Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27514 del 02/12/2020

Cassazione civile sez. II, 02/12/2020, (ud. 11/09/2020, dep. 02/12/2020), n.27514

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – rel. Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24456/2019 proposto da:

Z.S., rappresentato e difeso dall’avvocato NICOLETTA

MARIA MAURO, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 3022/2019 del TRIBUNALE di LECCE, depositato il

11/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

11/09/2020 dal Consigliere Dott. ROSSANA GIANNACCARI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con decreto dell’11.7.2019, il Tribunale di Lecce rigettò il ricorso di Z.S., cittadino del (OMISSIS), avverso la decisione della Commissione Territoriale di Lecce di diniego della domanda di protezione internazionale nella forma del riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e del diritto di rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari.

1.2. Il ricorrente aveva dichiarato di essere di fede sunnita e di aver lasciato il paese di origine a seguito delle minacce ricevute da un’associazione musulmana perchè il padre aveva donato una terra di sua proprietà alla comunità cristiana per costruire una Chiesa; aveva subito minacce e, in seguito a tale episodio, il fratello aveva perso la vita.

1.3. Per quel che rileva nel giudizio di legittimità, il Tribunale, disposta la comparizione delle parti, non ritenne necessaria l’audizione, potendo decidere sulla base delle dichiarazioni rese dal ricorrente alla Commissione Territoriale, non avendo il medesimo allegato fatti nuovi e documenti nuovi. Rigettò la richiesta di protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), perchè in Pakistan, nel distretto del Mandi Bahauddin, non era in atto un conflitto armato interno o internazionale, sulla base delle informazioni tratte dal sito (OMISSIS) e (OMISSIS).

3.Per la cassazione del decreto ha proposto ricorso Z.S. sulla base di tre motivi.

3.1. Ha resistito con controricorso il Ministero dell’interno.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso, si deduce la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 9, perchè il Tribunale non avrebbe tenuto conto che, secondo le informazioni sul paese di provenienza, citate nel provvedimento impugnato, in Pakistan sarebbe in atto una situazione di violenza indiscriminata.

1.1. Il motivo è inammissibile ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c..

1.2. Questa Corte, con orientamento consolidato al quale il collegio intende dare continuità ha affermato che in tema di protezione sussidiaria, l’accertamento della situazione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) – che sia causa per il richiedente di una sua personale e diretta esposizione al rischio di un danno grave, quale individuato dalla medesima disposizione – implica un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito (ex multis Cass., Civ., Sez. I, 21/11/2018; Cass. 32064/ 2018). Il risultato di tale indagine può essere censurato, con motivo di ricorso per cassazione, nei limiti consentiti dal novellato art. 360 c.p.c., n. 5.

1.3. Nella specie, il Tribunale ha rigettato la richiesta di protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), perchè in Pakistan, nel distretto del Mandi Bahauddin, non era in atto un conflitto armato interno o internazionale, sulla base delle informazioni tratte dal sito (OMISSIS) e (OMISSIS). Il motivo non indica il fatto decisivo il cui esame sarebbe stato omesso e che avrebbe condotto ad una decisione differente, ma propone una diversa lettura delle medesime fonti, sollecitando un’impropria rivisitazione dell’apprezzamento di fatto compiuto in sede di merito circa i paventati rischi in caso di rientro nel paese di origine.

2. Con il secondo motivo di ricorsosi deduce la violazione dell’art. 16 della Direttiva 32/2013 UE, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, per non aver disposto l’audizione del richiedente.

2.1. Il motivo è inammissibile.

2.2. Secondo quanto precisato dalla Corte di Giustizia nella sentenza del 26.7.2017, Moussa Sacko, la necessità che il giudice proceda all’audizione del richiedente deve essere valutata alla luce del generale dovere di allegazione previsto dall’art. 46, paragrafo 3 della Direttiva 2013/32. Il giudice può decidere di non procedere all’audizione del richiedente nell’ambito del ricorso dinanzi ad esso pendente solo nel caso in cui ritenga di poter effettuare un esame siffatto in base ai soli elementi contenuti nel fascicolo, ivi compreso, se del caso, il verbale o la trascrizione del colloquio personale con il richiedente in occasione del procedimento di primo grado. La Corte di giustizia ha quindi definito la questione pregiudiziale stabilendo che la direttiva 2013/32/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale, e in particolare gli artt. 12, 14, 31 e 46, letti alla luce dell’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, deve essere interpretata nel senso che non osta a che il giudice nazionale, investito di un ricorso avverso la decisione di rigetto di una domanda di protezione internazionale manifestamente infondata, respinga detto ricorso senza procedere all’audizione del richiedente qualora le circostanze di fatto non lascino alcun dubbio sulla fondatezza di tale decisione. E’ invece necessario che, in occasione della procedura di primo grado sia stata data facoltà al richiedente di sostenere un colloquio personale sulla sua domanda di protezione internazionale, conformemente all’art. 14 di detta direttiva, e che il verbale o la trascrizione di tale colloquio, qualora quest’ultimo sia avvenuto, sia stato reso disponibile unitamente al fascicolo, in conformità dell’art. 17, paragrafo 2, della direttiva medesima. In conclusione, secondo la Corte di Lussemburgo, spetta al giudice stabilire la necessità di disporre l’audizione ove lo ritenga necessario ai fini dell’esame completo ed ex nunc degli elementi di fatto e di diritto contemplato all’art. 46, paragrafo 3, di tale direttiva.

