Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27522 del 10/12/2013


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Civile Sent. Sez. L Num. 27522 Anno 2013
Presidente: LAMORGESE ANTONIO
Relatore: FILABOZZI ANTONIO

SENTENZA

sul ricorso 21027-2010 proposto da:
ILVA S.P.A. C.F. 11435690158, in persona del legale
rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata
in ROMA, VIA ENNIO QUIRINO VISCONTI 20 (STUDIO
LABLAW), presso lo studio degli avvocati PETRACCA
NICOLA e FAILLA LUCA, che la rappresentano e difendono
t

2013

giusta delega in atti;
– ricorrente –

3061

contro

– POSSETTO MICHELINA, elettivamente domiciliata in
ROMA, VIA DI VIGNA FABBRI 29 SC A I 4, presso lo

Data pubblicazione: 10/12/2013

studio dell’avvocato BORELLO FRANCESCANTONIO, che la
rappresenta e difende unitamente all’avvocato MARA
VURCHIO, giusta delega in atti;
– I.N.A.I.L – ISTITUTO NAZIONALE PER L’ASSICURAZIONE
CONTRO GLI INFORTUNI SUL LAVORO, (C.F. 01165400589),

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA IV NOVEMBRE
144, presso gli avvocati PUGLISI LUCIA e
FRASCONA’ LORELLA, che lo rappresentano e difendono
giusta delega in atti;
– controricorrenti

avverso la sentenza n. 299/2010 della CORTE D’APPELLO
di TORINO, depositata il 10/05/2010, r.g.n. 770/2009;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 29/10/2013 dal Consigliere Dott. ANTONIO
FILABOZZI;
udito l’Avvocato PETRACCA NICOLA;
udito l’Avvocato BORELLO FRANCESCANTONIO;
udito l’Avvocato CATALANO GIANDOMENICO per delega
FRASCONA’ LORELLA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. ALBERTO CELESTE, che ha concluso per il
rigetto del ricorso.

in persona del legale rappresentante pro tempore,

• r.g. n. 21027/10
udienza del 29.10.2013

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La società uva ha chiesto al Tribunale di Cuneo la condanna dell’Inail alla restituzione di somme
asseritamente versate in eccedenza a titolo di premio di assicurazione in riferimento alle posizioni di

dall’assicurazione obbligatoria, chiedendo altresì che l’oscillazione del tasso dei premi degli anni
2006, 2007 e 2008 fosse calcolata senza che tra gli oneri del c.d. periodo di osservazione fossero
imputati anche gli eventi per i quali erano state liquidate, in favore dei lavoratori, le suddette
prestazioni assicurative. Con riferimento alla posizione del primo lavoratore, la società ha
sostenuto, infatti, che, ai fini dell’oscillazione del tasso di premio, non dovevano incidere gli
infortuni e le malattie in relazione ai quali l’Inail avesse recuperato il costo del sinistro, e ciò anche
nel caso in cui, come nella fattispecie in esame, fosse stata recuperata una somma inferiore a quella
corrispondente agli oneri corrisposti dall’Istituto assicuratore a seguito della definizione transattiva
dell’azione di regresso esercitata dallo stesso Istituto, a meno che non fosse stato dimostrato che
l’Inail, nell’addivenire alla transazione, avesse agito con l’ordinaria diligenza. Era pertanto
illegittima la previsione di cui all’art. 22 del d.m. 12 dicembre 2000, n. 10651 (recante le modalità
di applicazione della tariffa Inail) nella parte cui stabiliva che, ai fini del computo del rapporto tra
oneri e retribuzioni necessario per la determinazione del tasso specifico aziendale, non si doveva
tener conto solo degli “oneri effettivamente recuperati dall’Inail in seguito ad azione di surroga o di
regresso, fino a concorrenza di quanto caricato”, e non dell’intero onere del sinistro. Con
riferimento alla posizione del secondo lavoratore, la società ha sostenuto, inoltre, che la malattia
neoplastica che aveva condotto alla morte dello stesso lavoratore, non poteva essere posta in
correlazione con l’attività lavorativa svolta presso lo stabilimento al quale era stato assegnato il
lavoratore medesimo, con conseguente illegittimità, anche in questo caso, dell’oscillazione di
premio applicata dall’Istituto.
Il Tribunale adito ha rigettato la domanda con sentenza che è stata confermata dalla Corte d’appello
di Torino, che ha rigettato l’appello proposto dalla società ritenendo legittima la previsione dell’art.
22 d.m. citato ed osservando inoltre che era stata sufficientemente provata l’esistenza della
correlazione tra la malattia neoplastica e l’esposizione all’amianto.

