Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2756 del 31/01/2022

Cassazione civile sez. trib., 31/01/2022, (ud. 15/12/2021, dep. 31/01/2022), n.2756

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – Consigliere –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – rel. Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. R.G. 21664/2014, proposto da:

Riscossione Sicilia s.p.a., già Serit Sicilia s.p.a., in persona del

legale rapp.te p.t., rappresentata e difesa dall’avv. Accursio

Gallo, elettivamente domiciliata in Roma, Via G.P. Palestrina n. 19,

presso lo studio dell’avv.to Stefania Di Stefani.

– Ricorrente –

contro

B.G., rappresentato e difeso dagli avvocati Renato

Culmone e Luca Fiormonte, elettivamente domiciliato presso lo studio

dell’avv.to Fiormonte in Roma, Via Bafile n. 5, giusta procura il

calce al controricorso.

– Controricorrente –

e

Agenzia delle Entrate;

– Intimata –

Avverso la sentenza n. 424/30/2014 della Commissione tributaria

regionale della Sicilia, depositata il 13/02/2014 e non notificata.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 15 dicembre

2021 dal Consigliere Rosita D’Angiolella.

 

Fatto

RITENUTO

che:

1. Con atto notificato in data 19 maggio 2010, B.G. proponeva ricorso avverso la cartella di pagamento n. (OMISSIS), notificata il 06/04/2010, avente ad oggetto somme iscritte a ruolo a titolo provvisorio dall’Amministrazione finanziaria, D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, ex art. 15 per un importo complessivo di Euro 95.305,68 per Irpef, addizionali regionali e comunali ed interessi. Tale cartella si fondava, a sua volta, sull’avviso di accertamento per l’anno d’imposta 2004, già impugnato dal contribuente, con il quale l’Amministrazione finanziaria aveva sottoposto a tassazione l’importo di Euro 350.000,00, incassato dal B. mediante versamento di due assegni, ciascuno dell’importo di Euro 75.000, e di altri quattro assegni dell’importo di Euro 50.000 ciascuno, emessi a suo favore dal signor C.M., quale compenso per l’attività di intermediazione derivante, secondo l’ipotesi dell’amministrazione finanziaria, da fatti di reato (ricettazione in concorso ed appropriazione aggravata).

1.1. Con l’impugnazione della cartella di pagamento il ricorrente eccepiva che l’avviso di accertamento prodromico era affetto da nullità per mancanza di motivazione per cui chiedeva alla Commissione tributaria provinciale adita, la sospensione delle esecutorietà della cartella impugnata e, nel merito, la declaratoria di nullità della stessa.

2. La Commissione tributaria provinciale di Palermo, con sentenza n. 157/12/13, rigettava il ricorso rilevando che l’altro ricorso proposto dal contribuente avverso l’avviso di accertamento prodromico all’impugnata cartella di pagamento era stato respinto con sentenza del 13 febbraio – 29 marzo 2013 e che, quindi, l’iscrizione a ruolo andava confermata.

3. Il contribuente interponeva appello avverso tale sentenza che veniva accolto dalla Commissione tributaria regionale della Sicilia (di seguito, CTR) che, quanto all’avviso di accertamento prodromico, così statuiva: “Orbene, la sentenza passata in giudicato prodotta dal ricorrente ha statuito la non sussistenza dei fatti attribuiti al B. e quindi avendo il giudicato penale il valore di stato sulla liceità delle operazioni delle condotte attribuite al B., non può l’amministrazione finanziaria, sotto il profilo tributario, negare il valore assolutorio delle sentenze di guisa che deve dichiararsi l’illegittimità dell’avviso di accertamento e delle successive cartelle di pagamento. Il giudizio della commissione di primo grado è errato proprio perché non ha tenuto conto dell’esistenza del giudicato penale ai fini dell’applicazione della legge tributaria, giudicato che nega ogni altra autonomia di valutazione perché afferma l’insussistenza di situazioni oggettive (la provenienza illecita dei redditi) che l’ufficio aveva fatto interamente proprio ponendolo a fondamento dell’avviso di accertamento e della cartella di pagamento impugnata”.

