Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27548 del 02/12/2020

Cassazione civile sez. lav., 02/12/2020, (ud. 22/09/2020, dep. 02/12/2020), n.27548

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. D’ANTONIO Enrica – rel. Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 17359/2017 proposto da:

M.R., domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e

difesa dall’avvocato PASQUALE FORTE;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITA’ E RICERCA, in persona del

Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia in ROMA, ALLA VIA

DEI PORTOGHESI 12, ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3066/2016 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 27/12/2016 R.G.N. 1968/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/09/2020 dal Consigliere Dott. ENRICA D’ANTONIO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

VISONA’ Stefano, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato PASQUALE FORTE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte d’appello di Bari, in riforma della sentenza del Tribunale di Foggia, ha rigettato la domanda di M.R., insegnante di scuola primaria, volta ad ottenere il riconoscimento del suo diritto alla corresponsione del trattamento pensionistico anticipato, a seguito delle dimissioni, a far data dal settembre 1998 ed a percepire tutti gli arretrati maturatisi fino al 10/8/2005.

La Corte ha rilevato, in primo luogo, l’infondatezza dell’eccezione di inammissibilità dell’appello ritenendo che l’erronea indicazione delle generalità della resistente e di identificazione del procuratore della stessa,contenuti nel ricorso in appello dell’Inps, non avevano impedito alla M. di difendersi ampiamente nel merito.

Ha riferito, inoltre, che la L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 27, consentiva, nella fase transitoria, a chi avesse compiuto 53 anni a tutto il 31/12/1998, di conseguire la pensione anticipata di anzianità a quell’epoca già maturata secondo gli ordinamenti previdenziali di appartenenza.

La Corte ha esposto, quanto alla disciplina previgente degli ordinamenti previdenziali di appartenenza, che il D.P.R. n. 1092 del 1973, art. 42, invocato dalla ricorrente,prevedeva un abbuono di 5 anni di contribuzione per la dimissionaria coniugata o con prole a carico, utilizzabile solo dalla dipendente dimissionaria alla quale occorrevano fino a 5 anni per il conseguimento del ventennio di servizio necessario per accedere alla pensione anticipata, in difetto di tali requisiti erano necessari 15 anni di servizio effettivo.

La Corte ha riferito, altresì, che tale normativa era stata fatta salva dal D.Lgs. n. 503 del 1992, il quale prevedeva all’art. 2, comma 3, lett. a), che continuavano a trovare applicazione i requisiti di assicurazione e contribuzione previsti dalla previgente normativa nei confronti dei soggetti che li avevano maturati alla data del 31/12/1992.

Secondo la Corte la ricorrente alla data del 31/1/92,non essendo ancora intervenute le dimissioni, avrebbe potuto andate in pensione solo con almeno 15 anni di servizio effettivo e senza alcun abbuono e, comunque, a tale data pur con l’abbuono di 5 anni, raggiungeva al più come da lei stessa ammesso 16 anni di contribuzione e non i 20 necessari.

La Corte ha quindi concluso che la ricorrente non poteva beneficiare del regime previgente e a maggior ragione non poteva rivendicare alcun diritto in seguito all’entrata in vigore della disciplina transitoria di cui al sopravvenuto della L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 27.

2. Avverso la sentenza ricorrente la M.R. con quattro motivi ulteriormente illustrati con memoria ex art. 378 c.p.c.. Resiste I’Inps.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

3.Con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione dell’art. 436 c.p.c., art. 24 Cost., art. 112 c.p.c. e la L. n. 449 del 1997. Lamenta che l’Inps aveva notificato un atto di appello nullo e non sanabile; che per tale ragione non aveva potuto partecipare alla fase della sospensiva, che si era costituita nel giudizio solo per eccepire la nullità dell’appello e che l’effetto sanante aveva determinato una violazione del diritto di difesa non avendo potuto proporre l’appello incidentale. Con il secondo motivo denuncia violazione degli artt. 433,414 e 342 c.p.c., ribadendo l’insanabilità della nullità.

4. I due motivi, congiuntamente esaminati stante la loro connessione, sono infondati.

Il ricorso in appello dell’Inps contiene un’errata indicazione delle generalità della M., nonchè un’errata identificazione del procuratore costituito in primo grado, correttamente indicato, invece, nella relata di notifica. La Corte ha, a riguardo,rilevato che il ricorso consentiva, comunque, di ben identificare sia la resistente sia il procuratore, considerati i vari richiami alla sentenza di primo grado, tanto che l’appellata si era costituita e si era difesa. Tali argomenti sono del tutto corretti dovendosi sottolineare che la costituzione della M. ha sanato gli errori materiali sussistenti nel ricorso, nè risulta che l’appellata abbia mai richiesto un’eventuale rimessione in termine in base all’art. 164 c.p.c., applicabile anche in appello (cfr., Cass. n. 23667/2018, n. 11549/2019), per integrare la propria difesa,qualora avesse subito delle limitazioni derivanti dalla presenza degli errori materiali denunciati.

5. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia violazione della L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 27, in combinato disposto con la circolare ministeriale 36 del 28/11/11998 e n. 282 del 25/6/1998.

Con il quarto motivo denuncia violazione della L. n. 1092 del 1973.