i

due lavoratori, in favore dei quali l’Istituto assicuratore aveva erogato le prestazioni previste

Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione la società uva affidandosi a due motivi di
ricorso cui resistono con controricorso l’Inail e Michelina Possetto, quale erede del lavoratore
deceduto a seguito della malattia contratta a causa della ritenuta esposizione all’amianto.
La ricorrente e l’Inail hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.

MOTIVI DELLA DECISIONE

disp. sulla legge in generale, reiterando le argomentazioni già svolte nella fase di merito in ordine
alla illegittimità del d.m. 14 dicembre 2000, n. 10651 nella parte in cui, prevedendo la non
computabilità ai fini della determinazione del tasso specifico aziendale degli oneri effettivamente
recuperati dall’Istituto “fino al limite di quanto caricato”, non prevede, nel meccanismo di
determinazione del tasso specifico aziendale, anche un limite diretto ad impedire che
dall’esperimento dell’azione di regresso da parte dell’Inail possa derivare all’Istituto un indebito
arricchimento.
2.- Con il secondo motivo si denuncia il vizio di motivazione della sentenza impugnata
relativamente alla parte in cui ha stabilito la natura professionale della malattia neoplastica sulla
base della sola esposizione “teorica” del lavoratore all’amianto nel corso dell’attività lavorativa,
senza verificarne anche l’intensità e la durata, e non disponendo neppure una consulenza tecnica
d’ufficio.
3.- Il primo motivo è infondato.
Questa Corte (cfr. ex plurimis Cass. n. 17469/2002) ha già avuto occasione di enunciare il seguente
principio di diritto: “Ai fini della determinazione dei premi per I ‘assicurazione infortunistica a
carico del datore di lavoro, la transazione conclusa in sede di surroga tra l ‘Mail e il responsabile
dell’infortunio per un ammontare inferiore rispetto alla misura del danno subito non incide
riduttivamente sui tassi di premio per l’intero ammontare del danno ove risulti, con valutazione “ex
ante” che tenga conto della ragionevolezza e della convenienza della transazione in relazione al
grado di incertezza circa il prevedibile esito della lite, che I ‘istituto stesso, nell’addivenire alla
transazione abbia agito con la diligenza del buon padre di famiglia”.
Premesso che “la spesa dell’assicurazione è ad esclusivo carico del datore di lavoro” (art. 27,
primo comma, d.P.R. n. 1124/65) e che, in coerenza con la natura essenzialmente assicurativa della
tutela previdenziale antinfortunistica, “le tariffe dei premi e dei contributi sono determinate in modo
da comprendere l’onere finanziario previsto corrispondente agli infortuni del periodo di
assicurazione” (art. 39, secondo comma, d.P.R. n. 1124/65), è stato altresì precisato (cfr. Cass. n.
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1.- Con il primo motivo si denuncia violazione degli artt. 2041 c.c., 39 e 40 d.P.R. n. 1124/65, 4

