Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27413 del 06/12/2013


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Civile Sent. Sez. 2 Num. 27413 Anno 2013
Presidente: ODDO MASSIMO
Relatore: PICCIALLI LUIGI

SENTENZA

sul ricorso 1938-2008 proposto da:
FRATANGELI PAOLO FRTPLA53E19E202U, BIADI AIDA anche
nella sua qualita’ di erede di BIADI PAOLO
elettivamente domiciliati in ROMA, VIA G.B. VICO 31,
presso lo studio dell’avvocato SCOCCINI ENRICO, che li
rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANTICHI
2013

ALESSANDRO;
– ricorrenti –

2358

contro

BERNABEI

RITA

BRNRTI54P41H449L,

elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA ANAPO 29, presso lo studio

Data pubblicazione: 06/12/2013

dell’avvocato DI GRAVIO DARIO, che la rappresenta e
difende unitamente all’avvocato TAMBERI MARIO;
– controricorrente nonchè contro

BIADI DOMENICO, BIADI MAURIZIO, FAVETTA NELLA, nella

di VERZA SERGIO e FAVETTA NELLA in proprio;
– intimati –

avverso la sentenza n. 1206/2007 della CORTE D’APPELLO
di FIRENZE, depositata il 12/09/2007;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 12/11/2013 dal Consigliere Dott. LUIGI
PICCIALLI;
udito

l’Avvocato

MASSIMO

GIZZI,

con

delega

dell’Avvocato MARIO TAMBERI difensore della
resistente, che si e’ riportato al controricorso ed
alla memoria depositata;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. ROSARIO GIOVANNI RUSSO che ha concluso
per l’inammissibilità del ricorso (S.U. sent.
5698/2012) e per la condanna alle spese.

loro qualita’ di eredi di BIADI PAOLO e nei confronti

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Rita Bernabei, proprietaria in Grosseto di un fabbricato di due piani con sovrastante terrazza,
con atto di citazione (di data non precisata nella sentenza impugnata,né in ricorso o
controricorso) convenne al giudizio del locale tribunale Paolo Fratangeli, Aida Biadi,Nella

stessi,nel realizzare lavori edilizi assentiti con una concessione edilizia del 14.6.90, avevano
eseguito una sopraelevazione ed aperto finestre a distanza inferiore a quella legale,incorrendo
in altri abusi di minore entità,per cui chiedeva la condanna dei convenuti al conseguente
arretramento della fabbrica,all’eliminazione delle altre irregolarità ed al risarcimento dei danni.
La domanda,cui avevano resistito i convenuti opponendo la legittimità dell’opera sotto tutti i
profili in questione,all’esito dell’espletata istruttoria orale e della consulenza tecnica di ufficio,
venne per quanto di ritenuta ragione accolta,con sentenza del 28.6.2004,condannando i
convenuti alla chiusura delle ritenute vedute,a1 contenimento del muro di confine entro
l’altezza massima di mt. 3,20, oppure al ripristino della situazione anteriore,nonché al
risarcimento dei danni,in misura di E 10.329,00,oltre agli interessi.
Appellata dai soccombenti (in luogo del defunto Paolo Biadi dagli eredi Domenico e Maurizio
Biadi,oltre che dalla Favetta),nella resistenza della Bernabei,la suddetta sentenza veniva
confermata,con condanna degli appellanti alle ulteriori spese, dalla Corte di Firenze,con quella
n. 1206 dei 13/7-12/9/2007,sulla scorta delle seguenti essenziali ragioni: a) dovendo la
qualificazione delle aperture quali vedute ex art. 900 c.c.,tener conto della ” idoneità
astratta” a consentire l’affaccio, quelle nella specie accertate, in considerazione della relativa
altezza e posizionamento,ancorchè dotate di vetri opachi,dovevano qualificarsi tali,ben
potendo i vetri essere agevolmente sostituiti con altri trasparenti o “l’opacità resa inutile da un
semplice meccanismo di apertura dei serramenti”;b) per di più,l’esistenza nel sottotetto in
questione di altre aperture sufficienti a consentirne l’illuminazione,smentiva l’eccepita
esclusiva finalità lucifera di quelle denunciate;c) la sostanziale novità della costruzione
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Favetta,Paolo Biadi e Sergio Verza,comproprietari di un limitrofo edificio,lamentando che gli

realizzata in soprelevazione comportava l’obbligo del rispetto delle distanze,che nella specie
risultava inosservato,segnatamente nella parte in cui,in ergendosi la nuova struttura ,che aveva
sostituito il preesistente più basso tetto,con andamento orizzontale costante all’altezza fissa di
m. 3,70 sopra la terrazza dell’attrice,ne occludeva parzialmente e “fastidiosamente”,con tale

