Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27551 del 11/10/2021

Cassazione civile sez. I, 11/10/2021, (ud. 15/03/2021, dep. 11/10/2021), n.27551

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VALITUTTI Antonio – Presidente –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – rel. Consigliere –

Dott. DOLMETTA Aldo Angelo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4989/2019 proposto da:

V.M., nella qualità di madre del minore

D.T.V., elettivamente domiciliata in Roma, Via Tortona n. 4, presso

lo studio dell’avvocato Latella Stefano, rappresentata e difesa

dall’avvocato Macrì Mariacristina, giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

G.C.M., nella qualità di curatore speciale del minore

D.T.V., domiciliata in Roma, Piazza Cavour, presso la

Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa

da se medesima, giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 21/2018 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

pubblicata il 26/06/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/03/2021 dal Cons. Dott. FIDANZIA ANDREA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza depositata il 26 giugno 2018 la Corte d’Appello di Torino – sezione Minorenni – ha confermato la sentenza n. 241/2017, depositata il 13.11.2017, con la quale il Tribunale per i Minorenni di Torino ha dichiarato lo stato di adottabilità del minore D.T.V., nato il (OMISSIS).

Il giudice di secondo grado ha evidenziato, alla luce delle relazioni degli operatori e delle conclusioni del CTU, all’esito dell’osservazione dei comportamenti della madre del minore e dei colloqui clinici, l’inidoneità di quest’ultima, sig.ra V.M., a svolgere le funzioni genitoriali nonostante gli operatori avessero tentato di avviare un percorso di recupero per consentire alla stessa sig.ra V. di prendersi cura della minore.

Avverso la predetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione V.M. affidandolo a due motivi.

L’avv. G.C.M., curatrice speciale del minore, si è costituita in giudizio con controricorso, eccependo l’inammissibilità del ricorso per tardività.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Va preliminarmente rigettata l’eccezione di inammissibilità del ricorso per tardività. Dall’esame degli atti del fascicolo d’ufficio risulta che la sentenza della Corte d’Appello è stata notificata, a cura della cancelleria di tale Ufficio, soltanto al curatore speciale del minore, mentre la stessa sentenza non risulta notificata anche alla ricorrente.

Ne consegue che deve applicarsi il termine lungo dell’impugnazione di cui all’art. 327 c.p.c., con conseguente tempestività dell’odierno ricorso.

2. Con il primo motivo è stata dedotta la violazione la violazione della L. n. 184 del 1983, artt. 1 e segg., nel testo sostituito dalla L. 28 marzo 2001, n. 149.

Lamenta la ricorrente che la Corte d’Appello ha inteso soffermarsi sulle criticità emerse al momento della nascita del minore T. e sugli esiti della CTU senza curarsi di tutelare il più equilibrato sviluppo del minore attraverso il recupero e la valorizzazione del legame naturale nella propria famiglia d’origine, come suggerisce la L. n. 184 del 1983, art. 1, con l’attivazione di misure di sostegno da parte delle strutture sociali, finalizzate a consentire al minore di essere allevato, educato e curato nel suo ambiente familiare.

Evidenzia di avere da tempo superato i suoi problemi di tossicodipendenza e di essersi completamente affidata ai Servizi Sociali, seguendo tutti i percorsi consigliati e manifestando completa disponibilità al sostegno nell’accudimento e nella crescita di T..

Espone, inoltre, la ricorrente che la sua inidoneità genitoriale è stata fondata su un giudizio sommario essenziale orientato ad evidenziare la condizione di fragilità personale e la difficoltà di cogliere come qualcosa di separato da sé, senza che le siano state dati sufficienti chances.

In conclusione, devono escludersi i presupposti per la dichiarazione dello stato di adottabilità, non essendo configurabile una situazione di privazione dell’affetto o della vicinanza della madre, o di mancanza di cure materiale e morali o anche il rifiuto della madre di sottoporsi ad eventuali misure di sostegno.

3. Con il secondo motivo è stata dedotta l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in ordine alla positiva evoluzione delle condizioni della ricorrente incidenti sulle capacità genitoriali, con preminente attenzione alle condizioni della medesima al momento della nascita e nei mesi successivi.

Lamenta la ricorrente che la lettura della situazione offerta dai giudici di merito, alla luce per lo più di relazioni degli operatori risalenti nel tempo, è stata sovradimensionata rispetto alla realtà dei fatti e delle condizioni di rischio in cui si sarebbe trovato il minore.