17469/2002 cit.) che la tutela previdenziale antinfortunistica – pur essendo ispirata alla logica
assicurativa – assolve la funzione esclusiva di “garantire ai beneficiari la sicurezza del
soddisfacimento delle necessità della vita”

al pari di ogni altra assicurazione sociale (ai sensi

dell’art. 38, secondo comma, Cost.) – con la conseguenza che, da un lato, le prestazioni non sono
commisurate al danno e prescindono dalla “colpa” del datore di lavoro, mentre, dall’altro, l’utile
d’impresa è, addirittura, un “fattore estraneo” (Corte cost. n. 36/2000, n. 160/74) .
Coerentemente, “spesa dell’assicurazione” è soltanto la spesa effettiva – a carico dell’Inail, nel

finanziamento della medesima spesa e del conseguente equilibrio finanziario della gestione, a
prescindere da qualsiasi considerazione relativa alla “colpa” degli stessi datori di lavoro (vedi, per
tutte, Cass. n. 10324/2000).
Pertanto, la tariffa deve comprendere integralmente “l’onere finanziario” (di cui all’art. 39,
secondo comma, d.P.R. n. 1124/65), nel determinare i “tassi di premio” (art. 40, terzo comma, dello
stesso testo unico), in funzione di ripartizione dello stesso

“onere”

ispirata a ‘finalità

solidaristica” (Corte cost. n. 222/82, Cass. sez. unite n. 7853/2001) – fra i datori di lavoro, nella
misura corrispondente al tasso medio nazionale delle singole lavorazioni assicurate, nonché alle
oscillazioni (in aumento o in riduzione) che ne sono stabilite – con gli stessi criteri ed in base agli
stessi elementi – dal tasso specifico aziendale, in relazione all’andamento, parimenti aziendale, degli
infortuni e delle malattie professionali.
Ad integrare quell'”onere finanziario” da finanziare, appunto, mediante i premi – concorrono, poi,

non solo gli “oneri diretti” per l’erogazione delle prestazioni in favore dei soggetti protetti – ma

anche ogni altro “onere finanziario” a carico dell’Inail.
4.- Nella specie, la tariffa dei premi risulta deliberata dall’Inail ed approvata dal Ministro del lavoro
(ai sensi dell’art. 40 del d.P.R. n. 1124/65) con proprio decreto del 12 dicembre 2000.
La determinazione del tasso medio nazionale, per ciascuna lavorazione, e del tasso specifico
aziendale – in relazione all’andamento, parimenti aziendale, di infortuni e malattie professionali risulta (a norma degli artt. 8 e 22 del detto decreto) dal medesimo “rapporto” sia pure in ambiti

diversi “fra oneri e retribuzioni”.

Tra detti oneri rientrano senza dubbio gli oneri finanziari relativi alle prestazioni erogate, come
nella specie, per infortunio sul lavoro, in quanto indennizzato dall’Inail.
Coerentemente, il recupero del costo dell’infortunio da parte dell’Istituto, a seguito, nella specie,
dell’azione di regresso, incide riduttivamente – secondo la giurisprudenza di questa Corte (cfr. per
tutte la già citata sentenza n. 17469/2002) – sia sul tasso medio nazionale che sul tasso specifico
aziendale.

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periodo di riferimento – ed i premi sono imposti ai datori di lavoro, in funzione esclusiva di

Parimenti incide, tuttavia, il mancato recupero del costo dell’infortunio, ove sia imputabile a colpa
dello stesso Istituto.
In tale prospettiva, la transazione tra l’Istituto e l’assicuratore del datore di lavoro – che riduca,
come nella specie, la misura del risarcimento rispetto al danno subito – non incide riduttivamente sui
tassi – per l’intero ammontare del danno – ove risulti che l’Istituto stesso ha agito con la diligenza
del buon padre di famiglia.
La relativa verifica, come pure precisato nella più volte citata sentenza n. 17469 del 2002, deve

