Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2748 del 08/02/2010

Cassazione civile sez. lav., 08/02/2010, (ud. 22/12/2009, dep. 08/02/2010), n.2748

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE LUCA Michele – Presidente –

Dott. LA TERZA Maura – rel. Consigliere –

Dott. IANNIELLO Antonio – Consigliere –

Dott. MORCAVALLO Ulpiano – Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

ISTITUTO POLIGRAFICO E ZECCA DELLO STATO S.P.A., in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA

PIAZZA GIUSEPPE VERDI N. 10, presso lo studio dell’Avvocato TURCO

Chiara, (c/o l’Ufficio della Funzione Affari Legali e Societari), che

lo rappresenta e difende giusta delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

M.E.;

– intimato –

e sul ricorso n. 3849/2007 proposto da:

M.E., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA ANTONIO

MANCINI 4/B, presso lo studio dell’avvocato FASANO GIOVANNANTONIO,

che lo rappresenta e difende giusta delega a margine del

controricorso e ricorso incidentale;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

ISTITUTO POLIGRAFICO E ZECCA DELLO STATO S.P.A., in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA

PIAZZA GIUSEPPE VERDI N. 10, presso lo studio dell’Avvocato TURCO

Chiara, (c/o l’Ufficio della Funzione Affari Legali e Societari), che

lo rappresenta e difende giusta delega a margine del ricorso;

– controricorrente al ricorso incidentale –

avverso la sentenza n. 5762/2006 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 25/09/2006 R.G.N. 10711/03;

udita la relazione della causa svolta nella Udienza pubblica del

22/12/2009 dal Consigliere Dott. LA TERZA Maura;

udito l’Avvocato RAFFAELA FASANO per delega GIOVANNANTONIO FASANO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUCCI Costantino che ha concluso per il rigetto di entrambi i

ricorsi.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con la sentenza in epigrafe indicata del 25 settembre 2006 la Corte d’appello di Roma accoglieva la domanda proposta da M.E. nei confronti dell’Istituto Poligrafico concernente la inclusione dei compensi percepiti per lavoro straordinario nella base di calcolo sia dell’indennita’ di anzianita’ e del TFR, sia delle mensilita’ aggiuntive e delle ferie, ma solo fino al 31 ottobre 1992.

La Corte territoriale affermava preliminarmente che il diritto al ricalcolo del TFR non era prescritto, e rigettava altresi’ la eccezione di compensazione proposta dal Poligrafico in relazione all’accordo aziendale del 1974, con cui era stato erogato un miglioramento retributivo pari a 60 minuti della retribuzione dell’operaio litografo di primo livello, precisandosi che detto compenso era “assorbibile in caso di vertenze comunque proposte dal personale dipendente che possano ricollegarvisi” sul rilievo, tra l’altro, che la normativa sul TFR non era derogabile dalla – contrattazione collettiva, cui era consentito solo di fissare una base di calcolo diversa da quella prefigurata dalla legge.

Riteneva invece che sia il TFR, sia le mensilita’ aggiuntive e le ferie dovessero includere il compenso per lavoro straordinario fino al CCNL del 1992, che, nella definizione della retribuzione, cui rimandava la disposizione sul TFR, faceva riferimento alla retribuzione come quanto complessivamente percepito durante l’orario normale.

Avverso detta sentenza propone ricorso l’Istituto Poligrafico, con tre motivi, mentre resiste con controricorso e ricorso incidentale con un motivo il lavoratore, cui il Poligrafico ha risposto con controricorso.

Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Va preliminarmente disposta la riunione dei ricorsi ex art. 335 c.p.c.. Con il primo motivo del ricorso il Poligrafico si duole del rigetto dell’eccezione di prescrizione, dovendosi distinguere la fase delle esigibilita’ del diritto al TFR e la data della sua maturazione. Il motivo e’ infondato, in quanto la giurisprudenza di questa Corte ha gia’ chiarito che la scadenza delle annualita’ idonee al calcolo delle quote di accantonamento degli istituti di fine rapporto e la ricezione delle comunicazioni datoriali in punto di accantonamenti utili sono inidonee ad eliminare la situazione di incertezza circa la quantificazione dell’importo spettante, che – continuando a sussistere – legittima il lavoratore a richiedere l’accertamento giudiziale del diritto. Perche’ possa decorrere il termine di prescrizione e’ necessario che il diritto sia incontroverso e, dato che la maturazione del t.f.r. non e’ istantanea, non e’ dato identificare un unico momento destinato a costituire il dies a quo della prescrizione dell’azione di accertamento. Ne consegue che la relazione ravvisabile fra azione di mero accertamento del diritto ed azione diretta alla sua concreta attuazione opera in senso esattamente inverso a quello preteso da parte ricorrente, perche’, mentre la mancata sperimentazione della prima, non soggetta a termini di prescrizione, risulta del tutto irrilevante ai fini della persistente sperimentabilita’ della seconda, e’ la possibile prescrizione di questa che puo’ precludere l’azione di mero accertamento, per difetto di interesse, in quanto, una volta estinto il diritto, con conseguente impossibilita’ di realizzazione pratica del suo contenuto, viene meno, di norma, ogni utilita’ dell’accertamento della sua mera esistenza, cosi’ il ricordato presupposto dell’invocazione dell’officium judicis (cfr.

Cass. 9.4.03 n. 9575 e da ultimo, proprio in relazione a fattispecie analoga Cass. n. 2781 del 06/02/2008).

Con il secondo motivo, lamentando il difetto di motivazione, ci si duole che sia stata rigettata la domanda riconvenzionale – eccezione di compensazione procedendo ad una errata interpretazione dell’accordo del 1974, sul rilievo che nessuna azienda si sarebbe indotta ad erogare un’ora di retribuzione dal 1974 senza ricevere alcuna prestazione lavorativa, ne’ l’assorbibilita’ valeva solo in caso di vertenze connesse alla produttivita’, ma per quelle relative al lavoro straordinario. Il motivo e’ infondato.

Secondo parte ricorrente la menzionata clausola di assorbibilita’ avrebbe dovuto dar luogo alla non computabilita’ dei compensi per lavoro straordinario negli istituti per cui e’ causa o, quantomeno, in caso di diversa conclusione circa la computabilita’, avrebbe dovuto far nascere il diritto alla restituzione degli importi corrisposti alla controparte in esecuzione del contratto aziendale.

Sotto un primo profilo, e’ contestata l’affermazione che la clausola di assorbibilita’ prevista dall’accordo del 1974 sia riferibile solo ai compensi previsti per aumento della produttivita’ e non anche a quelli conseguenti all’effettuazione dello straordinario, in quanto porta all’illogica conclusione che il datore avrebbe corrisposto l’aumento senza nessuna contropartita sul piano della prestazione, a fronte di una semplice disponibilita’ ad aumentare la produttivita’.

Il giudice di merito avrebbe dovuto, invece, valutare l’accordo nella sua interezza, tenendo conto che il suo obiettivo era anche quello di evitare che in futuro potessero nascere controversie in punto di inclusione nel calcolo dell’i.d.a. e del t.f.r. dello straordinario.

Si contesta quindi l’interpretazione data dal giudice di merito all’accordo sindacale del 1974.

La censura e’ inammissibile sia sotto il profilo dell’erronea interpretazione, in quanto non specifica quali sarebbero i canoni di ermeneutica negoziale che il giudice di merito avrebbe violato, sia sotto il profilo della carenza di motivazione in quanto non sono indicati vizi logici o difetti di indagine in cui sarebbe incorso il secondo giudice.

E altresi’ infondata al riguardo la censura in punto di violazione della normativa di legge in materia di trattamento di fine rapporto contenuta nella L. n. 297 del 1982. Deve rilevarsi che ai fini del calcolo del t.f.r. i criteri di quantificazione della retribuzione annua fissati dall’art. 2120 c.c., nuovo testo, possono essere derogati solo dalla normativa collettiva intervenuta successivamente all’entrata in vigore della norma di legge e che tale deroga non puo’ essere effettuata mediante il richiamo a norme pattizie previgenti.