Sono stati enfatizzati i disturbi psichici consistenti in una diagnosi di disturbo della personalità borderline, non valorizzandosi in misura sufficiente che tali tratti di personalità siano attualmente in “buon compenso psichico”.

Sono stati sottolineati gli errori compiuti durante la gestazione e dopo la nascita del minore, senza valorizzare l’assoluta e totale disponibilità della ricorrente ad accettare un qualunque tipo di supporto pur di mantenere il suo ruolo genitoriale e la sua disponibilità a seguire puntualmente le prescrizioni in un’ottica di recupero delle sue potenzialità.

4. Il primo ed il secondo motivo, da esaminare unitariamente, avendo ad oggetto questioni connesse, sono inammissibiii.

Va osservato che se è pur vero che la ricorrente, nell’invocare la prioritaria esigenza dei figli di vivere, nei limiti del possibile, con i genitori biologici, afferma un principio sancito dalla L. n. 184 del 1983, art. 1 (rafforzato dalla consolidata interpretazione dell’art. 8 CEDU), la stessa non considera, tuttavia, che la situazione di abbandono, quale presupposto necessario per la dichiarazione dello stato di adottabilità, è configurabile quando si accerti che la vita offerta al minore dai congiunti sia inadeguata al normale sviluppo psico-fisico, così che la rescissione del legame familiare diviene uno strumento necessario per evitare per il bambino un più grave pregiudizio (Cass. 10 luglio 2014 n. 15861, 29 marzo 2011, n. 7115; 26 gennaio 2011, n. 1838; 31 marzo 2010, n. 7959; 1 febbraio 2005, n. 1996; 7 febbraio 2002, n. 1674).

Inoltre, questa Corte ha avuto modo di ribadire, anche recentemente, che il prioritario diritto dei minori a crescere nell’ambito della loro famiglia di origine non esclude la pronuncia della dichiarazione di adottabilità quando, nonostante l’impegno profuso dal genitore per superare le proprie difficoltà personali e genitoriali, permanga tuttavia la sua incapacità di elaborare un progetto di vita credibile per i figli, e non risulti possibile prevedere con certezza l’adeguato recupero delle capacità genitoriali in tempi compatibili con l’esigenza dei minori di poter conseguire una equilibrata crescita psico-fisica (Cass. 16357/2018; Cass. 17603/2019).

Lo stato di abbandono che giustifica la dichiarazione di adottabilità ricorre, pertanto, allorquando i genitori non siano in grado di assicurare al minore quel minimo di cure materiali, di calore affettivo e di aiuto psicologico indispensabili allo sviluppo e alla formazione della sua personalità, senza che tale situazione sia dovuta a motivi di carattere transitorio (L. n. 184 del 1983, art. 8), considerati in base ad una valutazione che, involgendo un accertamento di fatto, spetta al giudice di merito (Cass. 11171/2019).

Nel caso di specie, la Corte territoriale, nel ritenere sussistenti i presupposti per lo stato di adottabilità, non ha fondato il proprio giudizio – come sostiene la ricorrente – solo sui disturbi psichici della madre o le gravi mancanze commesse durante la gestazione e nei primissimi mesi dopo la nascita del minore, ma ha considerato un intervallo temporale ben più prolungato (che comprende l’ultima relazione del Servizio sociale del (OMISSIS) e l’audizione del Dott. S.C. avvenuta all’udienza del 20.3.2018), nell’ambito del quale si collocano le relazioni degli operatori del Centro di Salute mentale, dei servizi sociali e, infine, della consulente tecnico d’ufficio, tutte debitamente analizzate dalla Corte d’Appello.

Orbene, emerge dalla ricostruzione del giudice di secondo grado un quadro generale che e’, in primo luogo, caratterizzato dalla costante difficoltà della ricorrente di avviare una proficua di collaborazione con gli operatori, che erano visti con sospetto ed erano considerati responsabili della sua condizione e della sua mancanza di autonomia.