4. Riscossione Sicilia s.p.a., già Serit Sicilia s.p.a., ha proposto ricorso in cassazione affidato a tre motivi ed ha presentato memoria art. 380.bis c.p.c., comma 1.

5. B.G. ha resistito con controricorso.

6. L’Amministrazione finanziaria ha deposito “atto di costituzione” ai soli fino della discussione all’udienza pubblica.

7. Con ordinanza del 12 febbraio 2020 questa Corte ha rinviato la causa a nuovo ruolo disponendo l’acquisizione dei fascicoli dei gradi di merito.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo di ricorso – rubricato: “violazione e falsa applicazione dell’art. 654 c.p.p., dell’art. 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3” – la ricorrente denuncia l’erroneità della statuizione dei secondi giudici nella parte in cui, violando e falsamente applicando le disposizioni di cui in rubrica, ha ritenuto che il giudicato penale si riflettesse automaticamente sull’applicazione della legge tributaria, negando l’autonomia del potere/dovere di accertamento del giudice tributario chiamato a verificare la rilevanza del materiale probatorio acquisito agli atti a fini puramente fiscali; ciò contrasterebbe peraltro con i principi affermati dalla giurisprudenza di questa Corte secondo cui non v’e’ alcuna automatica autorità di cosa giudicata della sentenza penale irrevocabile, di condanna o di assoluzione, rispetto all’accertamento fiscale.

1.1. Con il secondo motivo, rubricato: “omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1 n. 5” – la contribuente censura la statuizione della sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto non dimostrato, da parte dell’Ufficio, “il carattere di corrispettivo al B. delle somme incassate in dipendenza dell’attività svolta nei confronti degli eredi C.”, così incorrendo in contraddizione con altra parte della motivazione in cui ha affermato che “la cessione di azioni e/o denaro da parte degli eredi non aveva avuto valenza di retribuire il suo servizio di gestione degli affari ai coniugi C., ma anche di dare esecuzione alla donazione che Co.Ag. avrebbe fatto al B.”.

1.2. Con il terzo motivo di ricorso denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, l’omissione di pronuncia sia sull’eccezione di inammissibilità, D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, ex art. 57 dei nuovi motivi di censura proposti dal contribuente in sede di appello, sia sulla richiesta di declaratoria del difetto di legittimazione passiva di Riscossione Sicilia s.p.a., eccezioni sollevate nell’atto di controdeduzioni depositato nel giudizio di merito.

2. Questa Corte, atteso il carattere pregiudiziale della questione sollevata col terzo motivo di ricorso – in quanto se effettivamente sussistente travolgerebbe l’intera sentenza di appello – con ordinanza del 17 febbraio 2021, ha disposto l’acquisizione del fascicolo del giudizio di merito.

2.1. Da tale fascicolo è risultato che la società Riscossione Sicilia s.p.a. (all’epoca Serit Sicilia s.p.a.), con l’atto di controdeduzioni D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 23 eccepiva, preliminarmente, “l’inammissibilità in sede di gravame, D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 57 dei motivi di censura di cui al ricorso in appello depositato dal d.r. B.G., trattandosi in buona sostanza di nuove domande ovvero di nuove eccezioni non rilevabili d’ufficio” (v. pag. 6 di 19 dell’atto di controdeduzioni); sulla contestazione del contribuente di illegittimità della cartella di pagamento per violazione del L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 10, comma 3, eccepiva “il proprio difetto di legittimazione passiva in quanto la censura mossa, seppur infondata, per i motivi di cui sopra, attiene strettamente alla fase di formazione del ruolo, di esclusiva competenza del competente Ufficio dell’Agenzia delle entrate di Palermo”. Sul punto, rilevava che, mentre l’Ente impositore ha il potere di formazione del ruolo, l’Agente di riscossione, cui il ruolo viene trasmesso dall’Ufficio, emette gli atti necessari per la riscossione, tra cui la cartella di pagamento, la cui notifica è un atto dovuto senza alcuna ingerenza sul contenuto del ruolo e la sussistenza del credito (v. pagg. 7 e 8 di 19 dell’atto di controdeduzioni).

