Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2735 del 02/02/2017


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Cassazione civile, sez. un., 02/02/2017, (ud. 08/11/2016, dep.02/02/2017),  n. 2735

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RORDORF Renato – Primo Presidente f.f. –

Dott. BUCCIANTE Ettore – Presidente di Sez. –

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente di Sez. –

Dott. PETITTI Stefano – Presidente di Sez. –

Dott. NAPPI Aniello – Consigliere –

Dott. CHINDEMI Domenico – Consigliere –

Dott. MANNA Felice – rel. Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21567/2015 proposto da:

CIRCOLO DELLA PESCA DEL CHIOMA S.C.R.L., in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

POLIBIO 45, presso lo studio dell’avvocato ERICA DEURINGER,

rappresentata e difesa dall’avvocato GIUNIO MASSA, per delega in

calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

PORTICCIOLO DEL CHIOMA S.P.A., in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA GIOVINE

ITALIA 7, presso lo studio dell’avvocato RICCARDO CARNEVALI, che la

rappresenta e difende unitamente agli avvocati PAOLO MANETTI ed

ANTONINO SACCA’, per delega in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

ABATE S.R.L.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 283/2015 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 16/02/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza

dell’8/11/2016 dal Consigliere Dott. FELICE MANNA;

uditi gli avvocati Giunio MASSA e Antonino SACCA’;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SALVATO Luigi, che ha concluso per il rigetto del primo motivo,

accoglimento, p.q.r., del resto.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La soc. Porticciolo del Chioma s.p.a., titolare d’una concessione su beni demaniali per l’esercizio di un’attività di stabilimento balneare, agiva in manutenzione del proprio possesso (s’intende, ai sensi dell’art. 1145 c.c., comma 3) innanzi al Tribunale di Livorno contro il Circolo della Pesca del Chioma s.r.l. e la Abate s.r.l., rispettivamente, committente ed appaltatrice dell’esecuzione di una darsena in corrispondenza della foce del torrente (OMISSIS).

Resistendo le società convenute il Tribunale rigettava la domanda.

L’impugnazione proposta dalla Porticciolo del Chioma s.p.a. era accolta dalla Corte d’appello di Firenze con sentenza pubblicata il 16.2.2015, che in riforma della pronuncia di primo grado condannava il solo Circolo della Pesca del Chioma s.r.l. a rimuovere la barriera frangiflutti realizzata.

Per quanto ancora rileva in questa sede di legittimità, la Corte distrettuale, premesso che le opere in questione erano state realizzate dal Circolo della Pesca del Chioma in virtù di provvedimenti ritenuti illegittimi sia dal giudice amministrativo che da quello penale, osservava che esse erano consistite nello scavo del terreno per creare la darsena e nella realizzazione d’una scogliera di protezione. Mentre lo scavo di per sè non aveva danneggiato l’attività svolta dalla società attrice in relazione ai beni posseduti, la scogliera esterna, al contrario, aveva avuto un’incidenza profondamente negativa. In particolare, aveva modificato il deflusso delle acque dolci del torrente (OMISSIS), con l’effetto di provocare un intorbidamento dell’acqua e un’alterazione del profilo ambientale così come percepito da chi si trovasse nelle strutture balneari della società attrice.

La cassazione di tale sentenza è chiesta dal Circolo della Pesca del Chioma soc. coop. a r.l. con ricorso affidato a cinque motivi.

Resiste con controricorso la soc. Porticciolo del Chioma s.p.a..

Entrambe dette parti hanno depositato memoria.

La Abate s.r.l. è rimasta intimata.

Il Circolo della pesca del Chioma ha depositato ai sensi dell’art. 372 c.p.c., nota notificata il 22.7.2016 della sentenza emessa in data 10.12.2015, con la quale il Consiglio di Stato ha accolto, riformando la decisione del TAR Toscana, il ricorso del medesimo Circolo contro l’atto d’annullamento della concessione edilizia della darsena.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Inammissibile, preliminarmente, il deposito di detta sentenza.

