Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27288 del 29/12/2016


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Cassazione civile, sez. trib., 29/12/2016, (ud. 04/12/2015, dep.29/12/2016),  n. 27288

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI AMATO Sergio – Presidente –

Dott. DI IASI Camilla – Consigliere –

Dott. GRECO Antonio – rel. Consigliere –

Dott. LOCATELLI Giuseppe – Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura generale dello Stato, presso

la quale è domiciliata in Roma alla via dei Portoghesi n. 12;

– ricorrente –

contro

VEGALUX INVESTMENT S.A.S.P.F., rappresentata e difesa dall’avv.

Leonardo Perrone e dall’avv. Gianmarco Tardella, presso il quale è

elettivamente domiciliata in Roma alla via Giovanni Nicotera n. 29

(sc. 9 – int. 12);

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale

dell’Emilia Romagna n. 12/19/08, depositata il 2 maggio 2008;

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 04

dicembre 2015 dal Relatore Cons. Antonio Greco;

udito l’avvocato dello Stato Carla Colelli per la ricorrente e l’avv.

Gianmarco Tardella per la controricorrente;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

DEL CORE Sergio, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L’Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione, sulla base di cinque motivi, nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale dell’Emilia Romagna che, rigettandone l’appello, ha confermato l’annullamento dell’avviso di accertamento ai fini dell’IRPEG per il 1999 con il quale alla Vegalux Investment s.a., già CAB Finanziaria spa, non veniva riconosciuta, per quanto ancora rileva, una sopravvenienza passiva rappresentata dal costo residuo da ammortizzare per spese di ricerca – costo relativo allo sviluppo di un progetto per la realizzazione di apparecchiature per non vedenti, per il quale la società contribuente aveva stabilito di dedurre le spese, ai sensi dell’art. 74, comma 1, tuir, in cinque esercizi; successivamente, nel 1999, “tale progetto di ricerca era stato abbandonato e la società aveva dovuto stralciare dette spese, inserendo tra le sopravvenienze passive il residuo ammontare delle stesse. La Società ha così dedotto integralmente la sopravvenienza passiva nell’esercizio 1999, così come previsto dall’art. 2426 c.c., comma 1, n. 3 e art. 66, comma 2, del tuir”.

Ad avviso dell’ufficio, per un verso i costi per le spese di ricerca non erano capitalizzabili e, per altro verso, ai sensi dell’art. 74, comma 1, del tuir, avendo la contribuente optato nel 1996 per un piano di ammortamento quinquennale, a tale scelta era vincolata, con conseguente illegittimità del recupero nel 1999 della quota di costo superiore al quinto del totale.

La società contribuente resiste con controricorso, illustrato con successiva memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo l’amministrazione ricorrente denuncia la nullità della sentenza per motivazione apparente o inesistente, per avere, dopo l’enunciazione sintetica delle “tesi” della contribuente, osservato che “tale impostazione a parere di questa commissione è condivisibile in quanto conforme al dettato normativo evidenziato”.

Il motivo è infondato, in quanto più avanti, nella motivazione della sentenza sono spiegate le ragioni della decisione.

Con il secondo motivo, denunciando violazione degli artt. 66, 74 e 75 del tuir e falsa applicazione dell’art. 2426 cod. civ., l’amministrazione assume che nell’accertamento dei redditi d’impresa rientrerebbe la facoltà dell’amministrazione finanziaria di contestare i criteri utilizzati dal contribuente nella redazione del bilancio e di valutare la congruità dei costi in esso esposti e che, quindi, avrebbe errato la CTR che, violando le norme in rubrica, ha negato il potere dell’ufficio di contestare l’inserimento, da parte della società contribuente, delle spese di ricerca nell’attivo dello stato patrimoniale, affermando l’impossibilità per lo stesso di sindacare le valutazioni effettuate dal contribuente in sede civilistica.

Con il terzo ed il quarto motivo denuncia motivazione, rispettivamente, omessa e contraddittoria, sulla realizzabilità o meno del progetto, in relazione al quale la società contribuente aveva provveduto alla capitalizzazione ed all’immediato ammortamento delle spese di ricerca, e sulla contestazione da parte dell’ufficio dell’inserimento delle spese di ricerca da parte della contribuente nell’attivo dello stato patrimoniale – dovendo le stesse essere inserite nel conto economico – in quanto ritenute non capitalizzabili, e quindi non suscettibili di immediato ammortamento.