2.2. Con il ricorso originario il B. eccepiva l’illegittimità della cartella L. 27 luglio 2000, n. 212, ex art. 10, comma 3, e D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, ex art. 8 in punto di sanzioni, nonché la nullità dell’avviso di accertamento n. (OMISSIS), per l’anno 2004, per difetto di presupposto di cui alla L. n. 212 del 2000, art. 7, comma 1 (v. pagg. 2 e 3 del ricorso originario). In altri termini, il B. contestava la legittimità della cartella di pagamento in punto di sanzioni ritenendole non applicabili per l’obiettiva situazione di incertezza derivante dalla nullità dell’avviso di accertamento prodromico e, comunque, per le condizioni di incertezza della normativa penale relativa al caso. D’altro canto, i giudici di prime cure – la cui sentenza, n. 157/12/13, risulta allegata al fascicolo di merito solo su tali questioni si sono pronunciati, confermando la legittimità del ruolo e della cartella con rigetto del ricorso del ricorrente.

2.3. Con il ricorso in appello, B.G., col primo motivo, aveva riproposto la questione oggetto del ricorso originario sull’insussistenza delle obiettive condizioni di incertezza, sulla portata e sull’ambito di applicazione delle norma tributaria per la sopravvenienza del giudicato penale (v. ricorso in appello pagg. 4-6); col secondo motivo (“insussistenza del presupposto per la classificazione di cui all’art. 67 del T.U.I.R. – Natura di donazione remuneratoria”), deduceva l’insussistenza dei presupposti per la tassazione dei compensi sul rilevo che, in virtù della sentenza penale del Tribunale di Palermo di assoluzione del 5/07/2011 n. 3664/11, le somme percepite non potevano essere considerate compensi relativi all’attività svolta in favore degli eredi C., per essere intervenuta a favore di questi ultimi una donazione remuneratoria di modico valore (pagg. 6-11 del ricorso in appello).

2.4. La CTR, proprio in considerazione del giudicato penale, ha riformato integralmente la sentenza di primo grado, ritenendo che l’Ufficio, tra l’altro, non aveva dimostrato l’insussistenza della donazione remuneratoria.

3. Alla luce di tale verifica, sussiste l’error in procedendo dedotto da Riscossione Sicilia s.p.a. col terzo motivo di censura.

3.1. In termini generali, costituisce ius receptum, che esorbita dai limiti di una consentita “emendatio libelli” il mutamento della “causa petendi” che consista in una vera e propria modifica dei fatti costitutivi del diritto fatto valere in giudizio, tale da introdurre nel processo un tema di indagine e di decisione nuovo perché fondato su presupposti diversi da quelli prospettati nell’atto introduttivo del giudizio, così da porre in essere una pretesa diversa da quella precedente (ex plurimis, v. Cass., 12/12/2018, n. 32146).

3.2. Nella specie, mentre nel ricorso originario il ricorrente ha censurato l’illegittimità della cartella in punto di sanzioni, L. n. 212 del 2000, ex art. 10 assumendo l’obiettiva condizione di incertezza derivante dalla “formale ed insanabile” nullità dell’avviso di accertamento per l’anno 2004 (v. ricorso pag. 3), nel giudizio di appello ha dedotto la questione del giudicato penale di assoluzione, quale fatto determinante la illegittimità della cartella di pagamento, così introducendo un tema di indagine del tutto nuovo perché fondato sul presupposto di fatti non prospettati nell’atto introduttivo del giudizio. Ed invero, se in primo grado si contesta la legittimità di una cartella in punto di sanzioni per carenza di motivazione dell’atto di accertamento presupposto, non può essere prospettata, poi, con l’atto di appello, la tesi che l’obbligazione tributaria debba ritenersi insussistente per il sopravvenire di un giudicato penale, poiché tale prospettazione configura un’inammissibile mutatici libelli, in quanto sovverte l’originario oggetto del dibattito introducendo nuovi temi di indagine attinenti alla sussistenza dei presupposti fondanti la pretesa fiscale per redditi cd. diversi (art. 67, lett. f, t.u.i.r.), nonché i rapporti tra giudizio penale e giudizio tributario, contestazioni incompatibili con i vizi della cartella di pagamento quali prospettati con il ricorso introduttivo.

