Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27331 del 30/11/2020

Cassazione civile sez. trib., 30/11/2020, (ud. 21/07/2020, dep. 30/11/2020), n.27331

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE MASI Oronzo – Presidente –

Dott. PAOLITTO Liberato – rel. Consigliere –

Dott. LO SARDO Giuseppe – Consigliere –

Dott. DELL’ORFANO Antonella – Consigliere –

Dott. MELE Maria Elena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23340-2015 proposto da:

D.G., elettivamente domiciliato in ROMA VIA ASCREA 18,

presso lo studio dell’avvocato GAETANO DELL’ACQUA, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

EQUITALIA SUD SPA, elettivamente domiciliato in ROMA VIA COLA DI

RIENZO 28, presso lo studio dell’avvocato DONATELLA CARLETTI, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

e contro

ROMA CAPITALE;

– intimata –

avverso la sentenza n. 4624/2015 del TRIBUNALE di ROMA, depositata il

27/02/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

21/07/2020 dal Consigliere Dott. LIBERATO PAOLITTO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. – con sentenza n. 4624/2015, depositata il 27 febbraio 2015, il Tribunale di Roma ha dichiarato inammissibile l’appello proposto da D.G. avverso la decisione di prime cure con la quale il giudice di Pace di Roma, a sua volta, aveva disatteso il ricorso proposto dal D. avverso i ruoli esattoriali emessi per il recupero di sanzioni amministrative irrogate negli anni dal 1990 al 2005;

– a fondamento del decisum il giudice del gravame ha rilevato che, – a fronte di sentenza pubblicata in data 25 gennaio 2012, – l’appello era stato (tardivamente) proposto con atto di citazione del 14 marzo 2013 e, dunque, oltre il termine lungo di impugnazione (art. 327 c.p.c.);

2. – D.G. ricorre per la cassazione della sentenza sulla base di tre motivi;

– resiste con controricorso Equitalia Sud S.p.a.;

– Roma Capitale non ha svolto attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. – col primo motivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione di legge in relazione alla L. n. 689 del 1981, art. 22, deducendo, in sintesi, che il giudice di prime cure erroneamente aveva ritenuto inammissibile e, comunque, infondato il ricorso avverso i ruoli esattoriali, autonomamente impugnati, per vero, con opposizione agli atti esecutivi proposta davanti al Tribunale di Tivoli che, con pronuncia passata in giudicato, aveva accertato l’inesistenza della notifica delle cartelle esattoriali opposte, – posto che col ricorso erano stati impugnati (anche) gli atti prodromici costituiti dai verbali di contestazione di illecito (anch’essi mai notificati), così che la proposta domanda avrebbe dovuto essere accolta in ragione (anche) della maturata prescrizione (quinquennale) del diritto alla riscossione delle sanzioni amministrative (L. n. 689 del 1981, art. 28);

– col secondo motivo, – che reca la denuncia di violazione e falsa applicazione dell’art. 327 c.p.c., nonchè di omessa e insufficiente motivazione, – il ricorrente deduce, in sintesi, che, – avuto riguardo al fatto notorio costituito dal tardivo aggiornamento dei dati nel sistema SIGP (Sistema Informatico Giudici di Pace), da parte della cancelleria, disfunzione, questa, emersa (anche) nell’adunanza del 4 dicembre 2014 nel cui corso erano state adottate soluzioni volte a porvi rimedio, – nella fattispecie il dies a quo del termine (lungo) di impugnazione avrebbe dovuto correlarsi, – piuttosto che alla data di pubblicazione della sentenza (25 gennaio 2012), – a quella diversa (29 gennaio 2013) dell’annotazione di detta pubblicazione nel SIGP, ragioni, queste, che erano state poste a fondamento della richiesta rimessione in termini;

– il terzo motivo espone, quindi, la denuncia di violazione dell’art. 24 Cost., qual conseguente, nella fattispecie, all’applicazione dell’art. 327 c.p.c., indipendentemente dalla corretta tenuta, e conseguente tempestivo aggiornamento, del sistema informatico in uso presso il Giudice di pace;

2. – il primo motivo di ricorso è inammissibile in quanto le censure ivi esposte attengono alla sentenza di primo grado quando oggetto del ricorso per Cassazione è (di regola, così come nella fattispecie) la sentenza di secondo grado (Cass., 21 marzo 2014, n. 6733; Cass., 9 maggio 2007, n. 10626; Cass., 15 marzo 2006, n. 5637; Cass., 20 giugno 1996, n. 5714; Cass., 6 febbraio 1989, n. 722);

3. – il secondo ed il terzo motivo, – che vanno congiuntamente trattati in quanto afferiscono al medesimo profilo fondativo del ricorso, – sono destituiti di fondamento;

3.1 – secondo un del tutto consolidato orientamento interpretativo della Corte, il termine lungo di impugnazione previsto dall’art. 327 c.p.c., è stabilito a pena di decadenza e decorre in ogni caso dalla pubblicazione della sentenza mediante deposito in cancelleria, senza che rilevi l’omessa comunicazione da parte del cancelliere, posto che l’ampiezza del termine consente al soccombente di informarsi tempestivamente della decisione che lo riguarda, facendo uso della diligenza dovuta in rebus suis (cfr., ex plurimis, Cass., 8 marzo 2017, n. 5946; Cass., 16 dicembre 2014, 26402; Cass., 29 luglio 2010, n. 17704; Cass., 15 giugno 2010, n. 14297; Cass., 16 luglio 2007, n. 15778; Cass., 7 agosto 2003, n. 11910; Cass., 3 luglio 1998, n. 6542);