Questa Corte ha avuto occasione di affermare che il principio secondo cui, nel giudizio di cassazione, l’esistenza del giudicato esterno è, al pari di quella del giudicato interno, rilevabile d’ufficio, non solo qualora emerga da atti comunque prodotti nel giudizio di merito, ma anche nell’ipotesi in cui il giudicato si sia formato successivamente alla pronuncia della sentenza impugnata, con correlativa inopponibilità del divieto di cui all’art. 372 c.p.c., non può trovare applicazione laddove la sentenza passata in giudicato venga invocata al fine di dimostrare l’effettiva sussistenza (o insussistenza) dei fatti. In tali casi il giudicato non assume alcuna valenza enunciativa della regula iuris alla quale il giudice civile ha il dovere di conformarsi nel caso concreto, mentre la sua astratta rilevanza potrebbe ravvisarsi soltanto in relazione all’affermazione (o negazione) di meri fatti materiali, ossia a valutazioni di stretto merito non deducibili nel giudizio di legittimità (cfr. Cass. n. 23483 del 2010, che ha ritenuto inammissibile, siccome estranea all’ambito previsionale dell’art. 372 c.p.c., la produzione di una sentenza penale di cui era invocata l’efficacia ai sensi dell’art. 654 c.p.p.).

1.1. – Nella specie, la sentenza n. 5615 del 2015 del Consiglio di Stato ha dichiarato illegittimo l’atto d’annullamento in sede di autotutela di “titoli abilitativi edilizi (concessione edilizia n. 541 del 16 ottobre 1998 e successiva concessione in variante rilasciata il 29 dicembre 2000)”, sottoposti o meno che fossero alla “condizione sospensiva di rilascio della concessione demaniale”, riguardanti “opere di ripristino di una scogliera ed altri interventi connessi, già oggetto di ordine di rimessa in pristino (ingiunzione n. 12 del 12 luglio 2001, la cui impugnativa risulta respinta in primo e secondo grado di giudizio, da ultimo con sentenza del Consiglio di Stato, sez. 6, n. 6624 del 2003)”. E poichè – com’è noto – ai fini dell’esperibilità dell’azione di manutenzione l’animus turbandi non è escluso dall’ottenimento del titolo abilitativo, rilasciato con salvezza dei diritti dei terzi (cfr. Cass. nn. 11404 del 1998, 10600 del 1999 e 3077 del 1980), la citata pronuncia del giudice amministrativo non integra un giudicato esterno spendibile in questa sede. Essa, pertanto, resta a sostenere la fondatezza del ricorso, ponendosi così al di fuori della z previsione dell’art. 372 c.p.c., che ammette solo il deposito di atti e documenti che riguardino la nullità della sentenza impugnata o l’ammissibilità del ricorso o del controricorso.

1-bis. – Col primo motivo di ricorso è prospettato il difetto assoluto di giurisdizione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 1, per l’esistenza in materia della riserva di amministrazione di cui ai poteri di autotutela amministrativa dei beni demaniali, ai sensi dell’art. 823 cpv. c.c.. Poteri che, a fronte di un’opera realizzata illecitamente su suolo demaniale, devono essere esercitati dalla P.A., e non possono essere sostituiti, pertanto, da un provvedimento del giudice ordinario.

1-bis.1. – Il motivo è inammissibile, perchè pone per la prima volta in questa sede di legittimità una questione di giurisdizione non sollevata nelle fasi di merito.