4. Inoltre, la CTR ha del tutto omesso di pronunciarsi sull’eccezione sollevata dall’Agente di riscossione di carenza di legittimazione passiva.

4.1. E’ oramai consolidato l’orientamento, inaugurato dalla pronuncia delle Sezioni Unite n. 16412 del 25/07/2007 secondo il quale sebbene il contribuente che impugni una cartella esattoriale emessa dal concessionario della riscossione per motivi che attengono alla mancata notificazione, ovvero anche alla invalidità degli atti impositivi presupposti, può agire indifferentemente nei confronti tanto dell’ente impositore quanto del concessionario, senza che sia tra i due soggetti configurabile alcun litisconsorzio necessario, tuttavia, in entrambi i casi, la legittimazione passiva spetta all’ente titolare del credito tributario e non già al concessionario, il quale, in presenza di contestazioni involgenti il merito della pretesa impositiva, ha l’onere di chiamare in giudizio il predetto ente, D.Lgs. n. 112 del 1999, ex art. 39 (cfr. Sez. 5, 07/05/2014, n. 9762; Sez. 5, 24/04/2015, n. 8370; Sez. 5, 28/04/2017, n. 10528; Sez. 5, 04/05/2018, n. 8295, non massimata).

4.2. Il concessionario, infatti, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 10 è legittimato passivamente quando oggetto della controversia è l’impugnazione di atti viziati da errori ad esso direttamente imputabili, nel caso, cioè, di vizi propri della cartella di pagamento e dell’avviso di mora, al quale è direttamente ascrivibile il vizio dell’atto, (cfr. Sez. 5, 09/11/2016, n. 22729).

4.3. E’ stato chiarito che anche la tardività della notificazione della cartella non costituisce vizio proprio di questa, tale da legittimare in via esclusiva il concessionario a contraddire nel relativo giudizio, sicché la legittimazione passiva spetta all’ente titolare del credito tributario e che, nell’ipotesi in cui il concessionario fosse stato fatto destinatario dell’impugnazione, sarebbe stato onere di quest’ultimo chiamare in giudizio l’ente titolare del credito, laddove non volesse rispondere all’esito della lite, non essendo il giudice tenuto a disporre d’ufficio l’integrazione del contraddittorio, in quanto non è configurabile nella specie un litisconsorzio necessario (ex plurimis, da Sez. 5, 30/10/2007, n. 22939; Sez. 5, 27/06/2011, n. 14032 a Sez. 5, 24/04/2018, n. 10019).

5. L’accoglimento del terzo mezzo per vizi in procedendo della sentenza impugnata, assorbe le ulteriori questioni (se sussista o meno il vizio di motivazione dell’avviso di accertamento, presupposto alle sanzioni, e se il giudicato penale si rifletta o non rispetto al giudizio tributario) dedotte con i motivi primo e secondo.

6. Ne segue, in definitiva, la cassazione della sentenza impugnata in relazione al motivo accolto con rinvio alla Commissione tributaria regionale della Sicilia, in diversa composizione; quest’ultima, ormai acclarata la legittimazione passiva dell’Agenzia delle entrate, valuterà l’appello proposto alla luce della domanda originaria del contribuente. Il giudice di rinvio provvederà anche sulle spese del presente procedimento.

P.Q.M.

Accoglie il terzo motivo di ricorso, assorbiti il primo ed il secondo; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Commissione tributaria regionale della Sicilia, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese del presente procedimento.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Quinta sezione civile della Corte di Cassazione, il 15 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2022

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