Tali norme sono, infatti, nulle in quanto la disciplina fissata dalla L. n. 297 e’ di carattere legislativo, di modo che la loro nullita’ prescinde dalla difformita’ o conformita’ rispetto alla nuova disciplina legislativa. La reviviscenza di dette clausole contrattuali nulle puo’ derivare solo da una “manifestazione di volonta’ delle parti contraenti che evidenzi una previsione diversa, rispetto a quella legale, circa il criterio specifico per l’individuazione della base di computo del trattamento di fine rapporto” (Cass. 24.6.95 n. 7185). Tale reviviscenza non e’ qui prospettata per l’accordo aziendale del 1974, atteso che parte ricorrente, pur facendo riferimento ad una generica rinegoziazione, nulla ha dedotto circa uno specifico intervento successivo in tema di calcolo del t.f.r.. ( nello stesso senso Cass. 2614/2008).

Con il terzo motivo ci si duole che il compenso per lavoro straordinario sia stato incluso negli istituti collaterali fino all’entrata in vigore del CCNL del 1992.

Con il ricorso incidentale si lamenta che il compenso per lavoro straordinario sia stato escluso per il periodo successivo all’entrata in vigore del CCNL del 1992.

Sia il terzo motivo del ricorso principale, sia il ricorso incidentale sono inammissibili, non avendo nessuna delle parti prodotto i contratti collettivi, sui quali fondano la domanda, nella loro interezza. Invero, dopo alcune perplessita’ (Cass. n. 21080 del 04/08/2008) la giurisprudenza maggioritaria di questa Corte (Cass. 11 febbraio 2008 n. 6432, n. 15495 del 02/07/2009, n. 2855 del 2009) si e’ orientata nel senso che e’ necessario il deposito del testo integrale del contratto. Cio’ in primo luogo in forza del dettato letterale dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4 (come modificato dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40), il quale prevede che gli atti processuali, i documenti e i contratti o accordi collettivi su cui il ricorso si fonda devono essere depositati insieme al ricorso a pena di improcedibilita’, norma che non sembra prevedere deroghe, consentendo il deposito solo di stralci del contratto collettivo da interpretare.

Le modifiche apportate al codice di rito, per cui il ricorso ex art. 360 c.p.c., n. 3 e’ consentito anche per violazione di accordi e contratti collettivi, si giustificano con l’esigenza di rafforzamento della funzione nomofilattica della Cassazione sul versante dalle contrattazione collettiva di diritto privato al fine, se non di eliminare, quanto meno di ridimensionare quelle zone di incertezza che hanno – in ragione sul piano istituzionale della mancata attuazione del disposto dell’art. 39 Cost. – caratterizzato non di rado le opzioni ermeneutiche della giurisprudenza di merito e di legittimita’. E’ sufficiente rammentare l’orientamento pregresso secondo cui “e’ fisiologico che due opposte interpretazioni dei giudici di merito di una medesima disposizione collettiva siano entrambe convalidate o censurate dalla Suprema Corte, a seconda del superamento o meno del controllo limitato alla verifica della correttezza della motivazione e del rispetto dei criteri ermeneutica di cui all’art. 1362 c.c. e segg.” (tra le tante Cass. 12 maggio 2006 n. 11037; Cass. 5 giugno 2003 n. 9024; Cass. 23 maggio 2001 n. 7039).

E’ altresi’ principio che trova concorde la giurisprudenza di legittimita’, ed anche la dottrina, quello per cui i canoni ermeneutici da utilizzare non sono quelli incentrati sull’art. 12 preleggi ma sui generali criteri codicistici di cui all’art. 1362 c.c. e segg., applicabili a tutti gli atti espressione dell’autonomia privata.

