Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27399 del 01/12/2020

Cassazione civile sez. trib., 01/12/2020, (ud. 17/09/2020, dep. 01/12/2020), n.27399

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. STALLA Giacomo Maria – rel. Consigliere –

Dott. MONDINI Antonio – Consigliere –

Dott. FILOCAMO Fulvio – Consigliere –

Dott. VECCHIO Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15004-2016 proposto da:

A.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE XXI APRILE

N. 21, presso lo studio dell’avvocato CIANFARINI MARCO,

rappresentato e difeso dall’avvocato CESARONI FRANCESCA;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE DI ROMA (OMISSIS), AGENZIA DELLE ENTRATE DI

ROMA, AGENZIA DELL’ENTRATE DIREZIONE PROVINCIALE (OMISSIS) DI ROMA,

in persona del Direttore pro tempore, elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO, che li rappresenta e difende;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 6614/2015 della COMM. TRIB. REG. di ROMA,

depositata il 11/12/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

17/09/2020 dal Consigliere Dott. STALLA GIACOMO MARIA;

lette le conclusioni scritte del pubblico ministero in persona del

sostituto procuratore generale Dott. DE MATTEIS che ha chiesto il

rigettarsi il ricorso. Conseguenze di legge

 

Fatto

FATTI RILEVANTI E RAGIONI DELLA DECISIONE.

p. 1. A.A. propone quattro motivi di ricorso per la cassazione della sentenza n. 6614/9/2015 dell’11.12.15, con la quale la commissione tributaria regionale del Lazio – decidendo in sede di rinvio a seguito della sentenza della Corte di Cassazione n. 4137/15 – ha ritenuto legittimo, nel limite di valore di Euro 991.700,00, l’avviso di liquidazione per imposta di registro ed ipocatastale notificatogli (con accertamento di valore venale pari ad Euro 1.187.000,00) in relazione al rogito notarile registrato il 10 maggio 2005; rogito con il quale egli aveva venduto alla M. & M. Iniziative Immobiliari spa, al prezzo di Euro 536.000,00, un terreno sito nel Comune di Roma, località Castelverde di Lunghezza, della superficie di metri quadrati 8246 e con possibilità di edificare un volume residenziale di metri cubi 4947.

La commissione tributaria regionale, in particolare, ha rilevato che: – così come stabilito dalla corte di cassazione nella sentenza di annullamento con rinvio, l’ A. manteneva interesse a contestare l’avviso di liquidazione in oggetto, pur dopo l’avvenuto pagamento dell’imposta da parte della società compratrice, co-obbligata in solido; ciò per gli effetti che la determinazione di valore del terreno ai fini dell’imposta di registro potevano sortire sull’accertamento di plusvalenza tassabile ai fini delle imposte dirette (come da atto impositivo pur esso notificatogli e separatamente impugnato); – quanto alla determinazione del valore venale dell’area, doveva ritenersi più specifica e motivata, rispetto alla perizia di parte contribuente, la stima redatta dall’agenzia del territorio sulla base di tre trasferimenti comparativi riferiti all’aprile 2005, concernenti la medesima località di Lunghezza; – il valore stabilito dall’ufficio doveva pur tuttavia essere ridotto, fino alla suddetta concorrenza di Euro 991.700,00, in ragione degli elementi di contemperamento addotti dal contribuente, ed anche considerato che quest’ultimo valore era stato fatto oggetto di accertamento con adesione da parte della società acquirente; – irrilevante era che il prezzo versato per l’acquisto del terreno coincidesse con quello dichiarato, non essendo in discussione l’effettività del corrispettivo pattuito ma il maggior valore oggettivamente attribuibile al terreno.

Resiste con controricorso l’agenzia delle entrate.

p. 2.1 Con il primo motivo di ricorso l’ A. lamenta motivazione inesistente circa un fatto decisivo della controversia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Per non avere la Commissione Tributaria Regionale esplicitato le ragioni per cui il prezzo reale della compravendita non dovesse coincidere con quello stesso già indicato (con efficacia vincolante) nel preliminare di compravendita stipulato tra le parti nell’ottobre 2002 e regolarmente registrato.

p. 2.2 II motivo è infondato.

Va considerato che il vizio qui dedotto ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 deve consistere nell’omesso esame, ovvero nella radicale assenza di un livello minimo di motivazione (v.SSUU 8053/14 ed innumerevoli altre), in ordine ad un fatto decisivo di causa.

Nella specie, il ricorrente individua quest’ultimo elemento nel prezzo indicato dalle parti nel contratto preliminare del 2002; prezzo vincolante le parti del contratto (così che nel rogito definitivo di trasferimento non se ne sarebbe potuto indicare uno differente) ed opponibile anche all’amministrazione finanziaria, stante la regolare registrazione del preliminare stesso.

Ebbene, correttamente la Commissione Tributaria Regionale non ha tenuto conto di questa circostanza, che non risultava in alcun modo decisiva ai fini di causa.

