Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27403 del 06/12/2013


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Civile Sent. Sez. 2 Num. 27403 Anno 2013
Presidente: PICCIALLI LUIGI
Relatore: CORRENTI VINCENZO

SENTENZA

sul ricorso 28556-2007 proposto da:
BERTI

GIOVANNI

BRTGNN59M21C794T,

elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA COSSERIA 5, presso lo studio
dell’avvocato ROMANELLI GUIDO FRANCESCO,
rappresentato e difeso dall’avvocato MERLO GIACOMO;
– ricorrente 2013
2070

contro

LAPIS SPA in persona del legale rappresentante pro
tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA L.
ANDRONICO 24, presso lo studio dell’avvocato
ROMAGNOLI ILARIA, che lo rappresenta e difende;

Data pubblicazione: 06/12/2013

- con troricorrente-

avverso la sentenza n. 148/2007 della CORTE D’APPELLO
di TRENTO, depositata il 13/06/2007;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 09/10/2013 dal Consigliere Dott. VINCENZO

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. VINCENZO GAMBARDELLA che ha concluso
per il rigetto del ricorso.

CORRENTI;

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Lapis spa proponeva opposizione al d.i. per lire 129.725.525 concesso su parcella
vidimata dall’ordine all’arch. Giovanni Berti per prestazioni professionali
sostenendo che il corrispettivo era stato determinato a forfait, che l’architetto aveva
emesso due fatture, una per acconto una per saldo e svolgeva riconvenzionale per il

L’opposto contestava le domande ed il tribunale, con sentenza 7.4.2004, respingeva
l’opposizione e le riconvenzionali 1, 3 e 4 mentre in accoglimento della n. 2
condannava l’opposto al pagamento di euro 4.133,72 oltre interessi, sentenza
impugnata dalla Lapis con la resistenza del Berti.
La corte di appello di Trento, con sentenza 13.6. 2007, revocava il d.i., condannando
il Berti a rendere il conto ed alle spese, sul presupposto della fattura a sald9 mentre
in ordine ad ulteriori attività, se dubbi potevano permanere, dopo la ctu in appello si
era chiarito che sulla base dei progetti in atti l’incarico aveva ad oggetto la
ristrutturazione della p.ed. 316 in Marco di Rovereto con unico iter progettuale.
Ricorre Berti con cinque motivi, resiste controparte.
MOTIVI DELLA DECISIONE
Con il primo motivo si deducono vizi di motivazione sull’assenza di sottoscrizione
della convenzione/senza momento di sintesi.
Col secondo motivo si lamenta violazione degli artt. 2233 cc e dell’art. unico della
legge 340/1976/ col quesito se sia nulla la pattuizione convenzionale inferiore ai
minimi tariffari.
Col terzo motivo si lamenta violazione dell’art. 1362 cc e del principio
dell’accertamento della reale volontà delle parti ,col quesito se si debba indagare
sulla stessa.

mancato rispetto dei termini di consegna dell’immobile.

Col quarto motivo si lamenta violazione degli arti. 1703, 1713 cc, 19 1. 143/1949
circa la condanna a rendere il conto col quesito se il professionista debba essere
considerato mandatario.
Col quinto motivo si lamentano violazione dell’art. 92 cpc e vizi di motivazione
sulla condanna alle spese col quesito se le stesse possano essere poste a carico della

