Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27317 del 30/11/2020

Cassazione civile sez. I, 30/11/2020, (ud. 22/07/2020, dep. 30/11/2020), n.27317

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. CARADONNA Lunella – rel. Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 6793/2016 proposto da:

(OMISSIS) S.p.a., in Amministrazione straordinaria, nella persona del

Commissario Straordinario pro tempore, rappresentata e difesa dagli

avv.ti Federico Carpi, Astrid Merlini e Nicola Di Pierro, con

domicilio eletto in Roma, presso lo studio di quest’ultimo, come da

procura a margine del ricorso per cassazione;

– ricorrente –

contro

Curatela fallimentare (OMISSIS) S.p.a., in persona del Curatore,

Dott. R.F., autorizzato a stare in giudizio giusta

decreto del G.D. del 22 marzo 2016, rappresentato e difeso dall’avv.

Arnaldo Falconi, in virtù procura a margine del controricorso, con

lui elettivamente domiciliato in Roma, presso lo studio dell’avv.

RavidàFabrizio;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di appello di ROMA n. 5157/2015,

pubblicata il 18 settembre 2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

22/07/2020 dal Consigliere CARADONNA Lunella.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

1. Il Tribunale di Latina dichiarò la nullità, ai sensi dell’art. 182 c.p.c., dell’atto con il quale (OMISSIS) S.p.a. in Amministrazione Straordinaria aveva riassunto il procedimento di opposizione allo stato passivo del Fallimento di (OMISSIS) S.p.a. in origine promosso dal Fallimento (OMISSIS) (procedimento dichiarato interrotto proprio a seguito dell’assoggettamento della fallita alla procedura di A.S.) rilevando, in accoglimento dell’eccezione sollevata in comparsa conclusionale dal Fallimento opposto, che l’opponente risultava costituita in persona del coadiutore della procedura, Dott. G.A., privo del potere di rappresentarla in giudizio.

2. L’appello proposto dall’A.S. contro la decisione è stato respinto dalla Corte di appello di Roma con sentenza del 18 settembre 2015. La corte del merito ha in primo luogo escluso che la lettera del 24 giugno 2003, con la quale il Commissario Straordinario aveva conferito a G. l’incarico di coadiutore, delegandolo a svolgere, fra l’altro, “tutte le attività relative alla istruttoria preliminare all’intrapresa di iniziative giudiziali e stragiudiziali, volte al recupero dei crediti”, contemplasse anche la facoltà di agire in giudizio per il recupero, in nome e per conto della procedura; ha quindi osservato che il difetto di legittimazione processuale del coadiutore era rilevabile d’ufficio e che sulla relativa eccezione, benchè sollevata dal Fallimento solo in comparsa conclusionale, si era instaurato il contraddittorio, avendo l’A.S. avuto modo di contrastarla nella memoria di replica; ha perciò ritenuto inapplicabile al processo, instaurato nel 2007, il principio espresso da Cass. S.U. n. 9217/2010, in tema di interpretazione del testo dell’art. 182 c.p.c., non ancora modificato dalla L. n. 69 del 2009, escludendo che, in mancanza di un’apposita istanza dell’opponente, il giudice di primo grado fosse tenuto ad assegnarle ex officio un termine per la costituzione del Commissario, al quale spettava la rappresentanza in giudizio; ha infine affermato che, una volta ritenuta corretta la decisione assunta dal tribunale, il vizio di nullità rilevato non poteva ritenersi sanato per effetto della rituale costituzione della procedura nel giudizio d’appello.

3. (OMISSIS) S.p.a. in A.S. ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza, affidato a quattro motivi, cui il Fallimento di (OMISSIS) S.p.a. ha resistito con controricorso.

4. Entrambe le parti hanno depositato memorie.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. La ricorrente lamenta:

1.1.) con il primo motivo la violazione e falsa applicazione degli artt. 111 e 24 Cost, artt. 75,83,101,182 e 183 c.p.c., per avere la corte d’appello ritenuto rilevabile d’ufficio il suo difetto di legittimazione processuale;

1.2) con il secondo motivo la violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost., artt. 101 e 182 c.p.c., posto che il giudice è tenuto ad assegnare d’ufficio, alla parte che non ne abbia fatto richiesta, un termine per la sanatoria del rilevato difetto di rappresentanza processuale;

1.3) con il terzo motivo la violazione e falsa applicazione dell’art. 182 c.p.c. e art. 1399 c.c., per aver la corte del merito affermato che la legittimità della decisione assunta in rito dal tribunale precludeva la sanatoria del vizio in sede di appello;

1.4) con il quarto motivo la violazione e falsa applicazione degli artt. 1361 e 1367 c.c., art. 159 c.p.c., D.Lgs. n. 270 del 1999, art. 41, in quanto il giudice d’appello avrebbe escluso il potere di rappresentanza processuale del Dott. G. in base ad un’interpretazione distorta della lettera di incarico.