convenienza. La valutazione prospettata, peraltro, deve effettuarsi in relazione al grado di incertezza
– circa il prevedibile esito della lite – e l’apprezzamento al riguardo del giudice di merito sfugge al
sindacato di legittimità se congruamente motivato.
5.- La sentenza impugnata – che ha negato alla dedotta transazione l’incidenza pretesa sul tasso dei
premi – si è uniformata ai principi di diritto enunciati e non merita, quindi, le censure che le sono
state mosse dalla società ricorrente.
I giudici d’appello hanno, infatti, correttamente evidenziato che, nel caso in esame, la transazione
era stata conclusa con la compagnia assicuratrice dello stesso datore di lavoro assicurante, il quale
non si poneva dunque in una posizione di terzietà rispetto all’accordo transattivo, e che, in ogni
caso, il recupero concretamente realizzato della somma di € 60.000,00 (a fronte di un costo
dell’infortunio pari a € 79.749,25) non era certamente tale da realizzare quella “manifesta
sproporzione” che, secondo la giurisprudenza di legittimità (viene citata, tra le altre, Cass. n.
12648/2005), costituisce il parametro per porre a carico dell’Istituto le conseguenze del parziale
mancato recupero.
Si tratta, quindi, di una valutazione di fatto, devoluta al giudice del merito, che risulta
adeguatamente motivata, coerente sul piano logico e rispettosa dei principi giuridici in precedenza
enunciati, e che, in quanto tale, non è sindacabile, dunque, in questa sede di legittimità.
La ricorrente, del resto, non individua neppure l’esistenza di un vizio nella motivazione in fatto che
sorregge, in coerenza con i principi di diritto enunciati, la ritenuta rilevanza della dedotta
transazione tra Inail ed assicuratore del datore di lavoro ai fini del tasso specifico aziendale, ma si
limita piuttosto a denunciare l’illegittimità dell’art. 22 del citato d.m. 12 dicembre 2000 nella parte
in cui, prevedendo la non computabilità degli oneri effettivamente recuperati dall’Istituto ai fini
della determinazione del tasso specifico aziendale, non prevede anche un meccanismo diretto ad
impedire che l’azione di regresso dell’Inail si possa risolvere in un ingiustificato arricchimento a
favore dello stesso Istituto, consentendogli di incassare in relazione a ciascun sinistro un “quid
pluris” rispetto all’effettivo esborso sostenuto.

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essere fatta “ex ante” e non “ex post” e deve riguardarne la valutazione della ragionevolezza e della

Anche tale censura deve ritenersi infondata. La società omette infatti di considerare che, come
questa Corte ha più volte evidenziato (cfr. ex plurimis Cass. n. 1103/2003) l’intero sistema
finanziario dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali
poggia sul principio di proporzionalità dei contributi alla pericolosità o sinistrosità dell’attività
esercitata dall’imprenditore, nonché di ogni specifica lavorazione, misurate secondo valori medi a
• livello nazionale (tasso medio nazionale). Il principio di responsabilità che è alla base di tale
sistema esige che si tenga conto anche degli scostamenti della sinistrosità aziendale rispetto alla

40 d.P.R. n. 1124/65, dai decreti ministeriali succedutisi in materia e, nella specie, dal d.m. 12
dicembre 2000. Ma tale tasso, che, per giurisprudenza assolutamente consolidata (vedi Cass. n.
1103/2003 cit.), va calcolato con gli stessi criteri di quello nazionale, fa riferimento non
all’andamento infortunistico della singola azienda, bensì al rapporto tra l’andamento infortunistico
in ciascuna categoria di lavorazione ed il numero dei lavoratori assicurati nelle singole imprese
nonché le loro retribuzioni, in corrispondenza di un principio di mutualità tra le imprese assicuranti,
che – salvaguardando l’equilibrio finanziario dell’ente assicuratore e ripartendo gli effetti dei sinistri
fra le stesse imprese – consente di evitare che l’assenza di eventi dannosi per una pluralità di
imprese e la conseguente riduzione contributiva, eventualmente assai consistente nel complesso, si
traduca in un pesante aggravio per le imprese colpite da sinistri o si ripercuota nel bilancio dell’ente
assicuratore (cfr. ex plurimis Cass. sez. unite n. 7853/2001 cit., cui adde Cass. n. 11947/2004,
nonché Cass. n. 5120/2007), mentre ulteriori riduzioni del tasso medio possono essere ottenute in
relazione alla situazione dell’azienda per quanto riguarda il rispetto delle norme di prevenzione
infortuni e di igiene del lavoro (art. 19 d.m. 12.12.2000) o in relazione agli interventi effettuati per il
miglioramento delle condizioni di sicurezza e di igiene nei luoghi di lavoro (art. 24 d.m.
12.12.2000).
In sostanza, in base al principio mutualistico che ispira tutta la disciplina assicurativa,e che impone
di aver riguardo alla situazione complessiva e non ai singoli assicurati, ai fini della determinazione
del tasso specifico aziendale non ha rilevanza l’andamento infortunistico della singola azienda, né,
di conseguenza, può valere a ridurre il tasso specifico aziendale, e quindi i contributi dovuti, il fatto
che l’aliquota contributiva concretamente applicata non sia stata stabilita in misura direttamente
proporzionale all’effettivo esborso sostenuto dall’Istituto per ciascun sinistro.
6.- Anche il secondo motivo deve ritenersi infondato.
Al riguardo, deve ribadirsi che, come è stato più volte affermato da questa Corte, la deduzione di
un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di
legittimità non il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo

