Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27537 del 02/12/2020

Cassazione civile sez. II, 02/12/2020, (ud. 14/10/2020, dep. 02/12/2020), n.27537

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – rel. Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22010/2019 proposto da:

J.A., rappresentato e difeso dall’avvocato ROSALIA BENNATO,

giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– intimato –

avverso il decreto di rigetto n. cronol. 5562/2019 del TRIBUNALE di

MILANO, depositato il 27/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14/10/2020 dal Consigliere Dott. SERGIO GORJAN.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

J.A. – cittadino del (OMISSIS) – ebbe a proporre ricorso avanti il Tribunale di Milano avverso la decisione della locale Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, che aveva rigettato la sua istanza di protezione in relazione a tutti gli istituti previsti dalla relativa normativa.

Il ricorrente deduceva d’essersi dovuto allontanare dal suo Paese poichè un vicino, socialmente influente, avanzava pretese sul terreno della sua famiglia ed a nulla erano valse le denunzie alle Autorità locali ed alla Polizia dei sopprusi posti costantemente in essere dal vicino, poichè appunto persona socialmente in vista, contro il quale alcuna autorità locale voleva porsi.

Per tale ragione il richiedente asilo, con i proventi della vendita del terreno ed un prestito, s’era, dapprima, recato per lavoro in Libia, ma stante la situazione di detto Paese, aveva poi raggiunto l’Italia poichè migliori le condizioni di vita.

Il Tribunale lombardo ha rigettato il ricorso ritenendo che sulla base del racconto reso del richiedente asilo non era configurata alcuna delle ipotesi previste dalla legge per il riconoscimento della protezione internazionale; non appariva concorrere situazione socio-politica di violenza generalizzata in Bangladesh e che, nemmeno con riguardo alla protezione umanitaria, il ricorrente aveva fornito elementi utili per poter individuare sua condizione di vulnerabilità e di integrazione sociale.

Avverso detta ordinanza lo J. ha proposto ricorso per cassazione articolato su tre motivi.

Il Ministero degli Interni, ritualmente vocato, è rimasto intimato.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso svolto dallo J. appare inammissibile a sensi dell’art. 360 bis c.p.c. – siccome ricostruita la norma ex Cass. SU n. 7155/17.

Con il primo mezzo d’impugnazione proposto il ricorrente deduce violazione delle norme D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35 bis, commi 8, 9, 10 e 11, poichè il Tribunale ambrosiano ha omesso di fissare l’udienza per la sua audizione pur in difetto della videoregistrazione del colloquio assunto in sede di procedimento amministrativo; nonchè violazione delle norme D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 5, comma 6, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 3 e 5, art. 8, comma 3 e art. 46.

La censura articolata risulta supportata con argomento apodittico limitato al richiamo di arresto di legittimità assolutamente estraneo al vizio denunziato. Difatti il Tribunale di Milano ha puntualmente provveduto ad osservare il disposto D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35 bis, poichè ha evocato le parti avanti a sè prima della decisione.

Nel decreto impugnato viene espressamente dato atto che fu tenuta l’udienza di comparizione delle parti, prescritta dalla legge ed alla cui mancanza consegue la nullità indicata nell’arresto di legittimità evocato dal ricorrente.

Inoltre il Collegio ambrosiano puntualmente osserva come l’opponente – odierno impugnante – non ebbe ad indicare temi ulteriori d’indagine ovvero fatti nuovi a supporto della necessità della sua ulteriore audizione.

Dunque la mera asserzione che la mancata audizione comporta che il Giudice non abbia compiuto alcuna indagine circa le domande di protezione avanzate rimane affermazione apodittica priva di argomentazione critica rispetto alla motivazione sul punto espressamente esposta dal Tribunale e scorrelata rispetto alla stessa.

Con la seconda ragione di doglianza lo J. deduce violazione delle regole di diritto desumibili D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 2, lett. g), artt. 3 e 14 ed D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8.

Con il terzo mezzo d’impugnazione il ricorrente lamenta omesso esame di fatto decisivo ex art. 360 c.p.c., n. 5.

L’illustrazione delle due censure risulta unica nel ricorso e riguarda la contestazione al Tribunale di non aver adeguatamente esaminato la situazione socio-politica del Bangladesh; nell’aver omesso l’esame delle violenze subite dal richiedente asilo in Patria, configuranti per le loro caratteristiche una situazione di violenza indiscriminata; nel non aver attivato al riguardo delle precedenti questioni i poteri officiosi di indagine anche con relazione alle sue condizioni di vita in Libia.

Le argomentazioni critiche svolte con i due mezzi d’impugnazione dianzi ricordati si compendiano nella proposizione di mera tesi alternativa rispetto al decisum del Tribunale senza un effettivo confronto con la motivazione espressa dai Giudici milanesi, sicchè le censure risultano generiche ed inammissibili.

Difatti il Collegio ambrosiano ha puntualmente esaminato, con riguardo al profilo di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la situazione socio-politica attualmente esistente in Bangladesh ed indicato partitamente le fonti di conoscenza utilizzate – rapporti redatti da Enti internazionali all’uopo predisposti – dalle quali ha ricavato che, se anche esistenti ragioni di generica instabilità, tuttavia la situazione non era connotata da violenza diffusa nell’accezione individuata dalla Corte Europea.

La contestazione mossa al riguardo – Cass. sez. 1 n. 26728/19 – si limita ad affermazioni non suffragate dalla necessaria indicazione delle fonti dalle quali – eventualmente – sono tratte e da rapporti, redatti da Enti internazionali, che il Tribunale non ha esaminato.

Quanto all’omesso esame di fatti rilevanti, il J. li individua nelle riferite violenze subite dal potente vicino nella sua narrazione, che tuttavia motivatamente il Collegio ambrosiano ha ritenuto non affidabile, sicchè nè si prospettava pericolo specifico in caso di rimpatrio, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a), b) – Cass. sez. 1 n. 10286/20 -, nè potevano esser attivati al riguardo i poteri officiosi d’indagine.

Quanto infine alle argomentazioni critiche relative all’omesso esame delle vicissitudini patite in Libia, non si può che rilevare come lo stesso ricorrente qualifichi la Liba siccome Paese di transito, sicchè la questione proposta risulta irrilevante in relazione al rimpatrio nel Paese d’origine, e come il ricorrente nemmeno precisi come e quando ebbe a sottoporre al Giudice di prime cure la specifica questione.

Alla declaratoria d’inammissibilità dell’impugnazione non segue, ex art. 385 c.p.c., la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese di lite di questo giudizio di legittimità stante la mancata costituzione dell’Amministrazione degli Interni.

Concorrono in capo al ricorrente le condizioni processuali per l’ulteriore pagamento del contributo unificato.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza in Camera di consiglio, il 14 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 2 dicembre 2020

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