menomazione per circa quindici anni delle facoltà di godimento della terrazza e del diritto alla
riservatezza,potevano confermarsi nella misura equitativa liquidata dal primo giudice.
Avverso tale sentenza i soccombenti hanno proposto ricorso per cassazione affidato ad otto
motivi,cui ha resistito la Bernabei con rituale controricorso e successiva memoria illustrativa.
MOTIVI DELLA DECISIONE
Va anzitutto disatteso il preliminare rilievo del P.G. d’inammissibilità, per difetto del requisito
di cui all’art. 366 n. 3 c.p.c, nel ricorso, considerato che la parte narrativa dell’impugnazione
non si esaurisce in un mero “assemblaggio ” di brani degli atti del giudizio di merito,ma
contiene anche (nelle prime tre pagine) una esauriente esposizione delle salienti vicende del
giudizio di primo grado,già di per sé sufficiente a far comprendere l’oggetto della causa ,solo a
seguito della quale risultano poi trascritte le motivazioni delle sentenze di primo e di secondo
grado,intervallate da quella dei motivi appello;sicchè non può ritenersi che l’estensore sia
venuto meno al compito di rendere comprensibili a questa Corte gli elementi essenziali della
controversia,in funzione della disamina delle successive censure esposte con i motivi.
Con il primo motivo viene dedotta violazione e falsa applicazione dell’art. 900
c.c.,censurandosi l’argomentazione riportata sub a) in narrativa,confutando il criterio
dell’idoneità astratta adottato dai giudici di merito,senza tener conto delle caratteristiche
strutturali delle aperture,tali da non consentire in concreto l’esercizio di veduta e affaccio.
Con il secondo motivo si deduce omessa,insufficiente o contraddittoria motivazione,per avere i
giudici disatteso il parere espresso dal c.t.u. sul punto decisivo della controversia,ai fini della
qualificazione delle aperture,senza motivare tale dissenso con riferimento a tutti i concreti
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maggiore incombenza,Pangolo visuale verso la strada;d) i danni,determinati dalla antigiuridica

elementi evidenziati. Non si sarebbe,in particolare,tenuto adeguato conto della presenza di
vetri fisso opacizzati ,dell’altezza (m. 1,32) del sottostante parapetto,della larghezza del muro
e della presenza di una rete,inclinata secondo la pendenza del tetto,nonché della circostanza
che la terrazza dell’attrice si trovasse ad una quota inferiore rispetto a quella dei locali in cui

dell’ausiliare,basato sulle concrete caratteristiche delle stesse, dal quale i giudici di merito si
sarebbero discostati limitandosi ad un mero riferimento alle risultanze fotografiche ed al già
confutato criterio dell’astratta idoneità.
I due sopra esposti motivi,che per la stretta relazione vanno esaminati congiuntamente,sono
fondati, evidenziando una palese difformità dell’affermazione di principio esposta dalla corte
territoriale,rispetto alla consolidata diversa giurisprudenza di legittimità, connessa ad una
insufficiente indagine di merito,in ordine ai requisiti dell’apertura in questione,ai fini della
configurabilità degli estremi oggettivi della veduta,agli effetti dell’art. 900 e della conseguente
tutela ex art. 907 cod. civ.,in tema di distanza.
Questa Corte,invero,ha ripetutamente affermato che, ai fini della qualificazione di una apertura
quale veduta,suscettibile di integrare una servitù,è necessario che la stessa,per le sue
caratteristiche ubicative, strutturali, dimensionali, sia permanentemente e

concretamente

idonea a consentire un comodo “affaccio”,tale da permettere non solo l’ inspectio in
alienum,vale dire la visione sul fondo altrui,ma anche la prospectio,ossia la possibilità per
l’osservatore si sporgersi con il capo,a1 fme di esercitare una visione frontale,latera1e o
obliqua,senza dover ricorrere a mezzi artificiali,a manovre complesse o acrobatiche (tra le
tante,v. sent. nn.8009/12, 5421/11,233/11,17343/03 di questa sezione).
Nel caso di specie la corte di merito,ritenendo che il “vetro opaco” (tale da impedire
l’ inspectio), di cui allo stato era munita la struttura,potesse essere “sostituito senza difficoltà ed
in qualunque momento con vetro trasparente” e che “l’opacità” avrebbe potuto “essere resa
inutile da un semplice meccanismo di apertura dei serramenti” (sì da consentire la
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erano state praticate le aperture,elementi tutti che avrebbero dovuto indurre a recepire il parere

prospectio),si è

palesemente attenuta ad un criterio astratto,in relazione ad una solo

potenziale trasformabilità della finestra,da lucifera a veduta,senza accertare se effettivamente
sussistesse già quel “meccanismo” idoneo a consentirne l’agevole apertura,senza ausili
strumentali di sorta,così chiaramente discostandosi dal diverso principio consolidato nella