– lo stesso Giudice delle Leggi, – nel dichiarare infondata la questione di legittimità costituzionale della disposizione di cui all’art. 327 c.p.c., in relazione all’art. 24 Cost., – ha rilevato che con la disciplina in discorso è stato realizzato “un non irragionevole bilanciamento tra l’indispensabile esigenza di tutela della certezza delle situazioni giuridiche e il diritto di difesa. L’ampiezza del termine annuale consente al soccombente di informarsi tempestivamente della decisione che lo riguarda, facendo uso della diligenza dovuta in rebus suis. La decorrenza fissata con riferimento alla pubblicazione, secondo la costante giurisprudenza di legittimità, è un corollario del principio secondo cui, dopo un certo lasso di tempo, la cosa giudicata si forma indipendentemente dalla notificazione della sentenza ad istanza di parte: sicchè lo spostamento del dies a quo dalla data di pubblicazione a quella di comunicazione non solo sarebbe contraddittorio con la logica del processo, ma restringerebbe irrazionalmente il campo di applicazione del termine lungo di impugnazione alle parti costituite in giudizio, alle quali soltanto la sentenza è comunicata ex officio.” (Corte Cost., 25 luglio 2008, n. 297);

3.2 – il SIGP, quale sistema informatico per gli affari civili del giudice di pace, – presso il quale non ha trovato applicazione il processo civile telematico (altrimenti medio tempore attuato presso i Tribunali e le Corti di appello), – seppur diretto ad implementare le modalità di conoscenza degli atti processuali, – in connessione alla rimodulazione della disciplina sulla tenuta dei registri presso gli uffici giudiziari (D.M. 27 marzo 2000, n. 264; D.M. 24 maggio 2001, recante le relative istruzioni; D.M. 24 maggio 2001 e D.M. 27 aprile 2009, recanti regole procedurali sulla tenuta dei registri informatizzati), – non ha, di certo, immutato il sistema delle regole di disciplina delle impugnazioni qual correlato, nella fattispecie, alla individuazione del (dies a quo del) termine lungo di impugnazione (artt. 133 e 327 c.p.c.);

– per quanto, quindi, in più recenti arresti giurisprudenziali, – qual correlati alle questioni poste dell’apposizione sulla sentenza civile di una doppia data (l’una di deposito, l’altra di cd. pubblicazione della medesima sentenza), – si sia posta in evidenza la relazione implicata dal rapporto intercorrente tra il diritto di impugnazione (art. 24 Cost.), e la conoscibilità stessa del provvedimento suscettibile di impugnazione (v. Corte Cost., 22 gennaio 2015, n. 3; v., altresì, Cass. Sez. U., 22 settembre 2016, n. 18569), una siffatta conoscibilità deve, nella fattispecie, correlarsi allo stesso sistema di regole che la presidia (Cass. Sez. U., 22 settembre 2016, n. 18569), – avuto, dunque, riguardo al deposito della sentenza civile (art. 133 c.p.c.), ed ai connessi adempimenti di cancelleria che lo integrano (inserimento della sentenza nell’elenco cronologico, secondo le disposizioni, e le istruzioni, di cui al D.M. 27 marzo 2000, n. 264, ed al citato D.M. 24 maggio 2001), – ed indipendentemente, dunque, dall’adozione di sistemi informatizzati volti ad agevolare (secondo modalità da remoto) l’accesso alla conoscenza dei dati gestiti informaticamente;

3.3 – come, del resto, rimarcato dalla Corte, rientra nei compiti del difensore attivarsi, con la diligenza dovuta in rebus suis, per verificare se siano state compiute attività processuali (quando queste rispondano, così come nella fattispecie, al predisposto modello legale di processo; v., ex plurimis, Cass., 8 marzo 2017, n. 5946; Cass. Sez. U., 22 settembre 2016, n. 18569; Cass., 30 luglio 2015, n. 16194), senza per questo poter confidare esclusivamente (quando un siffatto affidamento non è conforme al modulo processuale vigente) su modalità implementative della conoscenza degli atti giudiziari;

3.4 – va, altresì, considerato che le stesse ragioni poste a fondamento della richiesta di rimessione in termini, – richiesta che, non risultante dalla gravata sentenza, la parte ripropone in termini aspecifici (e, così, nemmeno autosufficienti), – si correlano ad una disfunzione dell’operatività del cennato sistema informatico (per dedotta tardività delle operazioni di aggiornamento dei dati) che viene assunta, per l’appunto, in termini generici ed indistinti, senz’alcuna allegazione individualizzante quanto alla pronuncia (di primo grado) oggetto di impugnazione (così risultando del tutto indimostrata, e perciò arbitraria, la datazione al 29 gennaio 2013 dell’inserimento in SIGP dell’annotazione relativa alla pubblicazione di quella stessa pronuncia), a fronte, poi, di una sentenza che, “emessa dal Giudice di Pace in data 27 maggio 2010” (così la gravata sentenza che ha riguardo, evidentemente, al deposito della minuta), è stata “pubblicata in data 25 gennaio 2012” (così sempre la gravata sentenza), data quest’ultima che è stata assunta quale dies a quo del termine lungo di impugnazione;

4. – le spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza di parte ricorrente nei cui riguardi sussistono, altresì, i presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, se dovuto (D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater).

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento, in favore di Equitalia Sud S.p.a., delle spese del giudizio di legittimità liquidate in Euro 2.000,00, oltre rimborso spese generali di difesa ed oneri accessori, come per legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 21 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 30 novembre 2020

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