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media nazionale, ed a questo provvede il tasso specifico aziendale, disciplinato, sulla base dell’art.

esame, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza
logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice di merito, al quale spetta, in via esclusiva, il
compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove e di
scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a
dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, senza essere tenuto ad un’esplicita confutazione

degli altri elementi probatori non accolti, anche se allegati dalle parti. Il vizio di omessa,
insufficiente o contraddittoria motivazione denunciabile con ricorso per cassazione ai sensi dell’art.

riscontrabile il mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle
parti o rilevabili d’ufficio, ovvero un insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate, tale da non
consentire l’identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della decisione, mentre
tale vizio non si configura allorché il giudice di merito abbia semplicemente attribuito agli elementi
valutati un valore e un significato diversi dalle aspettative e dalle deduzioni di parte (cfr. ex plurimis
Cass. n. 10657/2010, Cass. n. 9908/2010, Cass. n. 27162/2009, Cass. n. 16499/2009, Cass. n.
13157/2009, Cass. n. 6694/2009, Cass. n. 42/2009, Cass. n. 17477/2007, Cass. n. 15489/2007, Cass.
n. 7065/2007, Cass. n. 1754/2007, Cass. n. 14972/2006, Cass. n. 17145/2006, Cass. n. 12362/2006,
Cass. n. 24589/2005, Cass. n. 16087/2003, Cass. n. 7058/2003, Cass. n. 5434/2003, Cass. n.
13045/97, Cass. n. 3205/95).
7.- Nelle citate sentenze questa Corte ha già avuto modo di precisare che, in tema di prova, spetta
in via esclusiva al giudice di merito il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di
assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere tra le
complessive risultanze del processo quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità
dei fatti ad esse sottesi, assegnando prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti,
nonché di escludere anche attraverso un giudizio implicito la rilevanza di una prova, dovendosi
ritenere, a tal proposito, che egli non sia tenuto ad esplicitare, per ogni mezzo istruttorio, le ragioni
per cui lo ritenga irrilevante ovvero ad enunciare specificamente che la controversia può essere
decisa senza necessità di ulteriori acquisizioni (cfr. ex plurimis, Cass. n. 16499/2009 cit.). E, per

quanto riguarda specificamente la valutazione della prova testimoniale, ha affermato che la
valutazione delle risultanze delle prove e il giudizio sull’attendibilità dei testi e sulla credibilità di
alcuni invece che di altri, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più
idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito,
il quale è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove che ritenga più attendibili,
senza essere tenuto ad un’esplicita confutazione degli altri elementi probatori non accolti, anche se

