatoria, altresì la nullità della fideiussione, o meglio, delle sue clausole principali, in quanto abusive e stipulate in danno del consumatore.

3.- Il Tribunale ha accolto la domanda ritenendo successiva al sorgere del credito la costituzione del fondo patrimoniale, che, avendo ad oggetto l’unico bene, ha costituito un danno per i diritti del creditore, ed ha altresì ritenuto la coscienza della elusività proprio in queste oggettive caratteristiche. Infine, ha escluso l’applicabilità al contratto di fideiussione della disciplina del diritto del consumatore.

4.- Questa decisione è stata confermata integralmente in appello, dove pure la questione dell’accertamento della natura abusiva delle clausole contenute nella fideiussione è stata ribadita.

5.- Ricorrono P. e C. con un solo motivo. V’è controricorso di Unicredit, che presenta altresì memorie.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.- Per quello che qui ci riguarda, la ratio della decisione impugnata è semplice. Ritiene la corte di appello che, pur essendo il contratto di fideiussione stipulato da un privato, non si debba applicare la disciplina del codice del consumo o comunque quella a tutela del consumatore, in quanto la fideiussione accede ad un rapporto principale di debito in cui la parte garantita è una società. La conseguenza è che la qualità che hanno le parti nel rapporto principale (due società commerciali) si impone anche al rapporto accessorio, in cui, pur essendo una delle due parti, il garante, persona fisica, il contratto è sottratto alla disciplina dei contratti con il consumatore. Il garante assume anche egli (riflesso lo status di professionista.

2.- Questa impostazione è difesa dalla società controricorrente, la quale ribadisce che la disciplina del codice del consumo non si applica qualora, pur essendo il fideiussore un privato, egli abbia però garantito un debito contratto da soggetto che agisce nell’ambito della sua attività professionale.

3.- I ricorrenti contestano questa ratio, e solo questa, con un solo motivo, che fa valere violazione della Direttiva Europea 93 del 2013 e del D.Lgs. n. 202 del 2005.

I ricorrenti ripercorrono la questione che ci occupa. Ricordano come l’orientamento della giurisprudenza sia stato, in passato, nel senso che il contratto di fideiussione non è assoggettato alla disciplina “consumeristica” quando, pur essendo stipulato da una persona fisica che non agisce per motivi professionali, miri però a garantire un debito contratto da un professionista, cosi che il regime è imposto alla fideiussione dal contratto principale; quella subisce la disciplina prevista per questo.

Ricordano però come, a seguito di due decisioni della Corte di Giustizia Europea (CGUE, 19 novembre 2015, in causa C-74/15, Tarcau, e 14 settembre 2016, in causa C-534/15, Dumitras), si debba imporre la regola opposta: se la fideiussione è stipulata da un privato, per ragioni estranee ad una propria attività professionale, si applica la disciplina del codice del consumo e non quella prevista per il contratto garantito, ove questo sia stipulato da professionista; in sostanza, il fideiussore, persona fisica, non è professionista di riflesso, ossia non è da considerarsi tale solo perchè lo è il debitore garantito.

Il motivo è fondato.

Si è tradizionalmente ritenuto, anche se non in modo univoco, che la persona fisica che presta fideiussione per garantire un debito contratto da un professionista, non assume lo status di consumatore, ma per riflesso, anche egli quello di professionista, con conseguenza ovviamente di rilievo sulla disciplina di riferimento (Cass. n. 314/2001; Caan. 202017/ 2005; Cass. 13643/ 2006; Cass. 24846/ 2016).

Tuttavia, almeno a partire da Cass. n. 32225/ 2018 si è cominciato a prendere atto delle due decisioni della Corte di Giustizia Europea (CGUE, 19 novembre 2015, in causa C-74/15, Tarcau, e 14 settembre 2016, in causa C-534/15, Dumitras), che anche esse hanno innovato rispetto alla giurisprudenza precedente di quella corte, ed hanno affermato il principio per cui l’oggetto del contratto è irrilevante ai fini della applicazione della disciplina del consumatore, essendo invece determinante la qualità dei contraenti, poichè la direttiva 93/13 definisce l’ambito di applicazione della disciplina “consumeristica” non con riferimento all’oggetto del contratto (tantomeno di quello garantito) ma con riferimento alla condizione che i contraenti non agiscano nell’ambito della loro attività professionale.

Questo orientamento è stato di recente accolto da questa Corte, con una decisione che merita di essere seguita, proprio in ragione del riferimento al revirement fatto dalla Corte di Giustizia ed agli argomenti che quel ripensamento supportano. Decisione la quale ha dunque ritenuto che nel contratto di fideiussione i requisiti soggettivi per l’applicazione della disciplina consumeristica devono essere valutati con riferimento alle parti di esso, senza considerare il contratto principale, come affermato dalla giurisprudenza della Unione Europea (CGUE, 19 novembre 2015, in causa C-74/15, Tarcau, e 14 settembre 2016, in causa C-534/15, Dumitras), dovendo pertanto ritenersi consumatore il fideiussore persona fisica che, pur svolgendo una propria attività professionale (o anche più attività professionali), stipuli il contratto di garanzia per finalità estranee alla stessa, nel senso che la prestazione della fideiussione non deve costituire atto espressivo di tale attività, nè essere strettamente funzionale al suo svolgimento (cd. atti strumentali in senso proprio) (Cass. n. 742 del 2020).

Va rilevato che, nella fattispecie, il ricorrente P. ha stipulato la fideiussione non nell’ambito di una qualche attività professionale, ma come persona fisica che agiva da non professionista. Con la conseguenza dunque che il rifiuto della corte di appello di valutare la validità della fideiussione e segnatamente delle clausole indicate nei motivi di appello, rifiuto conseguente a quello di fare applicazione della disciplina “consumeristica” deve ritenersi erroneo. La sentenza va dunque cassata con rinvio.

P.Q.M.

La corte accoglie il ricorso, cassa la decisione impugnata e rinvia alla corte di appello di Roma, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 29 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 3 dicembre 2020

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