Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27516 del 10/12/2013


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Civile Sent. Sez. L Num. 27516 Anno 2013
Presidente: ROSELLI FEDERICO
Relatore: NOBILE VITTORIO

SENTENZA

sul ricorso 19500-2008 proposto da:
CUCUGLIATO

MICHELINA

C.F.

CCGMHL60M59H501L,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA RENO 21,
presso lo studio dell’avvocato RIZZO ROBERTO, che la
rappresenta e difende, giusta delega in atti;
– ricorrente contro

2013
3018

POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. 97103880585;
– intimata –

Nonché da:
POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. 97103880585, in persona

Data pubblicazione: 10/12/2013

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso lo
studio dell’avvocato FIORILLO LUIGI, che la
rappresenta e difende, giusta delega in atti;
– controricorrente e ricorrente incidentale –

CUCUGLIATO

MICHELINA

C.F.

CCGMHL60M59H501L,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA RENO 21,
presso lo studio dell’avvocato RIZZO ROBERTO, che la
rappresenta e difende, giusta delega in atti;
– controrícorrente al ricorso incidentale –

avverso la sentenza n. 2388/2007 della CORTE
D’APPELLO di ROMA, depositata il 27/08/2007 R.G.N.
9560/2005;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 24/10/2013 dal Consigliere Dott. VITTORIO
NOBILE;
udito l’Avvocato RIZZO ROBERTO;
udito l’Avvocato BUTTAFOCO ANNA per delega FIORILLO
LUIGI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. MARCELLO MATERA 7 che ha concluso per il
rigetto di entrambi i ricorsi.

contro

R.G. 19500/2008
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con sentenza n. 21943/2004 il Giudice del lavoro del Tribunale di Roma
respingeva la domanda proposta da Michelina Cucugliato nei confronti della

apposto al contratto di lavoro, intercorso tra le parti dal 9-6-1999 al 30-101999, per “esigenze eccezionali” ex art. 8 ccnl 1994 come integrato dal’acc.
25-9-97 e succ., con le pronunce consequenziali.
Ladeougliato proponeva appello avverso la detta sentenza chiedendone la
riforma con l’accoglimento della domanda.
La società si costituiva e resisteva al gravame.
La Corte d’Appello di Roma, con sentenza depositata il 27-8-2007, in
accoglimento dell’appello, dichiarava la nullità del termine apposto al contratto
de
_ quo, con la conseguente sussistenza di un rapporto a tempo indeterminato
dal 9-6-1999, e condannava la società al risarcimento dei danni commisurato
alle retribuzioni che sarebbero spettate alla Cucugliato dal 3-8-2002 (data di
costituzione in mora del debitore) al 30-10-2002 (data di scadenza del triennio
successivo alla cessazione del rapporto) oltre interessi e rivalutazione.
Per la cassazione di tale sentenza la Cucugliato ha proposto ricorso con
nove motivi.
La società ha resistito con controricorso ed ha proposto ricorso incidentale
con tre motivi.
La lavoratrice, dal canto suo, ha resistito con controricorso al ricorso
incidentale di controparte.
MOTIVI DELLA DECISIONE
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s.p.a. Poste Italiane, diretta ad ottenere la declaratoria di nullità del termine

Preliminarmente riuniti i ricorsi avverso la stessa sentenza, in ordine
logico va dapprima esaminato il ricorso incidentale, con il quale la società,
sotto i profili della violazione di legge (secondo motivo) e del vizio di
motivazione (terzo motivo), in sostanza deduce la insussistenza di un limite

sostenendo la natura meramente ricognitiva degli accordi attuativi intercorsi, ed
altresì censura, ex art. 360 n. 3 e 5 c.p.c., la sentenza impugnata nella parte in
cui ha respinto l’eccezione di risoluzione del rapporto per mutuo consenso
tacito (primo motivo).
Il secondo e il terzo motivo sono infondati in base all’indirizzo ormai
consolidato in materia dettato da questa Corte (con riferimento al sistema
vigente anteriormente al ceni del 2001 ed al d.lgs. n. 368 del 2001).
Al riguardo, sulla scia di Cass. S.U. 2-3-2006 n. 4588, è stato precisato
che “l’attribuzione alla contrattazione collettiva, ex art. 23 della legge n. 56 del
1987, del potere di definire nuovi casi di assunzione a termine rispetto a quelli
previsti dalla legge n. 230 del 1962, discende dall’intento del legislatore di
considerare l’esame congiunto delle parti sociali sulle necessità del mercato
del lavoro idonea garanzia per i lavoratori ed efficace salvaguardia per i loro
diritti (con l’unico limite della predeterminazione della percentuale di
lavoratori da assumere a termine rispetto a quelli impiegati a tempo
indeterminato) e prescinde, pertanto, dalla necessità di individuare ipotesi
specifiche di collegamento fra contratti ed esigenze aziendali o di riferirsi a
condizioni oggettive di lavoro o soggettive dei lavoratori ovvero di fissare
contrattualmente limiti temporali all’autorizzazione data al datore di lavoro di
procedere ad assunzioni a tempo determinato” (v. Cass. 4-8-2008 n. 21063, v.
2

