Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2761 del 05/02/2021

Cassazione civile sez. I, 05/02/2021, (ud. 11/12/2020, dep. 05/02/2021), n.2761

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. ARIOLLI Giovanni – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso n. 9618/2019 r.g. proposto da:

C.I., elettivamente domiciliato in Roma, alla via Ippolito

Nievo 61, presso l’avv. Rossella De Angelis, rappresentato e difeso

dall’avv. Laura Arculeo, con procura speciale in atti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del legale rappresentante pro

tempore;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di MILANO, depositato il 12/02/2019;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

11/12/2020 dal Consigliere Dott. Roberto Amatore;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.ssa

SANLORENZO Rita, che ha chiesto il rigetto del ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con decreto del 12.2.19 il Tribunale di Milano respinse il ricorso proposto da C.I., cittadino del (OMISSIS), avverso il provvedimento della Commissione territoriale di diniego della protezione internazionale ed umanitaria, osservando che: non sussistevano i presupposti dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, del D.Lgs. n. 251 del 2007, sub lett. a) e b), atteso che il racconto del ricorrente non era attendibile in ordine alla paventata persecuzione perchè ritenuto complice di ribelli i quali avevano assaltato dei negozi nel loro villaggio; non sussistevano i presupposti della protezione sussidiaria, sub lett. c) circa una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato, sulla base dei report esaminati; non era riconoscibile la protezione umanitaria, non avendo il ricorrente allegato condizioni individuali di vulnerabilità.

C.I. ricorre in cassazione con sei motivi.

Il Ministero dell’Interno non si è costituito.

Con ordinanza interlocutoria del 22.7.2020 la Prima Sezione di questa Corte ha rinviato la causa a nuovo ruolo per la trattazione in pubblica udienza, in relazione alla questione dell’audizione del richiedente per come articolata nel primo motivo di ricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo si denunzia violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 10 e 11, nonchè dell’art. 111 Cost., art. 47 Carta di Nizza, art. 46 Direttiva n. 2013/32/UE, artt. 6 e 13 Cedu, per non aver il Tribunale disposto l’audizione del ricorrente nonostante l’indisponibilità della videoregistrazione, al fine di chiarire le dichiarazioni rese innanzi alla Commissione, considerando la possibilità che la situazione personale del ricorrente sia mutata nelle more del procedimento.

2. Con il secondo motivo si deduce la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 9, poichè il Tribunale non si sarebbe avvalso delle informazioni sulla situazione socio-politica del Senegal, di cui all’art. 8, comma 3, non avendo proceduto alla nuova audizione del ricorrente, mentre dai report internazionali si sarebbe desunta la grave situazione del Senegal in ordine alla violazione dei diritti umani.

3. Con il terzo motivo si denunzia la nullità del decreto impugnato per violazione dell’art. 112 c.p.c. e art. 132 c.p.c., comma 3, non avendo il Tribunale pronunciato sulla questione della mancata informazione sul diritto del ricorrente di farsi assistere da un difensore e della omessa comunicazione dell’apertura del procedimento, nonchè per la mancata trascrizione delle conclusioni rassegnate.

4. Con il quarto motivo si denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., nonchè omessa valutazione delle prove offerte dal ricorrente in ordine alla protezione sussidiaria ed umanitaria, in quanto il Tribunale non avrebbe tenuto conto dell’integrazione sociale raggiunta dal ricorrente, omettendo la comparazione tra la condizione di vita attuale e quella che vi sarebbe in caso di rimpatrio.

5. Con il quinto motivo si denunzia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 27 e art. 35 bis, comma 13, in quanto il ricorrente era stato convocato dalla Commissione territoriale dopo un anno e tre mesi dall’ingresso in Italia, mentre il decreto impugnato era stato emesso il 10.9.18 senza alcuna comunicazione.

6. Con il sesto motivo si denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c., comma 2 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 6, 7, 8, lamentando, da un lato, che il Tribunale non avrebbe considerato e valutato la condotta della controparte, atteso che la Commissione non aveva messo a disposizione la documentazione utilizzata nella fase amministrativa, e dall’altro che il Pubblico Ministero aveva omesso di rassegnare le proprie conclusioni, ex art. 738 c.p.c., comma 2.