Conviene pero’ precisare quale sia l’ambito della interpretazione a cui la Corte di legittimita’ puo’ e deve procedere, giacche’, sul piano sistematico, questa questione e’ connessa con quella che ne occupa nella specie, in cui si tratta di dimostrare che la legge impone il deposito del contratto collettivo nella forma integrale.

Alcuni commentatori hanno rilevato che, quando la domanda sia stata fondata su una o piu’ specifiche disposizioni collettive, e solo su quelle si sia svolto il contraddittorio, alle medesime dovrebbe restringersi anche l’esame della cassazione, la quale, altrimenti, verrebbe indebitamente a conoscere di materiali non introdotti e non valutati nel giudizio di merito.

Se cosi’ fosse, sarebbe inutilmente oneroso esigere dal ricorrente il deposito integrale del ricorso, giacche’ la interpretazione dovrebbe essere ristretta nei limiti che hanno contrassegnato il giudizio di merito e quindi non vi sarebbe necessita’ di esame di clausole ulteriori.

Al riguardo conviene in primo luogo richiamare i rilievi gia’ svolti sul punto nei giudizi ex art. 420 bis c.p.c., per decidere se essi possano valere anche quando non si tratta di questa speciale procedura, ma del normale ricorso per Cassazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, in cui si assume che la sentenza impugnata abbia violato o falsamente i contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro.

E’ stato precisato (Cass. n. 19560 del 2007) che, in sede di art. 420 bis c.p.c. la Corte di legittimita’ – nell’enunciare in funzione nomofilattica un principio – e’ tenuta ad operare come se l’oggetto del suo esame fosse una norma giuridica e non, invece, un negozio di natura privatistica.

Si e’ aggiunto, nella sentenza citata, per quanto attiene specificamente ai poteri della Corte di Cassazione, che nell’interpretazione del contratto, essa non e’ condizionata dalle domande delle parti e dal loro comportamento, potendo ricercare liberamente all’interno del contratto collettivo (da depositarsi ex art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4) ciascuna clausola – anche se non oggetto dell’esame delle parti e del primo giudice – comunque ritenuta utile alla interpretazione.

Di conseguenza non si dubita che in quei procedimenti sia necessario depositare il contratto collettivo nella sua interezza (Cass. Sez. L, Sentenza n. 16619 del 16/07/2009). Fermo restando che i canoni ermeneutici da applicare sono sempre gli stessi, e cioe’ quelli indicati dal codice civile, ci si chiede se la metodica da seguire si differenza davvero a seconda che l’interpretazione delle pattuizioni sindacali avvenga ad opera dei giudici di legittimita’ nel corso di un ordinario giudizio, ovvero attraverso l’iter procedurale disegnato dall’art. 420 bis c.p.c. (e con gli effetti determinati da tale norma e dall’art. 146 bis disp. att. c.p.c.).

La differenza tra i due procedimenti e’ indubbia, dal momento che quest’ultimo caso e’ funzionalizzato a provocare una pronunzia capace, seppure in via tendenziale, a fare stato in una pluralita’ di controversie c.d. seriali, perche’ interessanti la collettivita’ dei lavoratori destinatari della contrattazione collettiva di cui viene definito l’ambito applicativo. Tutto cio’ spiega – come si e’ gia’ avuto modo di osservare con la gia’ citata sentenza n. 19560 del 2007 – perche’ la Corte di Cassazione nella procedura ex art. 420 bis c.p.c., non risulti vincolata alla opzione ermeneutica del giudice di merito, pur fondata su una motivazione congrua e corretta sul piano logico, potendo la stessa Corte, a seguito di propria ed autonoma scelta, pervenire ad una diversa decisione di quella del primo giudice, non solo per quanto attiene alla validita’ ed efficacia del contratto, ma anche in relazione alla sua interpretazione, attraverso una diversa valutazione degli stessi elementi di fatto gia’ vagliati dal giudice di merito, atteso che presupposto indispensabile della funzione nomofilattica (al cui rafforzamento e’ volta la suddetta disposizione di rito) e’ la certezza e la stabilita’ delle statuizioni giurisprudenziali, che rendono inammissibile che possano darsi, di una identica disposizione contrattuale, interpretazioni corrette – quanto a motivazioni e quanto ad applicazione dei criteri di cui all’art. 1362 c.c. – ed al tempo stesso tra esse contrastanti.