temporale alla stipula di contratti a termine per le citate “esigenze eccezionali”,

anche Cass. 20-4-2006 n. 9245, Cass. 7-3-2005 n. 4862, Cass. 26-7-2004 n.
14011). “Ne risulta, quindi, una sorta di “delega in bianco” a favore dei
contratti collettivi e dei sindacati che ne sono destinatari, non essendo questi
vincolati alla individuazione di ipotesi comunque omologhe a quelle previste

in materia ed inserendosi nel sistema da questa delineato.” (v., fra le altre,
Cass. 4-8-2008 n. 21062, Cass. 23-8-2006 n. 18378).
In tale quadro, ove però, come nel caso di specie, un limite temporale sia
stato previsto dalle parti collettive (anche con accordi integrativi del contratto
collettivo) la sua inosservanza determina la nullità della clausola di apposizione
del termine (v. fra le altre Cass. 23-8-2006 n. 18383, Cass. 14-4-2005 n. 7745,
Cass. 14-2-2004 n. 2866).
In particolare, quindi, come questa Corte ha costantemente affermato e
come va anche qui ribadito, “in materia di assunzioni a termine di dipendenti
postali, con l’accordo sindacale del 25 settembre 1997, integrativo dell’art. 8
del c.c.n.l. 26 novembre 1994, e con il successivo accordo attuativo,
sottoscritto in data 16 gennaio 1998, le parti hanno convenuto di riconoscere la
sussistenza della situazione straordinaria, relativa alla trasformazione giuridica
dell’ente ed alla conseguente ristrutturazione aziendale e rimodulazione degli
assetti occupazionali in corso di attuazione, fino alla data del 30 aprile 1998;
ne consegue che deve escludersi la legittimità delle assunzioni a termine
cadute dopo il 30 aprile 1998, per carenza del presupposto normativo
derogatorio, con la ulteriore conseguenza della trasformazione degli stessi
contratti a tempo indeterminato, in forza dell’art. 1 della legge 18 aprile 1962

3

dalla legge, ma dovendo operare sul medesimo piano della disciplina generale

n. 230” (v., fra le altre, Cass. 1-10-2007 n. 20608; Cass. 28-11-2008 n. 28450;
Cass. 4-8-2008 n- 21062; Cass. 27-3-2008 n. 7979, Cass. 18378/2006 cit.).
Parimenti infondato è poi il primo motivo dello stesso ricorso incidentale.
Come questa Corte ha più volte affermato “nel giudizio instaurato ai fini

indeterminato, sul presupposto dell’illegittima apposizione al contratto di un
termine finale ormai scaduto, affinché possa configurarsi una risoluzione del
rapporto per mutuo consenso, è necessario che sia accertata — sulla base del
lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine,
nonché del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze
significative — una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre
definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo” (v. Cass. 10-11-2008 n.
26935, Cass. 28-9-2007 n. 20390, Cass. 17-12-2004 n. 23554, nonché da
ultimo Cass. 18-11-2010 n. 23319, Cass. 11-3-2011 n. 5887, Cass. 4-8-2011 n.
16932). La mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto a
termine, quindi, “è di per sé insufficiente a ritenere sussistente una risoluzione
del rapporto per mutuo consenso” (v. da ultimo Cass. 15-11-2010 n. 23057,
Cass. 11-3-2011 n. 5887), mentre “grava sul datore di lavoro”, che eccepisca
tale risoluzione, “l’onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la
volontà chiara e certa delle parti di volere porre definitivamente fine ad ogni
rapporto di lavoro” (v. Cass. 2-12-2002 n. 17070 e fra le altre da ultimo Cass.
1-2-2010 n. 2279).
Tale principio, del tutto conforme al dettato di cui agli art. 1372 e 1321
c.c., va ribadito anche in questa sede, così confermandosi l’indirizzo prevalente
ormai consolidato, basato in sostanza sulla necessaria valutazione dei
4

del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo

comportamenti e delle circostanze di fatto, idonei ad integrare una chiara
manifestazione consensuale tacita di volontà in ordine alla risoluzione del
rapporto, non essendo all’uopo sufficiente il semplice trascorrere del tempo e
neppure la mera mancanza, seppure prolungata, di operatività del rapporto.

