Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27290 del 05/12/2013


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Civile Sent. Sez. 2 Num. 27290 Anno 2013
Presidente: PICCIALLI LUIGI
Relatore: PETITTI STEFANO

SENTENZA

onorari avvocato

sul ricorso proposto da:
AMBROSINI Stefano (MBR

SFN

69E02 L219R), rappresentato e

difeso, per procura speciale a margine del ricorso,
dall’Avvocato Paola Alfieri, elettivamente domiciliato in
via Bolzano n. 15, presso lo studio dell’Avvocato Giuseppe
De Tommaso;
– ricorrente contro
FALLIMENTO OLIIT s.p.a.,%7P9e2ona del curatore
tempore,

pro

elettivamente domiciliato in Roma, viale Mazzini

n. 88, presso lo studio dell’Avvocato Giorgio Barberis, dal
quale è rappresentato e difeso, unitamente all’Avvocato

/r5s-3 // 3

– 1 –

Data pubblicazione: 05/12/2013

Carlo Tabellini, per procura speciale in calce al
controricorso;

controricorrente

avverso il provvedimento del Tribunale di Ivrea

Udita

(1.1=0A. L 12 28/01)

la relazione della causa svolta nella pubblica

udienza del 25 settembre 2013 dal Consigliere relatore
Dott. Stefano Petitti;
udito l’Avvocato Giorgio Barberis;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto
Procuratore Generale Dott. Antonietta Carestia, che ha
concluso per rimessione della questione alle Sezioni Unite
o, in subordine, per il rigetto del ricorso.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
L’Avvocato Stefano Ambrosini, incaricato dal Fallimento
OLIIT s.p.a. del patrocinio nel giudizio intrapreso nei
confronti dell’amministratore unico Luppi Luigi e dei tre
sindaci Storani Fabio, Lomboni Luigi e Moschini Lucia giudizio che si era articolato in una prima fase cautelare
e poi in quella di merito fino alla intervenuta transazione
con i tre sindaci – presentò al giudice delegato al
Fallimento due parcelle, la prima, relativa alla prima
fase, per euro 29.850,00 per diritti ed euro 85.238,00 per
onorari, e la seconda, relativa al giudizio di merito, per
euro 5.646,00 per diritti ed euro 15.405,00 per onorari. Ai

depositato in dataq, maggio 2008;

fini della determinazione del compenso spettante gli, il
difensore dedusse che il valore della causa andava
individuato in euro 23.000.000,00 per la fase cautelare e
in euro 3.000.000 per la fase di merito.

2007, liquidò la somma di euro 29.213,00, di cui euro
10.896,00 per diritti ed euro 18.227,00 per onorari, oltre
ad accessori di legge, ritenendo che il valore della causa
fosse, con riferimento ai tre sindaci, di euro 225.000,00,
e cioè la somma sulla quale era intervenuta una transazione
tra il fallimento e i tre sindaci, mentre per quanto
riguardava il compenso relativo alla posizione
dell’amministratore unico Luppi Luigi, la liquidazione
andava effettuata in sede penale, avendo il Fallimento
optato per il trasferimento dell’azione civile in sede
penale.
Avverso questo provvedimento l’Avvocato Ambrosini
propose reclamo che il Tribunale di Ivrea, in composizione
collegiale, con decreto depositato in data 9 maggio 2008,
rigettò, ritenendo che correttamente il giudice delegato,
con riferimento alla richiesta di liquidazione concernente
il giudizio promosso nei confronti dei tre sindaci, avesse
determinato il valore avuto riguardo, non all’importo
richiesto, ma a quello concordato tra le parti con
l’accordo transattivo.

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Il Giudice delegato, con decreto in data 5 dicembre

Quanto alla liquidazione relativa alla domanda proposta
nei confronti dell’amministratore unico, il Tribunale
condivise l’opinione del giudice delegato, secondo cui solo
al termine del giudizio penale si sarebbe potuto

procedere quindi alla liquidazione da parte di quel
giudice.
Per la cassazione di questo provvedimento Stefano
Ambrosini ha proposto ricorso sulla base di un motivo; il
Fallimento OLIIT s.p.a. ha resistito con controricorso,
illustrato da memoria.
MOTIVI DELLA DECISIONE
1.

Occorre preliminarmente rilevare che per il

ricorrente è stato depositata memoria di costituzione di
nuovo difensore in data 25 settembre 2013.