2. Il quarto motivo, che, in odine logico, va esaminato prioritariamente, atteso che la sua eventuale fondatezza renderebbe superfluo l’esame di ogni altra questione dibattuta fra le parti, è inammissibile per difetto assoluto di specificità.

2.1. La ricorrente, pur denunciando in rubrica la violazione di plurime disposizioni normative, si è infatti limitata a sostenere in via meramente assertiva che l’atto era di dubbia interpretazione ed a contrapporre la propria tesi all’accertamento contenuto in sentenza, ma non ha indicato le ragioni per le quali, nell’escludere, in base alla piana lettura del documento, che la delega conferita dal Commissario al coadiutore fosse comprensiva del potere di rappresentare l’A.S. nei giudizi aventi ad oggetto il recupero dei crediti, la corte territoriale si sarebbe posta in contrasto con le norme di ermeneutica negoziale (in particolare, con l’art. 1362 c.c.) o con l’interpretazione delle stesse fornite dalla giurisprudenza di legittimità.

2.2. Peraltro il giudice d’appello, oltre ad affermare che il contesto semantico era insuscettibile di generare astratti dubbi interpretativi, ha fondato il proprio convincimento su una seconda ratio decidendi, non specificamente censurata da (OMISSIS), rilevando come, sia dalla richiesta di autorizzazione rivolta dal Commissario al Ministero, sia dal successivo conferimento dell’incarico, si evinceva che la delega in senso proprio era limitata allo svolgimento delle operazioni di verifica del passivo ed alla partecipazione di G. alle relative udienze.

3. Il primo motivo è infondato.

3.1. Come questa Corte ha ripetutamente affermato, qualora la persona giuridica sia stata presente nel processo per mezzo di persona fisica non abilitata a rappresentarla, il vizio che ne consegue non concerne la legittimazione ad agire (ossia il prospettarsi della stessa quale titolare del diritto azionato) nè lo ius postulandi, ma esclusivamente la capacità processuale, ovvero la titolarità del potere di proporre la domanda, e integra, pertanto, un difetto di legittimazione processuale (Cass., 6 luglio 2007, n. 15304; Cass.,11 ottobre 2006, n. 21811 del 2006; Cass., 27 ottobre 2005, n. 20913). 3.2. Ciò premesso, non v’è dubbio che trovi applicazione nella specie il principio, altrettanto consolidato, secondo cui l’accertamento concernente la sussistenza del potere rappresentativo di colui che promuove l’azione in nome e per conto della persona giuridica attiene alla verifica, spettante al giudice, della regolare instaurazione del rapporto processuale, con la conseguenza che il difetto “legitimatio ad processum” per mancanza di tale potere può essere rilevat0 anche d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio, compreso quello di legittimità, con il solo limite del giudicato sul punto (cfr., da ultimo, Cass. 24 aprile 2018, n. 10009; Cass. 31 luglio 2015, n. 16274).

3.3. La giurisprudenza citata dalla ricorrente a sostegno dell’assunto secondo cui il vizio può essere rilevato solo su eccezione di parte, da proporsi nella prima difesa, riguarda il diverso caso in cui sia contestato, nel merito (con quanto ne deriva in tema di onere della prova), che il potere rappresentativo spetti effettivamente a colui che affermi di esserne dotato in forza di un atto soggetto a pubblicità legale (cfr., per tutte, Cass. S.U. n. 20596/07).

4. Il secondo e il terzo motivo, che possono essere congiuntamente esaminati, sono fondati nei termini che di seguito si precisano.

4.1. Va in primo luogo rilevato che la questione attinente alla sussistenza o meno di un obbligo del giudice di primo grado di concedere, ai sensi del testo dell’art. 182 c.p.c., applicabile ratione temporis (anteriore alle modifiche introdotte dalla L. n. 69 del 2009) un termine all’odierna ricorrente per sanare il rilevato difetto di rappresentanza processuale era del tutto secondaria nel giudizio.

Infatti – ancorchè (a partire da Cass. S.U. 19 aprile 2010 n. 9217) costituisca indirizzo assolutamente prevalente nella giurisprudenza di questa Corte che l’art. citato, nella formulazione anteriormente vigente, laddove prevede che il giudice che rilevi un difetto di rappresentanza, assistenza o autorizzazione “può” assegnare un termine per la regolarizzazione della costituzione in giudizio, deve essere interpretato nel senso che il giudice “deve” promuovere la sanatoria – è pacifico che il tribunale avesse omesso di concedere detto termine: ne consegue che, poichè il denunciato error in procedendo non rientrava fra quelli che comportano, ai sensi degli artt. 353 e 354 c.p.c., la remissione della causa al primo giudice, e poichè non si poneva il problema se il termine dovesse essere assegnato dal giudice d’appello, posto che l’A.S. era rappresentata in sede di gravame dal Commissario Straordinario, ciò che unicamente occorreva stabilire era se la rituale costituzione dell’appellante nel grado fosse valsa a sanare, con effetto ex tunc, il rilevato difetto di capacità processuale del coadiutore.