giurisprudenza di legittimità in materia, ha affermato che “nella specie non è
ravvisabile alcuna risoluzione del contratto per mutuo consenso, poiché non
sussiste né il decorso di un lasso di tempo apprezzabile tra l’interruzione della
prestazione lavorativa e la domanda giudiziale (nella specie meno di tre anni),
né altri precisi e gravi elementi da cui poter ritenere la comune volontà di
risoluzione definitiva del rapporto”.
Tale accertamento di fatto, conforme ai principi sopra richiamati, risulta
altresì congruamente motivato e resiste alla censura della ricorrente.
Così respinto il ricorso incidentale, va invece accolto, come di seguito, il
ricorso principale, con il quale la lavoratrice, con nove motivi corredati da
idonei quesiti ex art. 366 bis c.p.c. (applicabile ratione temporis), sotto vari
profili (rispettivamente vizi di motivazione e violazione degli artt. 1226, 2729,
1218 e 1223, 1227, 2697, 2094 e 2099 c.c., e 113, 114 e 432 c.p.c.) lamenta
che erroneamente e senza adeguata motivazione la Corte di merito ha limitato
il risarcimento del danno alla scadenza del triennio successivo alla cessazione
del rapporto.
Al riguardo osserva il Collegio che (a prescindere da ogni considerazione
sulla correttezza o meno della statuizione impugnata in base alla disciplina
previgente, sulla quale ovviamente sono incentrati i motivi di ricorso) nella
fattispecie è applicabile lo ius superveniens, rappresentato dall’art. 32 commi
5

Orbene nella fattispecie la Corte di merito, dopo aver richiamato la

5, 6 e 7 della legge 4-11-2010 n. 183, i quali dispongono che: “5. Nei casi di
conversione del contratto a tempo determinato, il giudice condanna il datore di
lavoro al risarcimento de/lavoratore stabilendo un’indennità onnicomprensiva
nella misura compresa tra uni minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità

nell’art. 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604.
6. In presenza di contratti ovvero accordi collettivi nazionali, territoriali o
aziendali, stipulati con le organizzazioni sindacali comparativamente più
rappresentative sul piano nazionale, che prevedano l’assunzione, anche a
tempo indeterminato, di lavoratori già occupati con contratto a termine
nell’ambito di specifiche graduatorie, il limite massimo dell’indennità fissata
dal comma 5 è ridotto alla metà.
7. Le disposizioni di cui ai commi 5 e 6 trovano applicazione per tutti i
giudizi, ivi compresi quelli pendenti alla data di entrata in vigore della
presente legge. Con riferimento a tali ultimi giudizi, ove necessario, ai soli fini
della determinazione della indennità di cui ai commi 5 e 6, il giudice fissa alle
parti un termine per l’eventuale integrazione della domanda e delle relative
eccezioni ed esercita i poteri istruttori ai sensi dell’art. 421 del codice di
procedura civile.”
Tale disciplina (v. fra le altre Cass. 31-1-2012 n. 1409, Cass. 29-2-2012 n.
3056), applicabile a tutti i giudizi pendenti, anche in grado di legittimità (v. già
Cass. Ord. 28-1-2011 n. 2112), alla luce della sentenza interpretativa di rigetto
della Corte Costituzionale n. 303 del 2011, è fondata sulla ratio legis diretta ad
“introdurre un criterio di liquidazione del danno di più agevole, certa ed
omogenea applicazione”, rispetto alle “obiettive incertezze verificatesi
6

dell’ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati

nell’esperienza applicativa dei criteri di commisurazione del danno secondo la
legislazione previgente”.
La norma, che “non si limita a forfetizzare il risarcimento del danno
• dovuto al lavoratore illegittimamente assunto a termine, ma, innanzitutto,

