Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2752 del 05/02/2021

Cassazione civile sez. I, 05/02/2021, (ud. 03/12/2020, dep. 05/02/2021), n.2752

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. MACRI’ Ubalda – Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – rel. Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 36105/2018 proposto da:

O.F.;

– ricorrente –

contro

Commissione Territoriale Per il Riconoscimento Della Protezione

Internazionale Novara, Ministero Dell’interno, (OMISSIS);

– intimato –

e contro

Ministero Dell’interno, (OMISSIS), elettivamente domiciliato in Roma

Via Dei Portoghesi 12 Avvocatura Generale Dello Stato, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di TORINO, depositata il 30/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

03/12/2020 da Dott. CAPRIOLI MAURA.

 

Fatto

FATTO e DIRITTO

Ritenuto che:

O.F., cittadino (OMISSIS), chiese alla competente commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4:

(a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato politico, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex artt. 7 e segg.;

(b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6 (nel testo applicabile ratione temporis).

A fondamento dell’istanza dedusse di essere stato costretto a lasciare il suo Paese (Nigeria) per ragioni religiosi e di essere giunto in Italia in modo irregolare provenendo dalla Libia.

La commissione territoriale rigettò l’istanza;

il Tribunale di Torino rigettava il ricorso avverso tale decisione ritenendo che:

-) la condizione di rifugiato non potesse essere concessa, perchè il richiedente non era esposto a persecuzioni per ragioni di razza, religione, nazionalità, appartenenza a gruppi sociali, opinioni politiche non essendo stato lo stesso in grado di riferire con precisione e concretezza in merito alle persecuzioni di natura religiosa di cui si affermava vittima.

Osservava con riferimento alla protezione sussidiaria che la misura non potesse essere concessa per la mancata esposizione del richiedente nel suo paese al rischio di condanna a morte e al rischio di tortura escludendo che nella regione di sua provenienza (Benin City) sussistesse una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato;

Quanto alla protezione umanitaria, infine, riteneva che la stessa non potesse essere concessa perchè il ricorrente aveva fondato la richiesta sulla base della situazione di instabilità politica del Paese rilevatasi insussistente e comunque per la mancata integrazione nel tessuto socio economico italiano.

La sentenza è stata impugnata da O.F., con ricorso fondato su tre motivi. Il Ministero dell’interno ha resistito con controricorso.

Con il primo motivo si lamenta ex art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 2 e art. 27, comma 1 bis e del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3,5,6,7 e 8.

Si contesta che il primo Giudice non avrebbe tenuto conto del supporto documentale fornito dal richiedente e costituito dalle dichiarazioni del signor I.C. attestanti la personale persecuzione subita dal ricorrente nonchè dall’attestazione resa dal pastore della Chiesa Evangelica Metodista.

Si sostiene che il Tribunale sarebbe incorso in omissione di doverosa istruttoria pur essendo prospettati elementi soggettivi ed individuali significativi sul piano pubblicistico idonei ad attivare un approfondimento sulle capacità delle istituzioni nigeriane di fornire tutela giuridica ed effettiva alla situazione del richiedente. Con il secondo motivo si censura ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione fra le parti la carente valutazione in ordine alla documentazione prodotta quale fonte di prova secondo i criteri di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, da cui deriverebbe l’illogica ed apparente motivazione sul rapporto fra elementi oggettivi ed individuali alla base della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), secondo la sentenza della Corte di Giustizia Europea del 17.2.2009 nella parte in cui la Corte non procedere ad una valutazione secondo “gradualità” o “scala progressiva” delle considerazioni esistenti fra le condizioni individuali di rischio e le condizioni oggettive di violenza generalizzate del Paese di provenienza.

Si lamenta che il Tribunale farebbe discendere in modo improprio da un minor livello di violenza presente sul territorio dell’Edo State, l’inoffensività della medesima procedendo ad una illogica applicazione del criterio di gradualità senza neppure svolgere una specifica istruttoria in ordine alla capacità delle istituzioni di fornire tutela ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 6, comma 2. Da ultimo si denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione fra le parti, l’omesso esame della capacità di integrazione del richiedente attraverso l’attività di volontariato documentate in relazione alle condizioni del paese e della regione di provenienza alla luce dei presupposti per la protezione umanitaria di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5.

Si critica la carente motivazione in ordine ai presupposti di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 6, comma 2 e alla mancata valutazione della documentazione prodotta in violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, lett. B) e comma 5, lett. B).