fissa,inserita nel muro di un fabbricato,non possa qualificarsi venia e propria “finestra”,
costituendo soltanto un elemento della facciata esterna dell’edificio (sent. n. 19092/12) .
Del tutto irrilevante è poi l’argomento a sostegno della tesi recepita dalla corte di
merito,desunto dall’esistenza di due ulteriori aperture lucifere,situate in altre parti del
sottotetto in questione,considerato che la presenza delle stesse non esclude la finalità di
migliore illuminazione del locale perseguita dalla controparte con la realizzazione di una terza.
Con il terzo motivo si deduce violazione e falsa applicazione del’art. 873 c.c.,censurando
l’affermazione che “la nuova conformazione della fabbrica,orientata in modo da addossare al
confine masse preesistente più lontane..” integri,anche a prescindere dall’aumento di
volumetria,una nuova costruzione tenuta,come tale,a1 rispetto della distanza indicata dalla
norma ovvero di quella maggiore eventualmente indicata di regolamenti locali.
Si censura,in particolare,la qualificazione di novità attribuita alla costruzione,richiamando la
giurisprudenza di legittimità in tema di sopraelevazioni e sostenendo che alla luce della
stessa,tenuto conto dell’assenza di incremento volumetrico o aumento di superficie esterna,a
nulla rilevando la diversa conformazione della copertura,non vi sarebbe stato obbligo di
rispetto delle distanze.
Con il quarto motivo si deduce violazione dell’art. 112 c.p.c.,per avere la corte di merito
omesso di motivare in ordine al motivo di appello,con il quale si era chiesto il
contemperamento tra la disciplina delle distanze ed il criterio della prevenzione,del quale
avrebbe potuto nella specie avvalersi la parte convenuta.

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giurisprudenza di questa Corte,che ha avuto modo anche di precisare come una vetrata

I due connessi motivi non meritano accoglimento,risolvendosi,nella parte in cui negano la
sostanziale natura innovativa della costruzione,rispetto a quella preesistente,in inammissibili
censure in fatto,avverso un insindacabile accertamento che i giudici di merito hanno compiuto
sulla scorta delle risultanze della consulenza tecnica,senza incorrere in lacune argomentative o

con la costante giurisprudenza di questa Corte che in tema di sopraelevazioni, quale deve
ritenersi quella nella specie realizzata elevando sensibilmente (da mt. 3,20 a mt. 3,70) la
sommità del preesistente immobile, modificandone altresì la sagoma,ha ripetutamente
affermato come le stesse,dovendosi qualificare nuove costruzioni,siano soggette all’osservanza
delle distanze,prescritte dalla normativa in vigore all’epoca della relativa modifica,senza che
possa operare il criterio della prevenzione con riferimento al posizionamento della originaria
sottostante costruzione (v.,in particolare,nn. 74/2011,15527/2008,400/2005 di questa sezione).
Con il quinto motivo si deduce violazione dell’art. 112 c.p.c. per avere la corte riconosciuto
all’attrice un danno,consistente nell’asserito pregiudizio economico conseguente al
peggioramento della qualità del proprio immobile,in vista di eventuali opportunità di vendita,in
difetto di domanda dell’attrice —appellata e (in difetto) di pronuncia da parte del primo giudice.
Con il sesto motivo si deduce omessa,insufficiente o contraddittoria motivazione circa il punto
decisivo dell’esistenza di danni risarcibili,che sarebbero stati genericamente riconosciuti,senza
tener conto della concreta situazione evidenziata dal c.t.u. che comportava l’insussistenza,né
delle censure esposte nell’atto di appello.
Con il settimo motivo si censura,per violazione dell’art. 1226 c.c.,la valutazione equitativa dei
darmi,operata pur in difetto di prova di effettivi pregiudizi economici.
Con l’ottavo motivo,infine,si censura ex art. 360 n. 5 c.p.c. quale immotivata,la conferma del
criterio, adottato dal primo giudice, di ancorare la liquidazione del danno al parametro del
valore della lite,costituito da quello tariffario del “valore medio della fascia più bassa per la
determinazione degli onorari”.
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vizi logici ( neppure censurati ai sensi dell’art. 360 co. I n 5 c.p.c.) e ponendosi in contrasto

I suesposti quattro motivi,tutti attinenti alla statuizione risarcitoria,che i giudici di merito hanno
adottato con criterio omnicomprensivo,cumulando senza distinzione i danni ritenuti derivanti
dal ravvisato esercizio di fatto della servitù di veduta e dalla violazione delle distanze, fermo
restante,in relazione a tale secondo profilo, il principio più volte affermato da questa Corte e

in re ipsa del pregiudizio risarcibile in tutti

i casi di illegittimo assoggettamento di un fondo all’altro in conseguenza di siffatte violazioni,
(tra le altre v. nn. 25475/10,11196/10,7972/08,3341/02),vanno dichiarati assorbiti,in
conseguenza dell’accoglimento dei primi due motivi,comportanti la parziale cassazione con
rinvio della sentenza impugnata, in relazione alla questione della veduta, con necessità di una
nuova valutazione,all’esito,da parte del giudice

ad quem.

Quest’ultimo va designato in una diversa sezione della corte di provenienza,cui si demanda
anche il regolamento delle spese del presente giudizio di legittimità.
P.Q.M
La Corte accoglie i primi due motivi di ricorso,rigetta il terzo ed il quarto,dichiara assorbiti i
rimanenti,cassa la sentenza in relazione ai motivi accolti e rinvia,anche per le spese di questo
giudizio,ad altra sezione della Corte d’Appello di Firenze.

che in questa sede si ribadisce,della configurabilità

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