Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27488 del 30/12/2016


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Cassazione civile, sez. trib., 30/12/2016, (ud. 16/12/2016, dep.30/12/2016),  n. 27488

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BOTTA Raffaele – Presidente –

Dott. DE MASI Oronzo – Consigliere –

Dott. ZOSO Liana Maria Teresa – rel. Consigliere –

Dott. BRUSCHETTA Ernestino Luigi – Consigliere –

Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 17351-2012 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

A.B., elettivamente domiciliata in ROMA VIA DARDANELLI 46,

presso lo studio dell’avvocato SANDRO BRAVI, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato COSTANZA NUCCI giusta delega a

margine;

– controricorrente –

e contro

EQUITALIA GERIT SPA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 14/2012 della COMM.TRIB.REG. di ROMA,

depositata l’11/01/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/12/2016 dal Consigliere Dott. LIANA MARIA TERESA ZOSO;

udito per il ricorrente l’Avvocato URBANI NERI che ha chiesto

l’accoglimento;

udito per la controricorrente l’Avvocato BRAVI che ha chiesto

l’inammissibilità;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GIACALONE Giovanni che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

ESPOSIZIONE DELLE RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

1. A.B., già socia della società Madonna del Riposo Srl, cancellata dal registro delle imprese, impugnava la cartella esattoriale notificatale da Equitalia Gerit s.p.a., con cui era stato richiesto il pagamento di Euro 210.091,02 a seguito della sentenza definitiva emessa nei confronti della società per Invim straordinaria relativa all’anno 1991. Sosteneva la ricorrente che, in quanto socia di capitale, non era responsabile per i debiti della società. La commissione tributaria provinciale di Roma rigettava il ricorso della contribuente rilevando che la stessa aveva ricevuto in assegnazione beni sociali durante il tempo della liquidazione di talchè doveva ritenersi responsabile nei limiti del valore dei beni stessi. Proposto appello da parte della contribuente, la commissione tributaria regionale del Lazio lo accoglieva sul rilievo che la cancellazione della società Madonna del Riposo Srl era avvenuta in data 26 gennaio 2005 e l’agenzia non aveva provveduto a notificare l’avviso di accertamento alla socia ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 60.

2. Avverso la sentenza della CTR propone ricorso per cassazione l’agenzia delle entrate affidato a due motivi. Resiste la contribuente con controricorso illustrato da memoria.

3. Con il primo motivo la ricorrente deduce violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione all’art. 2495 cod. civ. ed al D.P.R. n. 602 del 1973, art. 36. Sostiene che la contribuente risultava essere stata assegnataria di beni sociali a seguito di liquidazione della società e che l’agenzia delle entrate non era tenuta ad emanare uno specifico atto formale volto ad accertare la responsabilità del socio in quanto l’art. 2495 cod. civ., che fa derivare la responsabilità del socio di società estinta dal fatto di aver riscosso somme in base al bilancio finale di liquidazione, non richiede una particolare forma solenne attraverso cui il creditore insoddisfatto debba palesare la sua intenzione di procedere nei confronti del socio o liquidatore. Neppure è applicabile il D.P.R. n. 602 del 1973, art. 36 che richiede l’emanazione di un avviso di accertamento per l’esazione delle imposte nei confronti del socio, in quanto tale norma riguarda solamente l’esazione delle imposte dirette, ai sensi del D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 19.

4. Con il secondo motivo deduce violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione agli artt. 2495 e 2909 c.c.. Sostiene la ricorrente che il socio succede, seppure intra vires, nei rapporti giuridici facenti capo alla società estinta e l’art. 2909 cod. civ., nel prescrivere che il giudicato fa stato nei confronti degli aventi causa, non impone alcun procedimento o formale adempimento per far valere il titolo giudiziario nei confronti dell’erede o dell’avente causa dal debitore originario.

5. Preliminarmente osserva la Corte che l’eccezione di inammissibilità del ricorso svolta dalla controricorrente, basata sul fatto che la ricorrente ha introdotto per la prima volta nel giudizio di cassazione un nuovo thema decidendum, ovvero l’applicabilità dell’art. 2495 cod. civ., dopo che nei giudizi di merito aveva invocato l’applicazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 36 è infondata.

Invero, in ragione della funzione del giudizio di legittimità di garantire l’osservanza e l’uniforme interpretazione della legge deve ritenersi che, nell’esercizio del potere di qualificazione in diritto dei fatti, la Corte di cassazione può ritenere fondata la questione, sollevata dal ricorso, per una ragione giuridica diversa da quella specificamente indicata dalla parte e individuata d’ufficio, con il solo limite che tale individuazione deve avvenire sulla base dei fatti per come accertati nelle fasi di merito ed esposti nel ricorso per cassazione e nella stessa sentenza impugnata (cfr., ex multis, Cass. n. 6935 del 22/03/2007). Ne deriva che non può essere affermata l’inammissibilità del ricorso laddove la parte, come è avvenuto nel caso di specie, abbia prospettato con il ricorso una diversa qualificazione giuridica della fattispecie.

