Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27587 del 20/12/2011

Cassazione civile sez. trib., 20/12/2011, (ud. 12/10/2011, dep. 20/12/2011), n.27587

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MERONE Antonio – Presidente –

Dott. PERSICO Mariaida – Consigliere –

Dott. DI BLASI Antonino – rel. Consigliere –

Dott. CIRILLO Ettore – Consigliere –

Dott. CARACCIOLO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

SILA TELECOMANDI SPA, con sede in (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa, giusta delega in

calce al ricorso, dall’Avv. Labbate Stefano, elettivamente

domiciliata presso lo studio dell’Avv. Paganelli Carmelina, in Roma,

Via San Giovanni in Laterano n.210;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del legale rappresentante pro

tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato,

nei cui uffici, in Roma, Via dei Portoghesi, 12 è domiciliata;

– intimata –

Avverso la sentenza n. 03/10/2007 della Commissione Tributaria

Regionale di Torino – Sezione n. 10, in data 23/01/2007, depositata

il 02.03.2007;

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio del

12 ottobre 2011 dal Cons. Antonino Di Blasi;

Sentito l’Avv. Stefano Labbate, per la società ricorrente;

Sentito il P.M. Dott. CENICCOLA Raffaele, che non ha mosso

osservazioni alla relazione in atti.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

La Corte, considerato che nel ricorso iscritto al n.8827/2008 R.G., è stata depositata in cancelleria la seguente relazione.

“1 – E’ chiesta la cassazione della sentenza n.03/10/2007, pronunziata dalla C.T.R. di Torino, Sezione n. 10, il 23.01.2007 e DEPOSITATA il 02 marzo 2007.

Con tale decisione, la C.T.R. ha parzialmente accolto l’appello proposto dall’Amministrazione Finanziaria, limitatamente ad alcuni recuperi IVA, rigettandolo per il resto. 2-11 ricorso di che trattasi, che riguarda impugnazione dell’avviso di accertamento, relativo ad IRPEG ed IVA dell’anno 1998, censura l’impugnata decisione per violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 6, 17, 19, 23 e 25, D.L. n. 331 del 1993, art. 46, D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 62, ed omessa e/o insufficiente motivazione su punto decisivo della controversia, nonchè per violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 17, D.L. n. 331 del 1993, art. 46, D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 6, commi 8, 9 e 9 bis, D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 3, comma 3, ed omessa e/o insufficiente motivazione su punto decisivo.

3 – L’intimata Agenzia, non ha svolto difese in questa sede.

4 – Le questioni poste dal ricorso in esame, si ritiene possano essere definite, applicando i principi fissati da pregresse pronunce della Corte.

E’ stato, in vero, affermato che “L’IVA a credito, maturata nel corso della annualità per la quale non sia stata presentata la dichiarazione, non e1 detraibile nella dichiarazione relativa al successivo periodo di imposta” (Cass. n.8583/1998, n.544/1997, n. 8602/1996).

E’ stato, altresì, precisato, in tema di I.V.A., che l’inottemperanza del contribuente all’obbligo della dichiarazione annuale lo espone all’accertamento induttivo, ed esclude implicitamente la possibilità di recuperare il credito maturato in ordine al relativo periodo d’imposta, attraverso il trasferimento della detrazione nel periodo d’imposta successivo; residuando, in tal caso, al contribuente, solamente, la possibilità, sussistendone i presupposti, di chiederne il rimborso (Cass. n.16477/2004).

4 bis – La decisione impugnata sembra in linea con tali principi.

5 – Si ritiene, dunque, sussistano i presupposti per la trattazione in Camera di Consiglio e la relativa definizione, con il rigetto del ricorso per manifesta infondatezza, ai sensi degli artt. 375 e 380 bis c.p.c..

Il Relatore Cons. Antonino Di Blasi”.

La Corte, vista la relazione, il ricorso e la memoria 03.10.2011, nonchè l’atto di mera costituzione dell’Agenzia Entrate e gli altri atti di causa;

Considerato che le doglianze prospettate con il ricorso risultano avere il carattere della novità, per non essere state formulate con il ricorso introduttivo; Considerato, infatti, che come si evince dagli atti in esame, e segnatamente dall’impugnata sentenza, in relazione alle deduzioni in questa sede ancora rilevanti ai fini IVA, connessi alle operazioni LEMFOERDER di L. 168.299.848 e GRAND HAVEN STAMPED PRODUCTS COMPANY di L. 53.910.000, la società con il ricorso di primo grado, aveva sostenuto trattarsi di pagamenti non rientranti nell’ambito di imponibilità IVA, ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 2, comma 3, lett. A), in quanto aventi natura risarcitoria, e tale tesi era stata accolta dalla CTP che, per l’effetto, aveva annullato le rettifiche; Considerato che, pronunciando sull’appello dell’Agenzia Entrate, la CTR ha riconosciuto fondati i due predetti recuperi IVA dell’anno 1999, in considerazione del fatto che il diritto alla detrazione dell’imposta non era stato esercitato con la dichiarazione del relativo periodo d’imposta e neppure in quella del secondo anno successivo;