6

360 n. 5 c.p.c., ricorre, dunque, soltanto quando nel ragionamento del giudice di merito sia

allegati dalle parti (Cass. n. 42/2009 cit., cui adde Cass. n. 21412/2006, Cass. n. 4347/99, Cass. n.
3498/94).
8.- Né può trascurarsi che per poter configurare il vizio di motivazione su un asserito punto
decisivo della controversia, è necessario che il mancato esame di elementi probatori contrastanti con
quelli posti a fondamento della pronuncia sia tale da invalidare, con giudizio di certezza e non di
mera probabilità, l’efficacia probatoria delle risultanze sulle quali il convincimento del giudice è
fondato, onde la “ratio decidendi” venga a trovarsi priva di base (cfr. ex plurimis Cass. n.

circostanza che si assume trascurata e la soluzione giuridica data alla controversia, tale da far
ritenere che quella circostanza, se fosse stata considerata, avrebbe portato ad una diversa soluzione
della vertenza (Cass. n. 21249/2006).
9.- Nella specie, la Corte territoriale ha adeguatamente motivato il proprio convincimento
riportando il contenuto della relazione del Contarp e di alcune deposizioni testimoniali dalle quali
era risultato che il lavoratore, al quale era stata diagnosticata l’esistenza della malattia neoplastica
(tumore polmonare) che ne aveva successivamente provocato il decesso, era stato effettivamente
esposto per un lungo periodo di tempo (1976-1992) alla azione delle fibre di amianto, avendo svolto
mansioni di manutentore elettrico con compiti di intervento presso un impianto forni che effettuava
la c.d. ricottura statica mediante oltre 100 forni “a campana”, sì che era ragionevole ritenere che
fosse stata raggiunta, con sufficiente grado di certezza, la prova dell’origine professionale della
malattia denunciata. La Corte d’appello ha rilevato, inoltre, che, con riferimento allo stesso periodo,
l’Inail aveva rilasciato al lavoratore la dichiarazione di esposizione all’amianto ai fini del
conseguimento dei benefici previdenziali previsti dalla legge n. 257 del 1992 e che anche nella
relazione medica dell’Istituto in data 23.8.2004, pur dandosi atto della presenza di fattori
extralavorativi legati all’abitudine del fumo, si evidenziava che l’esposizione a malattia tabellata
(voce 56 della nuova tabella delle malattie professionali nell’industria) comportava il
riconoscimento in termini concausali della natura professionale della malattia neoplastica che aveva
condotto alla morte dell’assicurato.

10.- Risultano, dunque, esaminati adeguatamente tutti i fatti rilevanti nella presente controversia.
Le contrarie affermazioni della ricorrente, secondo cui il materiale istruttorio non sarebbe stato
completamente e adeguatamente valutato, ed avrebbe richiesto comunque ulteriori approfondimenti,
anche a mezzo di consulenza tecnica d’ufficio, si risolvono, sostanzialmente, nella contestazione
diretta (inammissibile in questa sede) del giudizio di merito e, attraverso la denuncia di vizi della
motivazione, finiscono, in effetti, per sollecitare a questa Corte una diversa ricostruzione dei

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14034/2005), essendo necessario, in altri termini, che sussista un rapporto di causalità fra la

medesimi fatti, e così una diversa interpretazione delle risultanze processuali, inammissibile in
questa sede di legittimità.
11.- Alla luce dei principi enunciati sub 6), 7) e 8), la sentenza impugnata, per essere
adeguatamente motivata e coerente sul piano logico-formale, non merita, dunque, le censure che le
sono state mosse con il motivo in esame.
12.- In conclusione, il ricorso deve essere rigettato, con la conferma della sentenza impugnata, ed a
tale pronuncia segue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio,

20 luglio 2012, n. 140 e alla tabella A ivi allegata, in vigore al momento della presente decisione
(artt. 41 e 42 d.m. cit.), tenuto conto del valore della causa e della diversa attività difensiva svolta
dalle parti.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio
liquidate in € 100,00 oltre € 5.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge, in favore
dell’Inail, e in € 100,00 oltre € 3.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge, in
favore di Michelina Possetto.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 29 ottobre 2013.

che si liquidano per ciascuna delle parti resistenti facendo riferimento alle disposizioni di cui al d.m.

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