Di

tale nuova

nomina non può, peraltro, tenersi conto, atteso che la
stessa non è stata effettuata con procura notarile, ma con
procura speciale a margine della memoria. Infatti, «nel
giudizio di cassazione, il nuovo testo dell’art. 83 cod.
proc. civ. secondo il quale la procura speciale può essere
apposta a margine od in calce anche di atti diversi dal
ricorso o dal controricorso, si applica esclusivamente ai
giudizi instaurati in primo grado dopo la data di entrata
in vigore dell’art. 45 della l. n. 69 del 2009 (4 luglio
2009), mentre per i procedimenti instaurati anteriormente a

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determinare il valore effettivo della controversia e

tale data, se la procura non viene rilasciata a margine od
in calce al ricorso e al controricorso, si deve provvedere
al suo conferimento mediante atto pubblico o scrittura
privata autenticata, come previsto dall’art. 83, secondo

2. Con l’unico motivo di ricorso, il ricorrente deduce
vizio di motivazione e violazione e falsa applicazione
dell’art. 6 del d.m. n. 127 del 2004, sostenendo, in primo
luogo, che la motivazione del provvedimento impugnato
sarebbe a tal punto stringata da non rendere possibile la
individuazione delle ragioni della decisione con
riferimento alla affermazione secondo cui il valore della
causa, ai fini della liquidazione delle competenze
professionali, doveva essere individuato con riferimento al
valore della transazione intercorsa tra il Fallimento e
alcune delle parti del giudizio intrapreso dal fallimento
stesso. Né la motivazione potrebbe ritenersi integrata dal
richiamo ad una sentenza di questa Corte, atteso che la
pronuncia indicata non sarebbe in alcun modo pertinente.
Il ricorrente sostiene che il Tribunale avrebbe dovuto
procedere alla liquidazione dei compensi avendo riguardo al
valore della causa come determinabile ai sensi dell’art. 14
cod. proc. civ. (nella specie, euro 23.000.000,00), non
potendosi desumere un diverso criterio dall’art. 6 del d.m.
n. 127 del 2004. Peraltro, la indicazione della pretesa

comma» (Cass. n. 7241 del 2010; Cass. n. 17604 del 2010).

risarcitoria era chiaramente riferibile agli organi della
procedura, secondo il modulo normativo di cui all’art. 146,
comma 3, della legge fallimentare. Determinare il valore
effettivo della causa alla stregua di quello della

lato, del valore dei diritti oggetto di rinunzia nella
transazione, e, dall’altro, del fatto che le somme
corrisposte in via transattiva rappresentano soltanto il
risultato dell’opera conciliativa, in relazione alla quale
la tariffa professionale prevede voci specifiche di diritti
e onorari. Nel caso di specie, inoltre, il riferimento
all’importo della transazione comporterebbe l’adozione di
un duplice criterio di determinazione del valore della
controversia, essendo la stessa proseguita in sede penale
nei confronti dell’amministratore unico. La natura stessa
della causa proposta, la sua articolazione in una fase
cautelare e in una di merito nei confronti di soggetti
ritenuti responsabili in quanto titolari di cariche
sociali, la laboriosità della esecuzione della cautela, la
attivazione delle trattative con alcune delle parti in
vista della transazione e la utilità di questa per gli
interessi del fallimento erano tutti elementi che avrebbero
dovuto orientare a una liquidazione che tenesse conto della
complessità dell’attività professionale svolta e si
attestasse non sui livelli minimi ma su quelli richiesti.

transazione significherebbe, poi, non tenere conto, da un

Il giudice delegato ha poi ritenuto di trasferire la
domanda risarcitoria nei confronti dell’amministratore
unico in sede penale; tuttavia una tale decisione non
avrebbe potuto impedire la liquidazione del compenso in

momento del trasferimento dell’azione.
In ogni caso, osserva il ricorrente, il Tribunale
avrebbe omesso di considerare che l’art. 6 del d.m. n. 127
del 2004 consente la possibilità di modificare i soli
onorari, vigendo, in contrario, il principio dell’assoluta
intangibilità dei diritti.
2.1. A conclusione del motivo il ricorrente formula i
seguenti quesiti di diritto: «1) se il valore della
controversia, nella quale il Curatore fallimentare sia
stato autorizzato dal Giudice Delegato a proporre un’azione
di responsabilità contro amministratori e sindaci ed a
richiedere il ristoro di un determinato danno (specificato
nell’ammontare), possa o debba essere individuato, ai fini
del calcolo del compenso che il fallimento deve liquidare
al proprio legale, nel valore del petitum giudiziale e non
nell’importo di quanto incassato dalla Curatela in via
transattiva da alcuni dei convenuti; 2) se sia legittimo il
differimento della liquidazione, da parte del Fallimento,
del compenso maturato dal legale della Procedura sino
all’esito del giudizio penale che definisca l’azione di