Le censura sono infondate.
Trattandosi di sentenza depositata il 13.6.2007, ciascun motivo doveva
concludersi con un quesito di diritto o momento di sintesi tendente ad una risposta,
positiva o negativa, in concreto funzionale all’accoglimento della censura proposta
(S.U. 20603/2007, 16528/2008, Cass. 823/2009, 446/2009, 321/2009, 4309/2008,
24255/2011, 4566/2009), mentre il primo motivo manca del momento di sintesi.
Il secondo omette di considerare che il Berti ha chiesto d.i. e controparte ha
eccepito l’emissione di fattura a saldo, donde la non decisività del quesito.
In ogni caso la censura è superata dalla più recente giurisprudenza che ha
escluso l’inderogabilità nei contratti privati (Cass. nn. 1223/03, 21235/09,
17222/11).
Il terzo motivo si conclude con quesito generico ed in ogni caso l’opera
dell’interprete, mirando a determinare una realtà storica ed obiettiva, qual è la
volontà delle parti espressa nel contratto, è tipico accertamento in fatto
istituzionalmente riservato al giudice del merito, censurabile in sede di legittimità
soltanto per violazione dei canoni legali d’ermeneutica contrattuale posti dagli arti.
1362 ss. CC, oltre che per vizi di motivazione nell’applicazione di essi; pertanto,
onde far valere una violazione sotto entrambi i due cermati profili, il ricorrente per
cassazione deve, non solo fare esplicito riferimento alle regole legali
d’interpretazione mediante specifica indicazione delle norme asseritamente violate

parte pur in ipotesi di reciproca soccombenza.

ed ai principi in esse contenuti, ma è tenuto, altresì, a precisare in qual modo e con
quali considerazioni il giudice del merito siasi discostato dai canoni legali
assuntivamente violati o questi abbia applicati sulla base di argomentazioni illogiche
od insufficienti.
Di conseguenza, ai fini dell’ammissibilità del motivo di ricorso sotto tale

concesso lo si possa fare implicitamente – la mera critica del convincimento, cui quel
giudice sia pervenuto, operata, come nella specie, mediante la mera ed apodittica
contrapposizione d’una difforme interpretazione a quella desumibile dalla
motivazione della sentenza impugnata, trattandosi d’argomentazioni che riportano
semplicemente al merito della controversia, il cui riesame non è consentito in sede di
legittimità (e pluribus, da ultimo, Cass. 9.8.04 n. 15381, 23.7.04 n. 13839, 21.7.04 n.
13579, 16.3.04 n. 5359, 19.1.04 n. 753).
Né può utilmente invocarsi la mancata considerazione del comportamento
delle parti.
Ad ulteriore specificazione del posto principio generale d’ordinazione
gerarchica delle regole ermeneutiche, il legislatore ha, inoltre, attribuito, nell’ambito
della stessa prima categoria, assorbente rilevanza al criterio indicato nel primo
comma dell’art. 1362 CC — eventualmente integrato da quello posto dal successivo
art. 1363 CC per il caso di concorrenza d’una pluralità di clausole nella
determinazione del pattuito – onde, qualora il giudice del merito abbia ritenuto il
senso letterale delle espressioni utilizzate dagli stipulanti, eventualmente confrontato
con la ratio complessiva d’una pluralità di clausole, idoneo a rivelare con chiarezza
ed univocità la comune volontà degli stessi, cosicché non sussistano residue ragioni
di divergenza tra il tenore letterale del negozio e l’intento effettivo dei contraenti —
ciò che è stato fatto nella specie dalla corte territoriale, con considerazioni sintetiche

profilo prospettato, non può essere considerata idonea – anche ammesso ma non

ma esaustive – detta operazione deve ritenersi utilmente compiuta, anche senza che
si sia fatto ricorso al criterio sussidiario del secondo comma dell’art. 1362 CC, che
attribuisce rilevanza ermeneutica al comportamento delle parti successivo alla
stipulazione (Cass. 4.8.00 n. 10250, 18.7.00 n. 9438, 19.5.00 n. 6482, 11.8.99 n.
8590, 23.11.98 n. 11878, 23.2.98 n. 1940, 26.6.97 n. 5715, 16.6.97 n. 5389).

mandato di reperire ditte per eseguire l’opera e per stipulare i relativi contratti e che
furono versate al mandatario lire 2.050.300.000.
Il quinto motivo è infondato posta la totale soccombenza con la revoca del
d.i.
Donde il rigetto del ricorso e la condanna alle spese.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese, liquidate in euro 4500
di cui 4300 per compensi, oltre accessori.
Roma 9 ottobre 2013.

In ordine al quarto motivo risulta dalla sentenza che l’architetto ebbe il

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