Deduce che la Corte non aveva considerato che la circolare n. 36 dava diritto, a chi avesse maturato i requisiti di cui alla L. n. 335 del 1995 entro 1/9/1998, al pensionamento anticipato sempre fossero in esubero, avessero 53 anni ed una anzianità di 20 anni e che tutte tali caratteristiche erano possedute dalla M.. Osserva che la disciplina transitoria di cui alla L. n. 335 del 1995, faceva salvi i diritti acquisiti dai soggetti in possesso dei requisiti per l’ottenimento del pensionamento anticipato: la normativa previgente alla L. n. 335 del 1995, era costituita dal D.P.R. n. 1092 del 1973, ed in particolare dall’art. 42, che prevedeva l’abbuono di 5 anni per la dimissionaria con prole.

Rileva che tale disciplina era stata fatta salva dal D.Lgs. n. 503 del 1992, in base al quale (art. 8, comma 1) per i soggetti che avevano maturato i requisiti restavano ferme le norme previste dai rispettivi ordinamenti.

Infine, osserva che dovevano esserle riconosciuti ulteriori 5 anni avendo riscattato un periodo di servizio anche ai fini pensionistici.

6.1 motivi sono infondati.

7. La L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 27, prevede che “Il diritto alla pensione anticipata di anzianità per le forme esclusive dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidita,la vecchiaia ed i superstiti è conseguibile, nella fase transitoria, oltre che nei casi previsti dal comma 26, anche: a) ferma restando l’età anagrafica prevista dalla citata tabella B, in base alla previgente disciplina degli ordinamenti previdenziali di appartenenza…..).

La citata tabella permetteva di ottenere la pensione anticipata di vecchiaia in base ai requisiti dell’ordinamento previdenziale di appartenenza al conseguimento entro il 31/12/1998 di 53 anni.

7. La questione esaminata nella sentenza impugnata è se,in base alla citata disciplina transitoria,alla data dell’1/9/98, oltre l’età anagrafica prevista secondo la tabella di 53 anni, si ha diritto a percepire la pensione anticipata se già maturata in base all’ordinamento di appartenenza e dunque nella fattispecie se alla data del 31/12/92, come afferma la Corte,la ricorrente aveva 20 anni di contribuzione compreso l’abbuono di 5 anni per la prole in caso di dimissioni oppure, senza dimissioni, 15 anni di servizio effettivo senza alcun abbuono.

Il D.P.R. n. 1092 del 1973, art. 42, costituente l’ordinamento previdenziale di appartenenza, stabiliva infatti che “Il dipendente civile che cessa dal servizio per raggiungimento del limite di età o per infermità non dipendente da causa di servizio ha diritto alla pensione normale se ha compiuto quindici anni di servizio effettivo (33/a). Nei casi di dimissioni, di decadenza, di destituzione e in ogni altro caso di cessazione dal servizio, il dipendente civile ha diritto alla pensione normale se ha compiuto venti anni di servizio effettivo. Alla dipendente dimissionaria coniugata o con prole a carico spetta, ai fini del compimento dell’anzianità stabilita nel comma 2, un aumento del servizioeffettivo sino al massimo di cinque anni.

In base a tale interpretazione, accolta dalla Corte territoriale, alla ricorrente non spettava la pensione anticipata in quanto alla data del 31/12/92, in base all’ordinamento di appartenenza, aveva 16 anni di contribuzione, anche a voler considerare l’abbuono per la prole, e non i 20 anni richiesti e comunque, la Corte ha sottolineato che le dimissioni erano intervenute solo nel 1998 e dunque la ricorrente al 31/12/1992 non aveva maturato alcunchè, neppure i 15 anni di contribuzione necessari senza le dimissioni, e pertanto aveva perso il diritto a mantenere il regime precedente, fatto salvo dalla L. n. 335 del 1995.

Secondo la ricorrente invece, i requisiti dell’ordinamento previgente dovevano essere posseduti alla data dell’1/9/1998 e dunque le spettava la pensione di anzianità anticipata compreso l’abbuono di 5 anni per i figli.

7. L’interpretazione delle norme accolta dalla Corte territoriale risulta del tutto corretta non potendo invece essere condivisa la tesi di parte ricorrente che pretende di affermare una sorta di ultrattività della normativa preesistente sebbene le regole fossero da tempo cambiate.

Il dettato normativo è, invece, chiaro nell’attribuire, a coloro che pur possedendo i requisiti per il pensionamento in base all’ordinamento di appartenenza hanno proseguito l’attività lavorativa, il beneficio di poter conservare le più favorevoli regole anche se successivamente modificate.

8. Quanto,infine, alla censura circa la mancata valutazione del riscatto di un periodo di servizio ai fini pensionistici va rilevato che la Corte ne ha affermato la tardiva deduzione e, comunque,ha osservato che dalla documentazione risultava il rilievo del riscatto solo ai fini della liquidazione dell’indennità di buonuscita INPDAP e non già della pensione. L’affermazione della ricorrente secondo cui il riscatto degli anni di servizio aveva valore anche ai fini pensionistici non è accompagnato nel ricorso, ai fini della specificità del motivo, dalla riproduzione delle parti rilevanti del documento che secondo la ricorrente provava l’incidenza del riscatto anche ai fini pensionistici.

9. Per le considerazioni che precedono il ricorso deve essere rigettato. Le spese processuali seguono la soccombenza.

Avuto riguardo all’esito del giudizio ed alla data di proposizione del ricorso sussistono i presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a pagare le spese di lite liquidate in Euro 2500,00 per compensi professionali,oltre 15% per spese generali e accessori di legge nonchè Euro 200,00 per esborsi.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 22 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 2 dicembre 2020

 

 

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