relazione all’attività svolta in quel giudizio sino al

responsabilità contro un amministratore della società
fallita, originariamente iniziata in sede civile e
successivamente trasferita in quella penale; 3) se, ai fini
della liquidazione, da parte di un Fallimento, del compenso

responsabilità contro l’ex amministratore e gli ex sindaci
della società fallita, il valore dei diritti ad esso
spettanti sia intangibile e parametrato a quello della
controversia, vale a dire all’ammontare del petItum,

senza

possibilità per il Giudice Delegato di ridurne il valore,
com’è astrattamente possibile fare per gli onorari».
3. Il ricorso è infondato e va quindi rigettato.
3.1. E’ innanzitutto infondato quanto alla pretesa che
il valore della causa dovesse essere individuato con
riferimento al valore della causa, determinato ai sensi del
codice di rito civile, e non, come l’art. 6 d.m. n. 127 del
2004 consente di fare, in relazione al valore effettivo
della controversia, discostandosi questo da quello
determinato secondo le ordinarie regole codicistiche.
In proposito, questa Corte ha, anche di recente,
affermato che «ai fini della liquidazione degli onorari
dovuti all’avvocato per la difesa del proprio cliente,
l’individuazione dello scaglione applicabile deve avvenire
in base al criterio dell’effettivo valore della

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del legale che lo ha assistito in un’azione di

controversia, desumibile dal

decisum

(Cass. n. 226 del

2011; Cass. n. 3996 del 2010).
Con specifico riferimento alla ipotesi in cui la
controversia si sia conclusa con una transazione, si è

onorari dell’avvocato in una lite conclusasi con
transazione, poiché per la sussistenza delle reciproche
concessioni ciascuna parte non è vincitrice ne’ perdente, e
a nulla rileva che il pagamento sia a carico del cliente o
dell’avversario, il giudice deve fare riferimento agli ampi
criteri dell’art. 9 della legge 13 giugno 1942 n. 794 così
da ricondurre a giustizia concreta l’ammontare
dell’onorario» (Cass. n. 3804 del 1991). In applicazione di
tale principio si è poi affermato che «ove le parti, con
riguardo ad una controversia in materia di lavoro, siano
addivenute ad una transazione della lite in sede sindacale,
prima ancora che venisse esplicata una qualche attività
giudiziaria, la determinazione del valore della causa alla luce dell’art. 6 del d.m. 5 ottobre 1994, n. 585 – va
compiuta avendo riguardo alla somma effettivamente
corrisposta e non a quella originariamente richiesta»
(Cass. n. 22072 del 2009); ed ancora che «il principio
generale secondo cui il valore della causa si determina in
base alle norme del codice di procedura civile (art. 10),
avendo riguardo all’oggetto della domanda considerato al

9

precisato, in via generale, che «nella determinazione degli

momento iniziale della lite, trova un limite alla sua
applicabilità nei casi in cui, al momento
dell’instaurazione del giudizio, non sia possibile indicare
il

quantum

il

che si verifica, in genere, nelle

volte, la domanda di condanna è formulata con riserva di
quantificazione in corso di giudizio -, rendendosi in tale
ipotesi indispensabile, ai fini de quibus,

far riferimento

al valore definito e, quindi, al

stabilito dalle

quantum

parti in altro modo – nella specie, con transazione sicché, in definitiva, il valore delle cause viene ad
essere determinato sulla base del predetto importo» (Cass.
n. 2188 del 2011; Cass. n. 17354 del 2002; principio
analogo è stato ribadito da Cass. n. 3660 del 2013, in
motivazione).
Certamente, non rileva che il pagamento sia a carico del
cliente o dell’avversario (Cass. n. 3660 del 2013; Cass. n.
348 del 1973); si tratta, in ogni caso, dell’esercizio da
parte del giudice di un potere non già arbitrario bensì
discrezionale, essendo il medesimo tenuto a dare
motivazione sia pure succinta delle relative ragioni. In
particolare, Cass. n. 15685 del 2006 ha precisato che
«l’art.6, secondo comma, della tariffa forense allegata al
d.m. 23 dicembre 1976, secondo cui, in sede di liquidazione
degli onorari professionali a carico del cliente, “può