7. Il ricorso è infondato.

7.1 Il primo motivo è, in parte, infondato e, per altra, inammissibile.

7.1.1 Sotto il primo profilo ed in relazione alla questione dell’audizione giudiziale del richiedente, giova ricordare che, secondo un orientamento espresso recentemente da questa Corte (cui anche questo Collegio intende fornire continuità applicativa, condividendone le ragioni), in riferimento al procedimento D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35 bis, “nei giudizi in materia di protezione internazionale il giudice, in assenza della videoregistrazione del colloquio svoltosi dinanzi alla Commissione territoriale, ha l’obbligo di fissare l’udienza di comparizione, ma non anche quello di disporre l’audizione del richiedente, a meno che: a) nel ricorso non vengano dedotti fatti nuovi a sostegno della domanda (sufficientemente distinti da quelli allegati nella fase amministrativa, circostanziati e rilevanti); b) il giudice ritenga necessaria l’acquisizione di chiarimenti in ordine alle incongruenze o alle contraddizioni rilevate nelle dichiarazioni del richiedente; c) il richiedente faccia istanza di audizione nel ricorso, precisando gli aspetti in ordine ai quali intende fornire chiarimenti e sempre che la domanda non venga ritenuta manifestamente infondata o inammissibile” (Sez. 1, Sentenza n. 21584 del 07/10/2020; in senso conforme, anche Sez. 1, Sentenza n. 22049 del 13/10/2020, secondo cui verbatim “il corredo esplicativo dell’istanza di audizione deve risultare anche dal ricorso per cassazione, in prospettiva di autosufficienza; in particolare il ricorso, col quale si assuma violata l’istanza di audizione, implica che sia soddisfatto da parte del ricorrente l’onere di specificità della censura, con indicazione puntuale dei fatti a suo tempo dedotti a fondamento di quell’istanza”).

7.1.2 Ciò posto, osserva la Corte come la doglianza articolata dal ricorrente sul punto qui in discussione risulti, in primis, infondata perchè – secondo i principi espressi dalla giurisprudenza di legittimità sopra menzionata (e qui confermata) – non esiste un obbligo dell’autorità giudiziaria ad ascoltare in sede giurisdizionale il richiedente e, inoltre, la stessa si presenti del tutto generica e dunque irricevibile, non spiegando e non specificando il richiedente, nel presente ricorso per cassazione, i fatti a suo tempo dedotti a fondamento dell’istanza di audizione innanzi ai giudici del merito ed i profili di credibilità del racconto non approfonditi nelle precedenti fasi di giudizio. Nè il ricorrente deduce ed illustra i fatti nuovi in relazione ai quali sarebbe stata necessaria l’audizione del richiedente, neanche spiegando in quale atto difensivo del giudizio di merito avrebbe articolato tale difesa.

Ne consegue il complessivo rigetto del primo motivo.

7.2 Il secondo motivo è infondato, posto che non corrisponde al vero che il tribunale non abbia consultato fonti di conoscenza internazionali (C.O.I.) per l’approfondimento istruttorio della pericolosità interna del Senegal, con ciò asseritamente violando il disposto normativo di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3. Ed invero, nel provvedimento impugnato vengono puntualmente indicate le fonti informative (v. pag. 8), dovendosi così escludere in radice la fondatezza della denunciata violazione di legge.

7.3 Anche il terzo motivo di doglianza è infondato.

7.3.1 Occorre in primo luogo chiarire che, secondo il costante insegnamento di questa Corte, in tema di immigrazione, la nullità del provvedimento amministrativo di diniego della protezione internazionale, reso dalla Commissione territoriale, non ha autonoma rilevanza nel giudizio introdotto mediante ricorso al tribunale avverso il predetto provvedimento poichè tale procedimento ha ad oggetto il diritto soggettivo del ricorrente alla protezione invocata, e deve pervenire alla decisione nel merito circa la spettanza, o meno, del diritto stesso non potendo limitarsi al mero annullamento del diniego amministrativo (cfr. Sez. 1 -, Ordinanza n. 17318 del 27/06/2019; Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 20492 del 29/09/2020). Ne consegue che oggetto del giudizio introdotto non è tanto il provvedimento negativo della Commissione territoriale quanto, piuttosto, l’accertamento del diritto soggettivo del richiedente alla protezione invocata.