indeterminato”, in base ad una “interpretazione costituzionalmente orientata”
va intesa nel senso che “il danno forfetizzato dall’indennità in esame copre
soltanto il periodo cosiddetto “intermedio”, quello, cioè, che corre dalla
scadenza del termine fino alla sentenza che accerta la nullità di esso e dichiara
la conversione del rapporto”, con la conseguenza che a partire da tale sentenza
“è da ritenere che il datore di lavoro sia indefettibilmente obbligato a
riammettere in servizio il lavoratore e a corrispondergli, in ogni caso, le
retribuzioni dovute, anche in ipotesi di mancata riammissione effettiva”
(altrimenti risultando “completamente svuotata” la “tutela fondamentale della
conversione del rapporto in lavoro a tempo indeterminato”).
Nel contempo, sempre alla luce della citata pronuncia della Corte
Costituzionale, “il nuovo regime risarcitorio non ammette la detrazione
dell’ aliunde perceptum. Sicché l’indennità onnicomprensiva assume una chiara
valenza sanzionatoria. Essa è dovuta in ogni caso, al limite anche in mancanza
di danno, per avere il lavoratore prontamente reperito un’altra occupazione”.
Peraltro, “la garanzia economica in questione non è né rigida, né
uniforme” e, “anche attraverso il ricorso ai criteri indicati dall’art. 8 della legge
n. 604 del 1966, consente di calibrare l’importo dell’indennità da liquidare in
relazione alle peculiarità delle singole vicende, come la durata del contratto a
tempo determinato (evocata dal criterio dell’anzianità lavorativa), la gravità
7

assicura a quest’ultimo l’instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo

della violazione e la tempestività della reazione del lavoratore (sussumibili
sotto l’indicatore del comportamento delle parti), lo sfruttamento di occasioni
di lavoro (e di guadagno) altrimenti inattingibili in caso di prosecuzione del
rapporto (riconducibile al parametro delle condizioni delle parti), nonché le

numero dei dipendenti”.
Così interpretata, la nuova normativa, risultata “nell’insieme, adeguata a
realizzare un equilibrato componimento dei contrapposti interessi”, ha superato
il giudizio di costituzionalità sotto i vari profili sollevati, con riferimento agli
arti. 3, 4, 11, 24, 101, 102, 111 e 117 primo comma della Costituzione.
Infine, è stata emanata la legge n. 92 del 28-6-2012 (in G.U. n. 153 del 37-2012), che all’art. 1 comma 13, con chiara norma di interpretazione autentica
(in senso conforme a quanto già affermato dalla Corte Costituzionale e da
questa Corte di legittimità), ha così disposto: “La disposizione di cui al comma
5 dell’art. 32 della legge 4 novembre 2010, n. 183, si interpreta nel senso che
l’indennità ivi prevista ristora per intero il pregiudizio subito dal lavoratore,
comprese le conseguenze retributive e contributive relative al periodo
compreso fra la scadenza del termine e la pronuncia del provvedimento con il
quale il giudice abbia ordinato la ricostituzione del rapporto di lavoro”.
Orbene la detta normativa, va applicata nel caso in esame, essendo questa
Corte investita al riguardo da validi e pertinenti motivi di ricorso (v. fra le altre
Cass. 1-10-2012 n. 16642).
Nella fattispecie, quindi, nei sensi e nei limiti del detto ius superveniens,
nonché del principio del divieto di reformatio in peius (atteso che il capo
risarcitorio è stato impugnato soltanto dalla lavoratrice), va quindi accolto il
8

stesse dimensioni dell’impresa (immediatamente misurabili attraverso il

ricorso principale, in tal modo risultando assorbita ogni questione riguardante
l’applicazione della normativa previgente, con la conseguente cassazione della
sentenza impugnata in relazione al ricorso accolto e con rinvio per il riesame,
sul punto, alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione, la quale

7 del citato art. 32, statuendo altresì sulle spese di legittimità.
P.Q.M.
La Corte riunisce i ricorsi, rigetta il ricorso incidentale, accoglie nei sensi
di cui in motivazione il ricorso principale, cassa l’impugnata sentenza in
relazione al ricorso accolto e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello di
Roma in diversa composizione.
Roma 24 ottobre 2013
IL CONSIGLIERE ESTENSORE

provvederà, nei detti limiti, anche ai sensi di quanto disposto in rito dal comma

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