Considerato, altresì, che con il ricorso di che trattasi, la contribuente introduce temi di indagine nuovi, che attengono, per un verso, agli effetti connessi alla “inosservanza degli adempimenti di integrazione e duplice registrazione delle fatture relative ad acquisti intracomunitari o da non residenti, da parte di un soggetto passivo IVA che non soffre limitazione di detraibilità” ed in particolare se l’eventuale inosservanza “legittimi l’Ufficio ad avvalersi del maggior termine concesso (quattro anni) per rettificare l’imposta a debito, negando contemporaneamente la detrazione per il decorso del termine biennale previsto dall’art. 19 del decreto IVA per il contribuente” e per altro verso, agli aspetti sanzionatori dell’omessa autofatturazione di operazioni imponibili ed in particolare se la stessa “sia punibile con la sanzione proporzionale commisurata tra il 100% ed il 200% del tributo nei riguardi del soggetto che, non soffrendo di limiti di detraibilità dell’IVA, ometta di far concorrere l’imposta a debito e credito nelle proprie liquidazioni periodiche senza che ciò comporti danno alcuno per l’Erario;

Considerato che le doglianze formulate con il primo mezzo risultano estranee all’originario thema decidendum e riferiscono genericamente alla stessa ratio decidendi della decisione di secondo grado;

Considerato che, pure, le censure introdotte con il secondo motivo non sono state prospettate nel corso dei due gradi di merito;

Considerato che “Il giudizio tributario, anche in base alla disciplina dettata dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 18, comma 2, art. 19 e art. 24, comma 2, è caratterizzato da un meccanismo di instaurazione di tipo impugnatorio, circoscritto alla verifica della legittimità della pretesa effettivamente avanzata con l’atto impugnato, alla stregua dei presupposti di fatto e di diritto in esso atto indicati, ed ha un oggetto rigidamente delimitato dalle contestazioni mosse dal contribuente con i motivi specificamente dedotti nel ricorso introduttivo, in primo grado, onde delimitare sin dalla nascita del rapporto processuale tributario le domande e le eccezioni proposte dalle parti; da ciò consegue che nuove censure del contribuente, introdotte in appello con memoria aggiuntiva, sono inammissibili perchè comportano l’esame di una nuova causa petendi” (Cass. n. 9754/2003, n. 11265/2003, n. 8352/2002); Considerato che i mezzi risultano formulati in violazione del richiamato principio e, peraltro, postulano accertamenti in fatto preclusi in questa sede (Cass. n. 14590/2005);

Considerato, pure, che appaiono condivisibili le argomentazioni svolte nella relazione, in quanto coerenti con le pronunce, anche successive a quelle ivi indicate (Cass. n. 17067/2006, n. 21947/2007 n. 16257/2007, n. 433/2008, n. 7172/2009, n. 13949/2011) che, comunque, imporrebbero il rigetto del ricorso, per manifesta infondatezza;

Considerato, al riguardo, che non sembrano pertinenti le argomentazioni svolte dalla società nella citata memoria 03.10.2011, giacchè dagli atti in esame, non si evince la sussistenza dei presupposti per l’applicazione dei principi affermati dalla Corte di Giustizia Europea con la sentenza, emessa nelle cause riunite C – 95/07 e C – 96/07, in data 8 maggio 2008, ripresi dalla Corte di Cassazione con le sentenze n. 10819/1010 e n. 17588/2010;

Considerato, infatti, che nel caso, per un verso, va considerato che la normativa nazionale nel disciplinare la materia di che trattasi, nel fissare degli adempimenti sottesi a limitare pratiche elusive dell’obbligo fiscale, ha definito un procedimento che, pure, riconosce, al contribuente che non abbia proceduto alla compensazione dell’IVA con la dichiarazione del dato periodo d’imposta, la possibilità della detrazione nel periodo d’imposta successivo, e, in mancanza, l’ulteriore possibilità di chiederne il rimborso, e, sotto altro profilo, che il particolare meccanismo di accertamento dell’IVA, non consente di ritenere, in via generale, che alla violazione dei connessi obblighi di dichiarazione, funzionali all’accertamento ed alla determinazione, possano riconnettersi effetti meramente formali; Considerato, peraltro, che dagli atti in esame non si evince che l’IVA era inerente all’attività (Cass. n. 4517/2000, n. 5599/2003), desumendosi, peraltro, che la società, in primo grado, aveva dedotto l’irrilevanza impositiva, D.P.R. n. 633 del 1973, ex art. 2, comma 3, lett. A), della transazione intervenuta con l’operatore comunitario, stante la natura risarcitoria dell’effettuato pagamento e che la prospettazione difensiva era stata condivisa dalla decisione di prime cure;

Considerato, pure, stante il rilevato comportamento omissivo, che non risultano offerti ed acquisiti elementi idonei per ritenere assolti “gli obblighi sostanziali”, sia pure in forma irregolare, e, quindi, per dedurne che dall’infrazione non è derivato un pregiudizio alle ragioni dell’Erario;

Considerato, ancora, che il relativo onere probatorio gravava sulla società (Cass. n. 5599/2003, n. 4517/2000); Considerato, altresì, che il secondo mezzo con il quale si muovono doglianze riferite all’aspetto sanzionatorio, oltre che inammissibile per le ragioni anzi esposte e perchè non indica i concreti elementi che, in ipotesi, potrebbero legittimare una diversa quantificazione delle sanzioni, deve ritenersi, pure, infondato, nella misura in cui prospetta l’insussistenza dei relativi presupposti, quale conseguenza dell’irrilevanza impositiva della transazione;

Considerato, conclusivamente, che il ricorso va rigettato, per inammissibilità delle censure; Considerato che nulla va disposto per le spese, in assenza dei relativi presupposti;

Visti gli artt. 375 e 380 bis c.p.c.;

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 12 ottobre 2011.

Depositato in Cancelleria il 20 dicembre 2011

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