Con il quinto motivo, denunciando violazione del D.Lgs. n. 917 del 1986, art. 66, comma 2 e art. 74, comma 1, sostiene che, in base alla seconda disposizione in rubrica, il contribuente che abbia scelto di dedurre le spese di ricerca secondo un piano di ammortamento quinquennale per quote costanti non avrebbe la possibilità di modificare detto piano, portando integralmente in deduzione tutte le spese residue prima della scadenza del quinquennio, e che avrebbe quindi errato la CTR nel ritenere possibile tale modifica in quanto la regola dettata dall’art. 74, detto comma 1 non si applicherebbe ai casi in cui le spese di ricerca abbiano perso la loro “valenza civilistica”, essendo tale ultima ipotesi disciplinata dall’art. 66, comma 2, del tuir in tema di sopravvenienze passive.

Il secondo motivo è fondato, ove si consideri che nell’accertamento delle imposte sui redditi “è facoltà dell’Ufficio finanziario contestare anche solo i criteri utilizzati dal contribuente nella redazione del bilancio, per i loro riflessi fiscali negli esercizi futuri, senza necessariamente procedere, per il periodo considerato, alla determinazione di una maggiore pretesa impositiva, e senza che ciò comporti una preclusione al recupero d’imposta per gli anni successivi; ne consegue la legittimità dell’avviso di accertamento limitato alla censura contro il metodo di contabilizzazione ed il sistema di deduzione di una spesa sostenuta, assolvendo il predetto atto ad una funzione di regolarizzazione di altri aspetti del comportamento tributario della parte nel periodo, e di assicurazione del corretto svolgimento del rapporto fiscale nel futuro” (Cass. n. 12880 del 2008).

Va in proposito ribadito il generale principio, più volte affermato da questa Corte, secondo cui “in tema di imposta sui redditi, rientra nei poteri dell’Amministrazione finanziaria la valutazione di congruità dei costi e dei ricavi esposti nel bilancio e nelle dichiarazioni, anche se non ricorrano irregolarità nella tenuta delle scritture contabili o vizi negli atti giuridici d’impresa, con possibile negazione della deducibilità di un costo ritenuto insussistente o sproporzionato, non essendo l’Ufficio vincolato ai valori o ai corrispettivi indicati nelle delibere sociali o nei contratti” (Cass. n. 9497 del 2008).

E’ altresì fondato il quinto motivo del ricorso.

Questa Corte ha infatti chiarito come ai fini della determinazione del reddito d’impresa, con riguardo alle spese sostenute per “studi e ricerche” di cui al D.P.R. n. 917 del 1986, art. 74 (nel testo anteriore alle modifiche apportate dal D.Lgs. n. 344 del 2003), “è facoltà del contribuente scegliere se dedurre tali spese nell’esercizio di competenza, ovvero ripartirle per quote costanti negli esercizi successivi” (Cass. n. 13224 del 2007; cfr., inoltre, Cass. n. 6397 del 2000).

Si è in particolare sottolineato, con riguardo alle spese di pubblicità e propaganda, regolate in termini del tutto analoghi alle spese relative a studi e ricerche art. 74, successivo comma 2, tuir (cfr. Cass. n. 372 del 2006), che nella determinazione del reddito d’impresa “il D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 74 (ora art. 108), comma 2, consente di scegliere solo tra la deduzione integrale immediata delle spese di pubblicità e propaganda nell’esercizio in cui sono state sostenute e quella in quote costanti nell’esercizio stesso e nei quattro anni successivi, sicchè al contribuente non spetta uno “ius variandi” rispetto al vincolante criterio legale e la sua opzione, immodificabile, va mantenuta per tutti gli esercizi tra i quali viene ripartito l’ammortamento” (Cass. n. 26179 del 2014). E ciò configurandosi una siffatta opzione non come una manifestazione di scienza, ma, appunto, come una scelta, una manifestazione di volontà.

In conclusione, vanno accolti il secondo ed il quinto motivo, assorbito l’esame del terzo e del quarto motivo, e va rigettato il primo motivo, la sentenza va cassata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, con il rigetto del ricorso introduttivo della contribuente.

Le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

PQM

La Corte accoglie il secondo ed il quinto motivo del ricorso, assorbiti il terzo ed il quarto motivo, e rigetta il primo motivo, cassa la sentenza impugnata e, decidendo la causa nel merito, rigetta il ricorso introduttivo della contribuente. Condanna la società contribuente al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro 6.000 oltre alle spese prenotate a debito, nonchè a quelle per il primo ed il secondo grado, liquidate rispettivamente in Euro 800 ed in Euro 1.000.

Così deciso in Roma, il 4 dicembre 2015.

Depositato in Cancelleria il 29 dicembre 2016

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