6. In ordine ai motivi di ricorso, osserva la Corte che essi vanno esaminati congiuntamente, in quanto sottendono la medesima questione, e che sono entrambi infondati. Va considerato che, nel caso che occupa, non può applicarsi il D.P.R. n. 602 del 1973, art. 36 il cui comma 5 prevede che la responsabilità dei soci o dei liquidatori di società estinta debba essere accertata con atto da notificare a norma del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 60 trattandosi di recupero di imposta Invim e prevedendo il D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 19 che la norma citata si applichi per l’esazione delle sole imposte dirette. Ciò posto, con riguardo all’art. 2495 cod. civ., è stato più volte affermato dalla Corte di legittimità il principio secondo cui a seguito dell’estinzione della società, conseguente alla cancellazione dal registro delle imprese, viene a determinarsi un fenomeno di tipo successorio, in forza del quale i rapporti obbligatori facenti capo all’ente non si estinguono – il che sacrificherebbe ingiustamente i diritti dei creditori sociali – ma si trasferiscono ai soci, i quali ne rispondono nei limiti di quanto riscosso a seguito della liquidazione o illimitatamente, a seconda del regime giuridico dei debiti sociali cui erano soggetti “pendente societate” (Cass., Sez. U, n. 6070 del 12/03/2013; Cass. n. 24955 del 06/11/2013). Per quanto concerne le società di persone, è stato affermato che, sul piano tributario, essendo il debito del socio il medesimo della s.n.c., egli è legittimamente sottoposto all’esazione del debito fiscale accertato nei confronti della s.n.c., alle ordinarie condizioni poste dall’art. 2304 c.c., senza che sia necessario notificargli l’atto impositivo originario e/o gli atti amministrativi conseguenti. Resta, dunque, ferma l’ordinaria responsabilità illimitata e solidale dei soci della s.n.c. (art. 2291 cod. civ.), che opera, in assenza di un’espressa previsione derogativa, anche per le obbligazioni tributarie. Ciò in quanto l’imperfetta personalità giuridica della società di persone si risolve in quella dei soci, i cui patrimoni sono protetti dalle iniziative dei terzi solo dalla sussidiarietà, mentre la pienezza del potere di gestione in capo ad essi finisce con il far diventare dei soci i debiti della società (Cass. n. 16713 del 4.4.2016; Cass. n. 24322 del 14/10/2014; Cass. n. 19188 del 06/09/2006).

Diverse considerazioni si impongono con riguardo alle società di capitali, considerato che il presupposto (ed il limite) sulla base del quale i creditori possono riscuotere dai soci i crediti vantati nei confronti della società si rinviene nell’aver i soci medesimi riscosso somme in base al bilancio finale di liquidazione. La Corte di legittimità ha affermato il principio secondo cui l’accertamento giudiziale del credito verso la società, anche con forza di giudicato, pur opponibile ai soci ed ai liquidatori, non consente al creditore di far valere il titolo esecutivo ottenuto direttamente nei loro confronti, attesa la necessità di agire in giudizio contro gli uni e, gradatamente, contro gli altri per l’accertamento dei rispettivi presupposti (Cass. n. 4699 del 27/02/2014). Ora, l’agenzia delle entrate che, nell’esercizio del potere impositivo, esige dal socio di società di capitali il pagamento del credito vantato nei confronti della società, seppure accertato con sentenza passata in giudicato, deve portare a conoscenza del contribuente, con apposito avviso di liquidazione, le ragioni per le quali egli è tenuto a versare l’imposta accertata in capo alla società. In particolare, al fine di porre il contribuente in condizione di contestare la fondatezza della pretesa impositiva, deve indicare gli elementi da cui si evinca che il socio, in sede di liquidazione, ha incassato somme od ha ricevuto l’attribuzione di beni della società ed il valore di questi poichè entro tale limite si apprezza la legittimità della pretesa impositiva.

Ne consegue che la cartella di pagamento, in quanto non preceduta dall’avviso di liquidazione che, per le ragioni esposte, avrebbe dovuto essere notificato alla contribuente in quanto socia della società Madonna del Riposo s.r.l., è illegittima.

7. Il ricorso va, dunque, rigettato e le spese processuali, in considerazione della particolarità della questione trattata, si compensano per intero.

PQM

La corte rigetta il ricorso e compensa le spese.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 16 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 30 dicembre 2016

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