I vizi del procedimento amministrativo – così come riportati dal ricorrente nel motivo qui in esame – non rilevano.

7.3.2 Priva di fondamento risulta essere anche l’ulteriore censura proposta in merito alla mancata trascrizione delle conclusioni del provvedimento impugnato, atteso che, secondo il costante insegnamento espresso da questa Corte di legittimità, l’omessa, inesatta o incompleta trascrizione delle conclusioni delle parti nell’epigrafe della sentenza ne determina la nullità solo quando tali conclusioni non siano state esaminate, di guisa che sia mancata in concreto una decisione su domande ed eccezioni ritualmente proposte, mentre, ove il loro esame risulti dalla motivazione, il vizio si risolve in una semplice imperfezione formale, irrilevante ai fini della validità della sentenza (Sez. 2, Sentenza n. 2237 del 04/02/2016; Sez. 2 -, Sentenza n. 11150 del 09/05/2018).

7.4 Il quarto motivo è invece inammissibile perchè volto a sollecitare questa Corte ad una rivalutazione di merito in ordine alla sussistenza dei presupposti applicativi dell’invocata protezione sussidiaria e umanitaria, in relazione alla quale la motivazione impugnata svolge correttamente anche il giudizio comparativo tra il grado di integrazione del richiedente protezione nel paese di accoglienza e la possibile lesione del nucleo essenziale dei diritti fondamentali nel paese di provenienza (Cass. 4450/2018).

7. 5 Il quinto motivo è infondato.

Occorre ritenere che, in mancanza di un’espressa qualificazione nel senso della perentorietà da parte della legge, anche il termine di quattro mesi decorrente dalla presentazione del ricorso, previsto dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 13, per la decisione della causa sulla domanda di protezione internazionale, deve essere considerato meramente ordinatorio, come prescritto dall’art. 152 c.p.c., comma 2, perseguendo lo stesso un mero scopo sollecitatorio della decisione (v. anche: Cass., sez. Un. 23832/2004; Cass. n. 8249/2008; Cass. 7688/2006; Cass. 26264/2011). E’ stato, peraltro, precisato dalla giurisprudenza di questa Corte che l’inosservanza dei termini stabiliti per il compimento degli atti del giudice (e dei suoi ausiliari) resta sottratta alla disciplina dettata dagli artt. 152 c.p.c. e segg., in quanto, pur incidendo detti termini sulla durata complessiva del processo, essi non sono ulteriormente qualificati dalle norme che li prevedono, nè ricevono sanzione in conseguenza della loro inosservanza, poichè l’atto compiuto dopo la relativa scadenza conserva validità ed efficacia, salvi eventuali riflessi di carattere disciplinare per il magistrato (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 2790 del 26/02/2002).

7.6 Il sesto motivo è, in parte, inammissibile e, per altra, infondato.

7.6.1 Sotto il primo profilo, va evidenziato che le doglianze articolate come violazione dell’art. 116 c.p.c., sono, all’evidenza inammissibili, perchè volte a richiedere al giudice di legittimità un nuovo scrutinio sulle condotte processuali delle parti per dedurne conseguenze sul piano del merito della decisione, merito il cui esame è invece inibito a questa Corte.

7.6.2 Il ricorrente lamenta, inoltre e del tutto inammissibilmente, che il Pubblico Ministero non avrebbe fatto constare, come prescritto, l’eventuale sussistenza di cause ostative al riconoscimento della protezione internazionale, fatto questo che, peraltro, lungi dal pregiudicare il richiedente, semmai lo avrebbe favorito, per giunta ascrivendo indebitamente un anomalo valore ricognitivo al comportamento processuale della parte pubblica che, invece, in materia è dominata da regole di ordine pubblico.

Ne consegue il complessivo rigetto del ricorso.

Nessuna statuizione è dovuta per le spese del giudizio di legittimità, stante la mancata difesa dell’amministrazione intimata.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento da parte della

ricorrente principale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis (Cass. Sez. Un. 23535 del 2019).

P.Q.M.

rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 11 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 febbraio 2021

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