Sembra al Collegio che alla stessa conclusione si debba pervenire in relazione all’ambito dell’interpretazione che compete alla Corte nel caso in cui venga proposto ordinario ricorso per Cassazione ex art. 360 c.p.c., n. 3.

In primo luogo e’ stato osservato da alcuni commentatori che l’art. 420 bis c.p.c. non indica il tipo di controllo cui la Corte deve procedere quando e’ investita del ricorso per saltum sulla questione pregiudiziale, dandolo per presupposto proprio in base al precedente art. 360 c.p.c., n. 3, senza il quale l’art. 420 bis c.p.c., non potrebbe operare; a tal fine le due disposizioni sono state introdotte contestualmente dal D.Lgs. n. 40 del 2006. In altri termini, il procedimento ex art. 420 bis trova necessario fondamento nella nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3, e nulla autorizza ritenere che, nell’un caso, l’analisi della contrattazione collettiva debba essere piu’ limitato rispetto a quanto previsto per l’altro. E’ poi innegabile che la interpretazione resa ex art. 420 bis c.p.c., oltre avere effetto anticipatorio, abbia una maggiore forza cogente, stante il disposto dell’art. 146 bis disp. att. c.p.c. in cui richiamando il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 64, comma 7 si sancisce l’influenza della decisione della Corte in altri processi in cui si controverta sulla medesima questione. La statuizione ha quindi effetti diversi, tuttavia nessuna disposizione diversifica il processo interpretativo da applicare in caso di ricorso normale ed in caso del ricorso per saltum. Invero, la nomofilachia, cui le nuove norme sono finalizzate, sarebbe pregiudicata ove si ritenesse che, nell’un caso, l’interpretazione debba essere astretta alle clausole contrattuali esaminate nei gradi di merito, mentre, nell’altro, la interpretazione si possa svolgere a tutto campo, reperendo nel contratto altre clausole, non esaminate, che pero’ potrebbero risolvere ogni margine di incertezza. Il rischio starebbe nella emanazione di sentenze contrastanti, recanti cioe’ interpretazioni diverse sulla medesima questione e sulla base della medesima contrattazione collettiva, stante il diverso grado di affidabilita’ delle une rispetto alle altre, a causa della completezza o meno dell’indagine che la Corte ha svolto.

7. Peraltro, come si e’ gia’ avuto modo di osservare con la citata sentenza n. 19560 del 2007, nella giurisprudenza di legittimita’ e’ ormai costante – nell’interpretazione della disciplina contrattuale collettiva dei rapporti di lavoro, censurabile in sede di giudizio di cassazione solo per vizi di motivazione e violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale – l’affermazione che, sebbene la ricerca della comune intenzione delle parti debba essere operata innanzitutto sulla base del criterio dell’interpretazione letterale, assume valore preminente il criterio logico – sistematico di cui all’art. 1363 c.c., che impone di desumere la volonta’ dei contraenti come manifestata nella globalita’ delle clausole afferenti il contratto collettivo ed aventi immediata attinenza alla materia in contesa (cfr. in tali termini tra le altre: Cass. 22 giugno 2006 n. 14461; Cass. 9 maggio 2006 n. 10636; Cass. 21 marzo 2006 n. 6264).

Ossia, stanti gli innegabili limiti sul versante istruttorio che la Corte di Cassazione incontra nell’ambito della procedura interpretativa, assume un rilievo particolare il criterio logico sistematico della interpretazione complessiva delle clausole stesse.

Orbene, se fosse precluso alla Corte, anche in sede di ricorso ordinario, di applicare il criterio sistematico, interpretando le clausole le une per mezzo delle altre, la decisione che ne sortirebbe sarebbe sicuramente meno affidabile e meno “resistente” rispetto ad altri interventi, sentenze rese ex art. 420 bis c.p.c., che si possono invece giovare di questo fondamentale criterio ermeneutico.