Si duole che il Tribunale avrebbe ricondotto la domanda di protezione umanitaria alla sola instabilità politica del paese e alla violazione dei diritti umani che connota la Nigeria senza procedere a una valutazione unitaria e complessiva della richiesta e pertanto omettendo qualunque correlazione della persecuzione subita e documentata.

Il primo motivo è infondato.

Giova ricordare con riguardo alla lamentata violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, il disposto del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, lett. b), (esame su base individuale della dichiarazione e della documentazione presentate dal richiedente) non può essere inteso nel senso di imporre l’analitica valutazione di ciascun documento prodotto al giudicante, il quale, al contrario, è tenuto a enunciare le ragioni del proprio convincimento senza tuttavia dover passare in rassegna ciascuna delle prove offerte dal richiedente asilo ed effettuare una precisa esposizione di tutte le singole fonti di prova e del loro specifico peso probatorio; la stessa norma, al comma 5, detta i criteri di procedimentalizzazione legale della decisione in merito alla valutazione di credibilità delle dichiarazioni del richiedente, ma non prescrive una valutazione, separata e prioritaria, dei documenti prodotti dal migrante; al contrario, il giudicante è tenuto a un apprezzamento globale della congerie istruttoria raccolta, cosicchè anche in questa materia la scelta degli elementi probatori e la valutazione di essi rientrano nella sfera di discrezionalità del giudice di merito, il quale non è obbligato a confutare dettagliatamente le singole argomentazioni svolte dalle parti su ciascuna delle risultanze probatorie ma deve soltanto fornire un’esauriente e convincente motivazione sulla base degli elementi ritenuti più attendibili e pertinenti.

Nel caso di specie, invece, il giudice di merito, facendo corretta applicazione dei principi sopra enunciati, ha indicato gli elementi, di interna incoerenza e di contraddittorietà, ritenuti decisivi per il vaglio di non credibilità mettendo in evidenza l’inattendibilità del suo racconto e le divergenze già rilevate dalla Commissione territoriale con riferimento ad aspetti della sua vita privata (inizialmente in sede di domanda amministrativa aveva dichiarato di essere sposato e di essere rimasto due anni in Libia prima di arrivare in Italia e successivamente avanti alla Commissione aveva dichiarato di non essere sposato e di essere rimasto poco in Libia).

Il primo Giudice ha valorizzato sempre in quest’ottica l’illogicità dei fatti narrati indicando come non fosse verosimile tanto la vicenda relativa al padre,il quale malgrado la fede cristiana, aveva ceduto alle pressioni della Comunità per diventare un sacerdote voodoo e che i familiari,quantunque contrariati da questo comportamento avessero continuato a vivere con lui e tanto i particolari relativi alla fuga del richiedente.

Questa Corte ha di recente ribadito che la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, il D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c). Tale apprezzamento di fatto è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, o come motivazione apparente, o come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (Cass. n. 3340 del 2019; conf. Cass. n. 6265 del 2020; Cass. n. 1516 del 2020).

La reputata inattendibilità del ricorrente esonerava il Tribunale dall’adempimento del c.d. dovere di cooperazione istruttoria.

Ai richiedenti asilo ed ai richiedenti protezione sussidiaria la legge accorda infatti una speciale posizione di favore nel processo, rappresentata dall’attenuazione degli oneri assertivi e probatori. Infatti è dovere (e non facoltà) del giudice, anche dinanzi a narrazioni prive di riscontri obiettivi, attivarsi per acquisire “informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo e, ove occorra, dei Paesi in cui questi sono transitati” (cit. D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3), acquisendo di propria iniziativa le informazioni necessarie, e senza arrestarsi alla mera constatazione che l’istante non abbia fornito prova dei suoi assunti (ex plurimis, Sez. 6-1, Ordinanza n. 19716 del 25/07/2018, Rv. 650193-01; Sez. 6-1, Ordinanza n. 26921 del 14/11/2017, Rv. 647023-01; Sez. 6-1, Ordinanza n. 25534 del 13/12/2016, Rv. 642305-01; Sez. 6-1, Sentenza n. 16221 del 24/09/2012, Rv. 624099-01; Sez. 6-1, Ordinanza n. 16202 del 24/09/2012, Rv. 623728-01; Sez. 1, Sentenza n. 26056 del 23/12/2010, Rv. 615675-01).