4.2 La corte del merito si è tuttavia diffusamente occupata della questione, giungendo alla conclusione che la sentenza delle S.U. n. 9217/010 non potesse trovare applicazione nella specie perchè il vizio era stato denunciato dal Fallimento (OMISSIS) nella comparsa conclusionale e, ciò nonostante, l’A.S. non aveva richiesto il termine, come pure avrebbe potuto, nella memoria di replica, in tal modo manifestando volontà contraria alla sua concessione.

4.3. Entrambi gli assunti su cui la conclusione si fonda sono errati, posto che, per un verso, il potere di rilievo d’ufficio del giudice non trova limite nel principio dispositivo (tantomeno quando la parte che vi abbia interesse abbia tardivamente sollevato l’eccezione nella memoria conclusionale) e, per l’altro, va escluso che la mancata richiesta del difensore di avvalersi di un determinato rimedio processuale possa essere interpretato, anzichè quale mero comportamento omissivo, quale manifestazione della volontà della parte rappresentata di volervi rinunciare.

4.4. Partendo da tali errati presupposti, la corte del merito, nel giungere finalmente ad esaminare l’unica questione rilevante in giudizio, ha poi affermato che la rituale costituzione in appello dell’A.S. non poteva sanare il riscontrato difetto di legittimazione processuale del coadiutore in primo grado, atteso che altrimenti, “sarebbe stato privo di significato” ritenere insussistente un obbligo di concedere il termine da parte del tribunale, la cui decisione avrebbe finito con l’essere posta nel nulla non già in base al riconoscimento della fondatezza delle ragioni dell’appellante, ma a seguito di una mera attività di parte.

Premesso che, per quanto appena esposto, il tribunale non avrebbe potuto dichiarare la nullità della costituzione in giudizio dell’A.S. per difetto di rappresentanza processuale senza prima assegnare alla parte un termine per regolarizzare la propria posizione, e che pertanto le ragioni dell’appellante dovevano ritenersi fondate, anche detta affermazione contrasta con il principio costante e consolidato di questa Corte enunciato anche nella vigenza del testo dell’art. 182 c.p.c., non ancora riformato dalla L. n. 69 del 2009, dal quale il collegio non ha motivo di discostarsi, secondo cui il difetto di legittimazione processuale della persona fisica, che agisca in giudizio in rappresentanza di un ente, può essere sanato in qualunque stato e grado del giudizio, con efficacia retroattiva e con riferimento a tutti gli atti processuali già compiuti, per effetto della costituzione in giudizio del soggetto dotato delle effettiva rappresentanza dell’ente stesso, il quale manifesti la volontà anche tacita, di ratificare l’operato del falsus procurator (cfr., fra moltissime, Cass. 21 novembre 2000, n. 15031; Cass. 27 ottobre 2005 n. 20913; Cass. 23 maggio 2006, n. 12088; Cass. 6 luglio 2007 n. 15304; Cass. 15 settembre 2008, n. 23670; fra le più recenti, Cass. 15 novembre 2016, n. 23274; Cass. 14 novembre 2017, n. 26948; Cass. 4 luglio 2109 n. 17986).

Invero, come chiarito da Cass. n. 20913/05 cit. “tanto la ratifica, quanto la conseguente sanatoria, devono ritenersi ammissibili anche in relazione ad eventuali vizi inficianti la procura originariamente conferita al difensore da soggetto non abilitato a rappresentare la parte in giudizio, trattandosi di atto soltanto inefficace e non anche invalido per vizi formali o sostanziali, attinenti a violazioni degli artt. 83 e 125 c.p.c.. La sanatoria retroattiva, peraltro, non è impedita dalla previsione dell’art. 182 c.p.c. (vecchio testo: n.d.r.), secondo cui sono fatte salve le decadenze già verificatesi. Questa, infatti, va riferita alle decadenze sostanziali (sancite, cioè, per l’esercizio del diritto e dell’azione: art. 2964 e segg. c.c.) e non a quelle che si esauriscono nell’ambito del processo, com’è dimostrato dal fatto che, in caso contrario, si avrebbe l’inapplicabilità (inammissibile sotto il profilo sistematico) del citato art. 182 c.p.c., in tutte le ipotesi in cui le parti incorrono in decadenze processuali già nell’atto introduttivo”.

La sentenza impugnata va pertanto cassata, con rinvio della causa, per l’esame del merito, alla Corte di appello di Roma, che liquiderà anche le spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo ed il terzo motivo di ricorso, dichiara infondato il primo ed inammissibile il quarto; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 22 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 30 novembre 2020

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