Si e’ obiettato da alcuni commentatori che la presa in considerazione, da parte della Corte, di clausole non valutate dai giudici di merito, potrebbe pregiudicare il contraddittorio, dal momento che i contratti collettivi non sono stati interamente equiparati alla legge.

Si puo’ rispondere che – data per scontata la non equiparazione del contratto collettivo alla legge (prova ne sia la diversa tipologia dei canoni ermeneutici, cui gia’ si e’ fatto cenno) – tuttavia il legislatore ha investito la Corte in relazione alla indubbia efficacia precettiva della fonte contrattuale, in funzione della sua “proiezione” diretta a disciplinare una serie di contratti individuali di lavoro.

Ed allora, per consentire alle parti di interloquire su clausole non considerate in sede di merito, si potrebbe ricorrere all’art. 384 c.p.c., penultimo comma, (cfr. disposizione analoga per il giudizio di merito introdotta dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 45, comma 11) provocando il contraddittorio sulla questione, come non si dubiterebbe di dover fare nel caso si trattasse di norme di legge, in forza del principio, piu’ volte enunciato, per cui il giudice ha l’obbligo di rilevare d’ufficio l’esistenza di una norma di legge idonea ad escludere o a fondare, alla stregua delle circostante di fatto allegate ed acquisite agli atti, il diritto vantato dalla parte, senza che su tale obbligo possa esplicare rilievo la circostanza che nei gradi di merito le questioni controverse abbiano investito altri e diversi profili (Sez. un. n. 10933 del 7 novembre 1997).

In ogni caso, e’ necessario il deposito del contratto collettivo nazionale in forma integrale, pena la improcedibilita’ del ricorso, come la norma di legge prevede, per cui, solo all’esito di questa produzione ed al suo esame complessivo, sara’ possibile aprire il contraddittorio sulle parti del contratto non esaminate in sede di merito.

Quanto alle modalita’ del deposito, la disposizione (art. 369 c.p.c., n. 4) impone di farlo unitamente al ricorso, ma e’ ben possibile che nel ricorso medesimo si indichi che la copia del contratto collettivo e’ gia’ inserita nel fascicolo dei gradi di merito in atti, indicazione necessaria affinche’ la Corte lo reperisca agevolmente, nell’ambito di quel sistema di collaborazione tra le parti ed il giudice, funzionale alla speditezza ed alla chiarezza del procedimento, introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006. Ancora in relazione alle modalita’ di deposito, si e’ gia’ affermato (Ordinanza n. 2855 del 5 febbraio 2009) che “L’onere di depositare i contratti e gli accordi collettivi su cui il ricorso si fonda – imposto, a pena di improcedibilita’, dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, nella nuova formulazione di cui al D.Lgs. n. 40 del 2006 – non puo’ dirsi soddisfatto con il deposito, oltre il termine di cui all’art. 369 c.p.c., comma 1, dei fascicoli di parte di primo e secondo grado, contenenti il contratto, per estratto, in allegato al ricorso di primo grado, a nulla rilevando che il contratto sia stato depositato, a sua volta, dal ricorrente incidentale, atteso che, ove venisse ammessa tale equipollenza nella produzione, verrebbe disattesa la lettera del citato art. 369 c.p.c., che sancisce l’improcedibilita’, senza eccezioni”.

10. Conclusivamente entrambi i ricorsi vanno dichiarati improcedibili, dovendosi affermare il principio di diritto per cui la produzione di meri stralci del contratto collettivo nazionale di lavoro non corrisponde alla prescrizione di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4. La reciproca soccombenza consiglia la compensazione delle spese.

P.Q.M.

LA CORTE Riunisce i ricorsi, rigetta il primo ed il secondo motivo del ricorso principale, dichiara improcedibile il terzo ed il ricorso incidentale. Compensa tra le parti le spese del giudizio.

Cosi’ deciso in Roma, il 22 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 8 febbraio 2010

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