Il dato normativo di fondo va individuato nel D.P.R. n. 131 del 1986, art. 43, comma 1, lett. a), secondo il quale: “La base imponibile, salvo quanto disposto negli articoli seguenti, è costituita: a) per i contratti a titolo oneroso traslativi o costitutivi di diritti reali del valore del bene o del diritto alla data dell’atto ovvero, per gli atti sottoposti a condizione sospensiva, ad approvazione o ad omologazione, alla data in cui si producono i relativi effetti traslativi o costitutivi; (…)”.

Correttamente, pertanto, l’imposta di registro ed ipocatastale è stata nella specie determinata sulla base del valore che l’immobile aveva al momento, non già del contratto preliminare (2002), ma del contratto definitivo (2005). Era infatti con il contratto definitivo, e soltanto con questo, che si producevano gli effetti traslativi reali espressivi del trasferimento di ricchezza oggetto della tassazione di registro; là dove, al contrario, il contratto preliminare non poteva sortire che effetti meramente obbligatori di facere, appunto riferibili alla successiva stipulazione del contratto definitivo.

Si è in proposito affermato, in fattispecie del tutto sovrapponibile alla presente: “La tesi secondo cui l’Ufficio finanziario avrebbe dovuto determinare il valore del bene tenendo conto del prezzo indicato nel preliminare risalente al 2000, piuttosto che al momento della stipula del contratto definitivo avvenuta nel 2007, è infondata, atteso che il D.P.R. n. 131 del 1986, art. 43, comma 1, lett. a), dispone chiaramente che nel caso di contratti a titolo oneroso traslativi o costitutivi di diritti reali, il valore del bene va calcolato alla data dell’atto di trasferimento, momento che si realizza, in ipotesi di contratto preliminare, al momento della stipula del contratto definitivo (e, nel caso di esecuzione forzata dell’obbligo di concludere il contratto, dal passaggio in giudicato della sentenza costitutiva)”.

Da qui l’enunciazione del seguente principio di diritto, perfettamente calzante al caso in esame: “In tema di imposta di registro, il D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, art. 43, comma 1, lett. a), prevede che, nel caso di contratti a titolo oneroso traslativi o costitutivi di diritti reali, il valore del bene deve essere calcolato alla data dell’atto traslativo, sicchè nel caso di contratto preliminare di compravendita il valore del bene deve essere calcolato con riferimento al valore venale in comune commercio dell’immobile al momento della stipula del contratto definitivo”.

Questo orientamento, così ribadito da Cass. n. 6173/17, era già stato più volte affermato con riguardo sia alla pura consecuzione contrattuale ‘preliminare-definitivò, sia all’intervento, in tale rapporto di consecuzione, di sentenza costitutiva degli effetti del preliminare inadempiuto ex art. 2932 c.c. (Cass. nn. 18525/10; 22847/10; 24807/14; 20303/16 ed altre).

Il principio di diritto di cui va fatta qui applicazione vale dunque ad escludere qualsivoglia rilevanza agli accordi sul prezzo contenuti nel contratto preliminare (ancorchè generalmente opponibili ai terzi), dal momento che la base imponibile dell’imposta deve appunto fare riferimento ex lege al dato obiettivo del valore venale del bene al momento del trasferimento, indipendentemente dal prezzo pattuito dalle parti nel preliminare, e dalla sua vincolatività obbligatoria (tra le parti soltanto) nella determinazione del contenuto contrattuale definitivo.

p. 3.1 Con il secondo motivo di ricorso si lamenta erronea o falsa applicazione del D.P.R. n. 131 del 1986, artt. 51-52 e art. 2727 c.c., nonchè ‘omessa motivazionè. Per avere la Commissione Tributaria Regionale basato il proprio convincimento su una sola presunzione di secondo grado, costituita dall’attribuzione al terreno in questione di un valore presuntivo a sua volta desunto dalle stime presuntive offerte dall’agenzia del territorio; sicchè l’attribuzione al terreno di un valore più alto rispetto al prezzo dichiarato costituiva l’esito di una mera deduzione non assistita dai caratteri di gravità, precisione e concordanza.

Con il terzo motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione delle suddette disposizioni anche sotto il profilo che dei tre terreni presi a confronto dall’agenzia del territorio, i primi due recavano un valore di Euro 240,00 al metro cubo, mentre l’ultimo di Euro 120,00 al metro cubo; sennonchè, quest’ultima valutazione era sostanzialmente pari a quella indicata nel rogito di trasferimento, avente ad oggetto non l’intera superficie del terreno ma una sua sola porzione edificabile.

p. 3.2 Questi due motivi di ricorso, suscettibili di trattazione unitaria per la stretta connessione delle questioni giuridiche poste, sono infondati.

La Commissione Tributaria Regionale ha correttamente esplicitato le fonti del proprio convincimento in ordine alla maggiore attendibilità della stima portata dall’agenzia del territorio rispetto a quella risultante dalla perizia di parte contribuente; ciò in ragione della particolare efficacia dimostrativa attribui1 dal giudice di merito alla comparazione con tre trasferimenti del tutto pertinenti ai fini di causa, perchè concernenti la stessa zona geografica e lo stesso periodo dell’atto di trasferimento qui considerato.