controversie per risarcimento danni, in cui, il più delle

aversi riguardo al valore effettivo della controversia,
quando esso risulti manifestamente diverso da quello
presunto a norma del codice di procedura civile”, comporta
l’esercizio, da parte del giudice, di un potere

di esporre, sia pure in forma succinta, le relative ragioni
ed i criteri cui esso si ispira». Ovviamente. appena il
caso di ricordare che analoga formulazione si rinviene
nell’art. 6, comma 2, del d.m. n. 127 del 2004, applicabile
al caso di specie ratione temporis.
Orbene, il Tribunale in sede di reclamo ha congruamente
illustrato le ragioni per le quali ha ritenuto che, nella
specie, sussistessero le condizioni per ritenere che il
valore effettivo della causa fosse manifestamente diverso e
inferiore a quello presunto in sede cautelare (euro
23.000.000,00) o di merito (euro 3.000.000,00), e che
quindi, ai fini della determinazione delle spettanze
professionali, dovesse aversi riguardo al valore della
transazione, individuato quale valore effettivo della
controversia definita con la transazione e alla quale
soltanto si riferiva la liquidazione.
3.2. Si deve solo aggiungere, con specifico riferimento
alla questione posta nel terzo quesito – e cioè quella
concernente la riferibilità del criterio del valore
effettivo ai soli onorari e non anche ai diritti spettanti

discrezionale e non arbitrario, con conseguente necessità

al difensore -, da un lato, che il ricorso si presenta sul
punto del tutto carente di specifiche indicazioni in ordine
alla determinazione in concreto dei diritti pretesi, e,
dall’altro, che non è dato distinguere il valore della

quello legittimamente utilizzato ai fini della liquidazione
degli onorari; una volta accertato il valore della
controversia facendo riferimento, ai sensi dell’art. 6,
comma 2, del d.m. n. 127 del 2004, al valore effettivo
della stessa, il medesimo valore dovrà rilevare ai fini
della determinazione dei diritti. E il ricorrente non
deduce che, nella liquidazione dei diritti, il giudice di
merito abbia violato la tariffa con riferimento allo
scaglione ritenuto applicabile.
3.3. Il ricorso è invece inammissibile per quanto
riguarda la liquidazione dei compensi spettanti al
ricorrente relativamente al giudizio iniziato nei confronti
dell’amministratore della società poi dichiarata fallita e
poi trasferito in sede penale.
Difetta, invero, ogni allegazione in ordine allo
svolgimento dell’attività professionale da parte del
ricorrente in ordine a tale controversia. In particolare,
il ricorrente non ha neanche allegato che la sua attività
professionale non è proseguita in sede penale, ove
l’azione, inizialmente proposta congiuntamente a quella

controversia ai fini della liquidazione dei diritti da

riguardante i sindaci, era poi stata trasferita.

E’

evidente, invero, che solo nel caso in cui l’attività
professionale del ricorrente dovesse essere considerata
esaurita, potrebbe predicarsi l’insorgenza di un suo

quell’attività professionale; ove invece la detta attività
non si fosse esaurita, ma fosse proseguita in sede penale,
la mancata liquidazione del compenso altro valore non
potrebbe avere che quello di un rigetto della istanza di
corresponsione di un acconto, relativamente ad un’attività
in corso.
Le indicazioni offerte dal ricorrente non consentono di
sciogliere l’alternativa che si è rappresentata e quindi il
motivo di ricorso, per questa parte, risulta inammissibile.
4. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.

In considerazione della presenza di orientamenti
contrastanti nella giurisprudenza di questa Corte in ordine
all’applicazione del criterio del valore effettivo della
controversia ai fini della determinazione del compenso
spettante al difensore nei confronti del cliente, il
Collegio ritiene sussistenti giusti motivi per compensare
le spese del presente giudizio di legittimità.
PER QUESTI MOTIVI
La Corte rigetta il ricorso; compensa le spese del
giudizio di legittimità.

diritto alla liquidazione di un compenso anche per

Così deciso in Roma,

nella camera di consiglio della

Seconda Sezione Civile della Corte Suprema di Cassazione,

il 25 settembre 2013.

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