2.3.Tale approdo, come rilevato dalla stessa Corte di giustizia, è del resto coerente con la giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, secondo cui lo svolgimento dell’udienza non è necessario quando la causa non prospetti questioni di fatto e di diritto che non possano essere risolte sulla scorta del fascicolo e delle osservazioni scritte delle parti (Corte EDU 12 novembre 2002, Dory c. Suede, 37).

2.4. Questa Corte, interpretando il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, ha statuito che nel giudizio d’impugnazione, innanzi all’autorità giudiziaria, della decisione della Commissione territoriale, anche ove manchi la videoregistrazione del colloquio, all’obbligo del giudice di fissare l’udienza, non consegue automaticamente quello di procedere all’audizione del richiedente, purchè sia garantita a costui la facoltà di rendere le proprie dichiarazioni, o davanti alla Commissione territoriale o, se necessario, innanzi al Tribunale. Ne deriva che il Giudice può respingere una domanda di protezione internazionale se risulti manifestamente infondata sulla sola base degli elementi di prova desumibili dal fascicolo e di quelli emersi attraverso l’audizione o la videoregistrazione svoltesi nella fase amministrativa, senza che sia necessario rinnovare l’audizione dello straniero (Cass. n. 5973/2019).

2.5. Nella specie, il Tribunale ha motivato in ordine alle ragioni per le quali non riteneva necessario disporre l’audizione in sede giudiziale ed il ricorrente denuncia plurime violazioni di legge senza confrontarsi compiutamente con la motivazione impugnata, limitando le doglianze ad un apodittico diritto all’ascolto e ad un generico dovere di cooperazione istruttoria.

3. Con il terzo motivo di ricorso, si denuncia la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, per non avere il Tribunale considerato che, in caso di rientro nel paese di origine, vi sarebbe una seria compromissione del diritto alla salute, inteso in senso ampio, come benessere fisico, mentale e sociale dell’individuo, secondo le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il Tribunale avrebbe quindi omesso di valutare le condizioni di vulnerabilità in considerazione delle condizioni di miseria in cui il ricorrente viveva nel proprio paese e delle difficoltà di reinserimento sociale in caso di rientro.

3.1. Il motivo è inammissibile.

3.2. La protezione umanitaria rappresenta una misura atipica e residuale, volta a tutelare situazioni che, seppur non integranti i presupposti per il riconoscimento delle forme tipiche di tutela, si caratterizzino ugualmente per la condizione di vulnerabilità in cui versa il richiedente la protezione internazionale.

3.3. L’accertamento della summenzionata condizione di vulnerabilità avviene, in ossequio al consolidato orientamento di questa Corte (cfr. Cass. civ., sez. I, 15/05/2019 n. 13088; Cass. civ., sez. I, n. 4455 23/02/2018, Rv. 647298-01), alla stregua di una duplice valutazione, che tenga conto, da un lato, degli standards di tutela e rispetto dei diritti umani fondamentali nel Paese d’origine del richiedente e, dall’altro, del percorso di integrazione sociale da quest’ultimo intrapreso nel Paese di destinazione.

3.4. Le Sezioni Unite hanno consolidato l’indirizzo espresso dalle Sezioni Semplici, secondo cui occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, senza che abbia rilievo l’esame del livello di integrazione raggiunto nel nostro Paese, isolatamente ed astrattamente considerato (Cassazione civile sez. un., 13/11/2019, n. 29459).

3.5. La corte distrettuale, nel rigettare la domanda volta al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, ha puntualmente valutato entrambe le condizioni menzionate, ritenendo il percorso di integrazione sociale nel territorio italiano non integrasse un effettivo radicamento sul territorio, in quanto il ricorrente, giunto in Italia dal 2016 aveva svolto attività lavorativa a tempo determinato per soli tre mesi, nè dalla documentazione in atti sussistevano patologie di carattere fisico o psichico. Ne consegue l’insufficienza della generica allegazione della migliore condizione di cui il richiedente la protezione godrebbe in Italia rispetto a quella che avrebbe nel proprio Paese di origine, in quanto la comparazione va condotta non in termini astratti ma concreti, calata cioè sulla specifica condizione di vita e di vulnerabilità del richiedente medesimo, e quindi in ultima analisi sulla sua vicenda personale (fr. Cass. civ., sez. I, 15/01/2020, n. 625; Cass. civ., Sez. 6 – 1, n. 25075 del 2017).

4. Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile.

4.1. Le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate in dispositivo.

4.2. La condanna al pagamento delle spese del giudizio in favore di un’amministrazione dello Stato deve essere limitata, riguardo alle spese vive, al rimborso delle somme prenotate a debito (Cassazione civile sez. II, 11/09/2018, n. 22014; Cass. Civ., n. 5859 del 2002).

5. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, va dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente alle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 2100,00 oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte di Cassazione, il 21 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 2 dicembre 2020

 

 

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