Ed infatti, come queste S.U. hanno da tempo affermato, l’interpretazione dell’art. 37 c.p.c., secondo cui il difetto di giurisdizione “è rilevato, anche d’ufficio, in qualunque stato e grado del processo”, deve tenere conto dei principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo (“asse portante della nuova lettura della norma”), della progressiva forte assimilazione delle questioni di giurisdizione a quelle di competenza e dell’affievolirsi dell’idea di giurisdizione intesa come espressione della sovranità statale, essendo essa un servizio reso alla collettività con effettività e tempestività, per la realizzazione del diritto della parte ad avere una valida decisione nel merito in tempi ragionevoli. All’esito della nuova interpretazione della predetta disposizione, volta a delinearne l’ambito applicativo in senso restrittivo e residuale, ne consegue che: 1) il difetto di giurisdizione può essere eccepito dalle parti anche dopo la scadenza del termine previsto dall’art. 38 c.p.c. (non oltre la prima udienza di trattazione), fino a quando la causa non sia stata decisa nel merito in primo grado; 2) la sentenza di primo grado di merito può sempre essere impugnata per difetto di giurisdizione; 3) le sentenze di appello sono impugnabili per difetto di giurisdizione soltanto se sul punto non si sia formato il giudicato esplicito o implicito, operando la relativa preclusione anche per il giudice di legittimità; 4) il giudice può rilevare anche d’ufficio il difetto di giurisdizione fino a quando sul punto non si sia formato il giudicato esplicito o implicito. In particolare, il giudicato implicito sulla giurisdizione può formarsi tutte le volte che la causa sia stata decisa nel merito, con esclusione per le sole decisioni che non contengano statuizioni che implicano l’affermazione della giurisdizione, come nel caso in cui l’unico tema dibattuto sia stato quello relativo all’ammissibilità della domanda o quando dalla motivazione della sentenza risulti che l’evidenza di una soluzione abbia assorbito ogni altra valutazione (ad es., per manifesta infondatezza della pretesa) ed abbia indotto il giudice a decidere il merito per saltum, non rispettando la progressione logica stabilita dal legislatore per la trattazione delle questioni di rito rispetto a quelle di merito (sentenza n. 24883 del 2008).

2. – Il secondo motivo denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell’art. 1170 c.c., in quanto le opere di cui si discute sono state realizzate su di un’area diversa da quella oggetto del possesso della concessionaria odierna controricorrente. Deduce, inoltre, il Circolo della Pesca del Chioma che, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte territoriale, l’alterazione dell’elemento paesaggistico non può integrare gli estremi della turbativa, non esistendo un diritto al paesaggio.

3. – Il terzo motivo denuncia la falsa applicazione dell’art. 1170 c.c., in relazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3. Sostiene parte ricorrente che l’alterazione del paesaggio così come accertata non costituirebbe fattispecie riconducibile alla nozione di molestia o turbativa, che in ogni caso richiede un’apprezzabile incidenza sul possesso dell’attore. Incidenza che, nella specie, prosegue il ricorrente, sarebbe stata esclusa dal c.t.u. nominato in grado d’appello, il quale ha ritenuto poco rilevante l’impatto ambientale, rispetto alla degradata situazione esistente, in quanto l’area è già impegnata da strutture ricettive, ferroviarie, stradali e punti d’ormeggio.

3.1. – Entrambi i suddetti motivi, da esaminare congiuntamente per la loro complementarietà, sono infondati.

Sotto un primo aspetto, quello della materiale incidenza della turbativa sulla res posseduta, va osservato che la molestia, se ricadesse in maniera immediata e diretta sulla cosa oggetto del possesso altrui, trasmoderebbe in spoglio parziale (sul discrimine tra le due figure, v. per tutte la nitida distinzione operata da Cass. n. 3101 del 1974); e dunque l’argomentare di parte ricorrente è fallace.