Dalla sentenza impugnata si evince tuttavia come tale convincimento prettamente di merito e, come tale, di certo non rivedibile nella presente sede di legittimità – non sia affatto dipeso dalla provenienza ‘autoreferenzialè della stima o da una sua preconcetta supremazia probatoria sol perchè redatta dalla ‘parte pubblicà, bensì da una argomentata e completa delibazione delle caratteristiche intrinseche del terreno e dell’andamento dei valori di mercato riscontrabili nel periodo di riferimento (in aumento rispetto all’epoca del preliminare) appunto sulla base di atti ritenuti del tutto idonei a fungere da comparazione.

Così facendo, la Commissione Tributaria Regionale non si è posta in conflitto con il principio secondo cui: “in tema di accertamenti tributari, qualora la rettifica del valore di un immobile si fondi sulla stima dell’UTE o di altro ufficio tecnico, che ha il valore di una semplice perizia di parte, il giudice investito della relativa impugnazione, pur non potendo ritenere tale valutazione inattendibile solo perchè proveniente da un’articolazione dell’Amministrazione finanziaria, non può considerarla di per sè sufficiente a supportare l’atto impositivo, dovendo verificare la sua idoneità a superare le contestazioni dell’interessato ed a fornire la prova dei più alti valori pretesi ed essendo, altresì, tenuto ad esplicitare le ragioni del proprio convincimento” (Cass.n. 9357/15 ed altre).

Va infatti considerato come il giudice regionale neppure abbia recepito in toto ed acriticamente la stima dell’agenzia del territorio, alla quale ha infatti apportato una riduzione in ragione degli elementi addotti dal contribuente attraverso la sua perizia di stima, così come riscontrati anche dall’avvenuta adesione – sullo stesso importo ridotto – ad opera della società compratrice.

Contrariamente a quanto si vorrebbe, questa valutazione non si pone affatto in contrasto con la normativa di riferimento, dal momento che è proprio il D.P.R. n. 131 del 1986, art. 51 a stabilire che, per gli atti di trasferimento immobiliare, il controllo di valore sia operato sulla base di atti comparativi coevi, oltre che di ogni altro utile elemento di valutazione rilevato dall’ufficio.

Nè può trovare accoglimento la tesi secondo cui non sarebbero emersi elementi a riprova del pagamento di un prezzo superiore a quello indicato nell’atto di trasferimento; è infatti fin troppo evidente che l’amministrazione finanziaria non ha contestato al contribuente una ‘sottodichiarazionè simulatoria del corrispettivo effettivamente percepito nella vendita, quanto il dato oggettivo del maggior valore attribuibile al bene al momento del suo trasferimento, a valere quale base imponibile D.P.R. n. 131 del 1986, ex art. 43 cit..

p. 4.1 Con il quarto motivo di ricorso si deduce violazione dell’art. 92 c.p.c. ed omessa motivazione. Per non avere la Commissione Tributaria Regionale esplicitato le ragioni per cui le spese dell’intero giudizio (compreso quello di legittimità) dovessero essere interamente compensate tra le parti, nonostante che la sentenza di appello fosse stata cassata in rigetto della tesi sostenuta dall’amministrazione finanziaria circa una pretesa cessazione della materia del contendere per effetto dell’avvenuto pagamento dell’imposta da parte della società compratrice.

p. 4.2 II motivo è infondato.

Va intanto considerato che, diversamente da quanto in esso si sostiene, la commissione tributaria regionale ha esplicitato, seppur succintamente, la ragione della totale compensazione delle spese di lite, da essa individuata nella “parziale soccombenza reciproca”.

Ed in effetti, tale requisito andava ravvisato nella soccombenza dell’amministrazione finanziaria quanto ad eccezione di cessazione della materia del contendere (disattesa in sede di legittimità), ma anche nella soccombenza del contribuente circa la verificata incongruità del valore del terreno dichiarato in atto, e la sostanziale corrispondenza del valore rettificato dall’ufficio.

Si è in proposito più volte affermato che “In tema di spese processuali, il sindacato della Corte di cassazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le stesse non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa, per cui vi esula, rientrando nel potere discrezionale del giudice di merito, la valutazione dell’opportunità di compensarle in tutto o in parte, sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca che in quella di concorso di altri giusti motivi” (Cass.n. 24502/17; 8421/17 ed altre).

Rilevato dunque in ciò il fondamento logico e giuridico della pronuncia di compensazione integrale delle spese di lite, tale decisione non può ritenersi in contrasto con l’art. 92 c.p.c. il quale contempla appunto, tra i requisiti di compensazione, la reciproca soccombenza.

p. 5. Il ricorso va, in definitiva, rigettato.

Le spese del presente giudizio di legittimità vengono poste a carico dell’ A. in ragione di soccombenza.

P.Q.M.

La Corte

– rigetta il ricorso;

– condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00, oltre spese prenotate a debito;

– v.to il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012;

dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, a carico della parte ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della quinta sezione civile, il 17 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 1 dicembre 2020

 

 

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