Dopo oltre un anno dalla nascita del minore, veniva evidenziato nella relazione del Dott. S. del (OMISSIS), che l’atteggiamento della V. era rimasto immutato: il rapporto con la comunità era descritto in termini persecutori, non apparendo mai la dimensione di un aiuto necessario; l’invito ad approfondire le valutazioni sul suo stato di salute non veniva accolto; la possibilità di vedere gli altri come risorsa era ferma ai meccanismi di difesa già osservati; il suo atteggiamento con la realtà esterna è quello strumentale negante. Tutto ciò determinava la persistenza di aspetti che compromettevano seriamente lo sviluppo del bambino (il cui stato si sofferenza neonatale non era stato, peraltro, percepito dalla madre a distanza di un anno dalla nascita, come evidenziato nella relazione clinica del (OMISSIS)), in conseguenza del distorto rapporto con la realtà della madre e le sue difficoltà di ascolto empatico del bambino e dei suoi bisogni, nonché di dar significato alle comunicazioni ed ai segnali di quest’ultimo.

La relazione del Dott. S. si concludeva evidenziando che “la difficoltà di farsi aiutare e la negazione dei problemi fanno ipotizzare facilmente lo sviluppo di una madre chiusa in se stessa, se non persecutoria, in una relazione esclusiva con il bambino, che non attinge agli altri come risorsa sana ed indispensabile”.

Secondo il coerente sviluppo argomentativo della Corte d’Appello, tali approfondite valutazioni cliniche hanno trovato conferma nella relazione della CTU D.ssa T. che, all’esito delle operazioni peritali, ha riscontrato l’incapacità della sig.ra V. di vedere il bambino come essere separato da sé e portatore di specifiche necessità: il bambino, secondo la prospettiva della madre, è un suo oggetto di investimento affettivo, connotato in modo infantile dal compito di realizzare una donna in quanto madre, con la conseguenza che “la cronica impossibilità della sig.ra V. di giungere ad un esame della realtà diminuendo le scissioni e negazioni rende la sig.ra V. persona non adatta a prendersi cura di un bambino fragile come il minore in questione e non consente di ipotizzare un utile margine di recupero”.

E’ stato, altresì, evidenziato dalla Corte d’Appello che la Dott.ssa T., all’udienza del 20.3.2018, ha così precisato: “La mia valutazione ha preso in considerazione il lungo percorso fatto dalla signora e come certe sue caratteristiche di personalità non abbiano consentito che questi sostegni producessero dei miglioramenti; la signora ha continuato a non elaborare le proprie difficoltà ma a giustificarle. La mancata assunzione di responsabilità non mi fa pensare che anche con nuovi sostegni possa elaborare qualcosa che non mai elaborato. Se la persona attribuisce ad altri il ruolo e il peso di situazioni vissute, ciò non propende favorevolmente per una presa in carico”.

Infine, la Corte ha, altresì, messo in luce come la Dott.ssa R., assistente sociale, che aveva avuto un colloquio con la ricorrente in data (OMISSIS) (dopo la presentazione da parte di quest’ultima del ricorso in appello), ha rivelato che nel corso di tale colloquio la sig.ra V. non aveva riportato in termini precisi e concreti una progettualità per il figlio, avendo invece affermato di non conoscere il contenuto del ricorso in appello, con il quale, tuttavia, voleva far comprendere che era lei realmente e che il bambino sapesse che la mamma aveva lottato per lui.

La sig.ra V., nel ricorso, non ha ritenuto di confrontarsi minimamente con tali precise ed articolate argomentazioni della sentenza impugnata, limitandosi genericamente, così come aveva fatto nei motivi d’appello, ad affermare di aver sempre tenuto un atteggiamento pienamente collaborativo con tutti gli operatori, condotta che la Corte d’Appello, alla luce di dati precisi e concreti, ha nettamente escluso, evidenziando, all’opposto, che tutti gli interventi di sostegno effettuati nell’interesse della ricorrente erano stati osteggiati e non avevano prodotto alcun miglioramento.

La sig.ra V., anche nel dolersi della insufficiente valorizzazione da parte del giudice di secondo grado della sua positiva evoluzione personale – circostanza parimenti negata dal giudice di merito all’esito dell’esame delle valutazioni cliniche degli operatori del Centro di Salute Mentale e della CTU – non fa che svolgere censure di merito, in quanto finalizzate a sollecitare una diversa ricostruzione dei fatti rispetto a quella operata in modo analitico da entrambi i giudici di merito.

La declaratoria di inammissibilità del ricorso comporta la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come in dispositivo.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento in favore della controricorrente delle spese processuali, che liquida in Euro 2,300,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% ed accessori di legge.

Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Così deciso in Roma, il 15 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 11 ottobre 2021

 

 

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