Sotto un secondo profilo, poi, si rileva che la questione involta dalla controversia non riguarda precisamente l’esistenza di un diritto (individuale) al paesaggio. Infatti, la disciplina dettata dalla legge per i beni demaniali si estende, in quanto compatibile, anche al mare territoriale, quantunque quest’ultimo non rientri fra tali beni, ma costituisca, al contrario, una res communis omnium. Pertanto, anche rispetto ad un tratto di mare territoriale è configurabile un diritto soggettivo di uso speciale, il quale ricorre allorchè, pur non restando precluso l’uso comune del bene demaniale a tutti i componenti della collettività uti cives, un determinato soggetto risulti abilitato a trarre dal detto bene uti singulus utilità maggiori ed eventualmente in tutto o in parte diverse. Tale diritto sussiste a favore del titolare della concessione avente ad oggetto la istallazione di uno stabilimento balneare aperto al pubblico, in quanto tale concessionario ha un evidente interesse differenziato all’esercizio della balneazione nello specchio di mare antistante il suo stabilimento; interesse coincidente con il soddisfacimento del fine pubblico cui è diretta la concessione stessa, consistente nel far sì che la balneazione avvenga nei luoghi maggiormente protetti contro i pericoli del mare e dotati di necessari servizi igienici e di attrezzature turistiche (così, Cass. n. 848 del 1975, che da tale premessa ha tratto la conseguenza per cui l’inquinamento del tratto di mare antistante lo stabilimento balneare, ad opera di un terzo, importando una lesione del cennato diritto soggettivo, dà luogo al risarcimento dei danni a favore del concessionario).

Ne deriva che anche l’alterazione della qualità dell’acqua marina è idonea a turbare (non il diritto di quivis, ma) l’esercizio del (possesso corrispondente al) diritto del concessionario del lido. E il relativo accertamento forma oggetto d’un apprezzamento di puro fatto non sindacabile in questa sede, per i noti limiti interni della funzione giurisdizionale di legittimità.

4. – Il quarto motivo denuncia la nullità della sentenza, in relazione dell’art. 360 c.p.c., n. 4, per carenza di legittimazione passiva del Circolo della pesca, condannato alla rimessione in pristino di un bene in relazione al quale non ha una concessione demaniale e che, quindi, non possiede.

4.1. – La censura non ha pregio, perchè la condanna in sede possessoria segue la responsabilità dell’autore della condotta lesiva, indipendentemente dal fatto che questi disponga o non dei luoghi oggetto di restitutio in integrum. Il resto – id est, la concreta individuazione del modo e della possibilità materiale di procedervi attiene ai profili attuativi e, dunque, al futuro ed eventuale processo di esecuzione.

5. – Il quinto motivo lamenta, in relazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, l’omesso esame di un fatto decisivo ed oggetto di discussione tra le parti, costituito dalla circostanza che “le opere da ridurre in pristino abbiano creato un’ulteriore protezione ai beni posseduti di controparte, e quindi non un danno bensì un effetto favorevole” (così a pag. 27 del ricorso), sotto vari profili, quali la riduzione del moto ondoso, un benefico assetto idraulico nella zona in caso di piena del torrente e di mare agitato, e la scarsa rilevanza sul trasporto di materiali e quindi sull’intorbidamento dell’acqua. Deduce, inoltre, che il c.t.u. nominato in appello ha affermato che l’impatto ambientale dell’opera è poco rilevante rispetto alla già degradata situazione esistente, in quanto l’area è già impegnata da strutture ricettive, ferroviarie, stradali e da punti di ormeggio.

5.1. – Il motivo è inammissibile perchè deduce (non l’omesso esame d’un fatto storico, ma) la non condivisibilità del giudizio di valore operato dalla Corte distrettuale sul danno che le opere in questione avrebbero arrecato alla soc. Porticciolo del Chioma. La censura, pertanto, si colloca al di fuori non solo dell’attuale ma anche del pregresso ambito di operatività dell’art. 360 c.p.c., n. 5, essendo indiscusso, anche prima della modifica di cui al D.L. n. 83 del 2012, convertito in L. n. 134 del 2012, che detta norma non consentisse altro controllo, in sede di legittimità, se non quello inerente all’ordito logico dell’impianto motivazionale, esclusa ogni possibilità di diverso apprezzamento dei fatti (cfr. per tutte e fra le tantissime, Cass. n. 6288 del 2011).

6. – In conclusione il ricorso va respinto.

7. – Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza della parte ricorrente.

8. – Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, ricorrono i presupposti per il versamento da parte della società ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente alle spese, che liquida in Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della società ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 8 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 2 febbraio 2017

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