Questo dovere c.d. “di cooperazione istruttoria”, tuttavia, non sorge ipso facto sol perchè il giudice di merito sia stato investito da una domanda di protezione internazionale, ma è subordinato alla circostanza che il richiedente sia stato in grado di fornire una versione dei fatti quanto meno coerente e plausibile.

Se manca questa attendibilità, non sorge quel dovere, poichè l’una è condizione dell’altro (Sez. 1, Ordinanza n. 3340 del 05/02/2019, Rv. 652549-02; Sez. 6-1, Ordinanza n. 16925 del 27/06/2018, Rv. 649697-01).

Questi principi sono già stati pacificamente affermati da questa Corte sia con riferimento all’ipotesi di richiesta di asilo, sia con riferimento all’ipotesi di

richiesta di protezione sussidiaria giustificata dal rischio di morte o tortura, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. (a) e (b), (Sez. 6-1, Ordinanza n. 16925 del 27/06/2018, Rv. 649697-01).

Con riferimento al secondo motivo va rilevato che la giurisprudenza di legittimità ha precisato che, in tema di riconoscimento della protezione sussidiaria, il principio secondo il quale, una volta che le dichiarazioni del richiedente siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non occorre procedere ad approfondimenti istruttori officiosi, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori, investe certamente, oltre alla richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato, pure le domande formulate ai sensi dell’art. 14, lett. a) e b), del predetto Decreto (cfr. Cass. n. 15794 del 2019; Cass. n. 4892 del 2019).

Quanto poi alla richiesta formulata ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), il Tribunale, nell’esaminare la situazione sociopolitica del Paese di origine del richiedente ai fini della richiesta di protezione sussidiaria il ex art. 14, lett. c), con riferimento alla minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale, ha sostenuto che, con riferimento alla zona di provenienza dell’appellante (Edo State), non sussistono situazioni di conflitto armato interno come risulta dai siti internazionali (cfr. rapporto annuale 2015/2016 Amnesty International) che circoscrivo al Nord est della Nigeria la minaccia terroristica.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte il riferimento, operato dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, alle c.d. fonti informative privilegiate, va interpretato nel senso che è onere del giudice specificare la fonte in concreto utilizzata e il contenuto dell’informazione da essa tratta e ritenuta rilevante ai fini della decisione, così da consentire alle parti la verifica della pertinenza e della specificità dell’informazione predetta rispetto alla situazione concreta del Paese di provenienza del richiedente la protezione internazionale (Cass. n. 13452 del 2019).

Al fine di ritenere adempiuto tale onere, il giudice è tenuto ad indicare specificatamente (come ha fatto) le fonti in base alle quali abbia svolto l’accertamento richiesto (Cass. n. 11312 del 2019); correttamente, dunque, il Tribunale ha operato un preciso riferimento alla fonte consultata (appunto il detto rapporto di Amnesty International).

Il motivo va pertanto rigettato.

Il terzo profilo di censura è inammissibile.

La concessione della protezione umanitaria risponde ad una fattispecie complessa alla cui definizione concorrono con le condizioni di vulnerabilità personale del richiedente protezione, positivamente scrutinabili anche in relazione alle condizioni di instabilità del paese di rimpatrio, l’integrazione raggiunta nel territorio nazionale; colui che ricorre in cassazione non può pertanto circoscrivere la censura alla decisione di merito di rigetto alla mancata valutazione da parte del giudice della situazione di instabilità del paese di origine senza, nel contempo, portare contestazione alla ritenuta mancata sua integrazione in territorio italiano (Cass. SU a 29459 del 13/11/2019) che non può essere desunta dalla prospettata attività di volontariato svolta in favore della Comunità evangelica Metodista.

Il ricorso si limita a dedurre sulla situazione di generale instabilità della Nigeria, senza far riferimento a ragioni personali di vulnerabilità del ricorrente alla stregua della giurisprudenza richiamata, nè censurare in modo specifico la ritenuta inattendibilità delle dichiarazioni del ricorrente.

D’altronde, il ricorrente sollecita questo Giudice del diritto a riesaminare profili rilevanti sul piano del giudizio “di fatto”, la cui delibazione è evidentemente preclusa in questa sede, al pari del riesame delle risultanze istruttorie.

Alla stregua delle considerazioni sopra esposte il ricorso va rigettato.

Le spese di legittimità seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo secondo i criteri normativi vigenti.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese di legittimità che si liquidano in complessive Euro 2100,00 oltre S.P.A..

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 3 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 febbraio 2021

 

 

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