Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27280 del 07/10/2021

Cassazione civile sez. III, 07/10/2021, (ud. 23/10/2020, dep. 07/10/2021), n.27280

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 33155/19 proposto da:

A.T., elettivamente domiciliato a Vicenza, v.le Trento n.

141, difeso dall’avvocato Davide Verlato, in virtù di procura

speciale apposta in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, rappresentato ex lege dall’Avvocatura dello

Stato, elettivamente domiciliato a Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– resistente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Venezia 1.7.2019 n.

2733;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

23 ottobre 2020 dal Consigliere relatore Dott. Marco Rossetti.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. A.T., cittadino ghanese, chiese alla competente commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4:

(a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato politico, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex artt. 7 e segg.;

(b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6 (nel testo applicabile ratione temporis).

2. A fondamento dell’istanza dedusse di avere lasciato il proprio Paese per sfuggire alla vendetta dei parenti di una persona da lui uccisa per difendersi da un’aggressione, la quale era stata ordinata dal capo del villaggio contro di lui perché accusato di lavorare in una miniera illegale.

3. La Commissione Territoriale rigettò l’istanza.

Avverso tale provvedimento A.T. propose, ai sensi del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 35, ricorso dinanzi al Tribunale di Venezia, che la rigettò con ordinanza 11.6.2018.

Tale ordinanza, appellata dal soccombente, è stata confermata dalla Corte d’appello di Venezia con sentenza 1.7.2019.

Quest’ultima ritenne, in primo luogo, che i motivi d’appello non erano formulati “come impone l’art. 342 c.p.c.”, in quanto in esso l’appellante “non si confronta” con la argomentazioni del Tribunale.

Dopo avere affermato ciò, la Corte lagunare è comunque passata ad esaminare il merito dell’appello, affermando che:

-) il richiedente non aveva fatto alcuno sforzo diligente per circostanziare il racconto:

-) non era comunque credibile;

-) il reato da lui commesso in patria impediva la concessione della protezione D.Lgs. n. 251 del 2007, ex artt. 10 e 16;

-) nell’area di provenienza del richiedente non esisteva un conflitto armato;

-) non poteva essergli concesso un permesso di soggiorno per motivi umanitari per concorrenti ragioni:

-) perché il richiedente non era attendibile;

-) perché il richiedente non aveva “nemmeno allegato” di avere raggiunto un certo grado di integrazione in Italia;

-) perché il richiedente in caso di rimpatrio non rischiava la violazione dei suoi diritti fondamentali;

-) in mancanza di altre circostanze specifiche, doveva escludersi che il richiedente fosse “vulnerabile” per il solo fatto di provenire dal Ghana.

4. Il provvedimento della Corte d’appello è stato impugnato per cassazione da A.T. con ricorso fondato su due motivi.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Va preliminarmente rilevato come la Corte d’appello, pur avendo affermato (pagina 5 della sentenza, secondo capoverso) che “i motivi di gravame sono articolati in maniera del tutto non puntuale specifica come impone l’art. 342 c.p.c.”, ha comunque ampiamente esaminato i motivi stessi; ha qualificato l’appello come “infondato” (e non inammissibile) a pagina 5, primo rigo, della sentenza; ha chiuso il proprio provvedimento dichiarando nel dispositivo di “respingere l’appello”.

Questi tre elementi, unitariamente considerati, inducono a ritenere che la Corte d’appello abbia inteso formulare un giudizio di infondatezza nel merito del gravame, e non di inammissibilità per a specificità, ai sensi dell’art. 342 c.p.c..

E’, dunque, è irrilevante la circostanza che il ricorrente non abbia impugnato il passaggio contenuto nella sentenza d’appello ove si afferma che i motivi di gravame non erano “puntuali e specifici”: quel passaggio, infatti, per quanto detto costituiva un mero obiter dictum, e non la reale ratio decidendi posta a fondamento della decisione impugnata.

1. Il primo motivo di ricorso, se pur formalmente unitario, contiene in realtà due censure, così riassumibili:

a) la Corte d’appello non ha acquisito d’ufficio informazioni per colmare le lacune del racconto del richiedente, violando in tal modo il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8;

b) la Corte d’appello ha ritenuto che l’omicidio commesso in patria dal richiedente fosse ostativo alla concessione della protezione, senza considerare che per quel reato in Ghana è prevista la pena di morte, né se le persone detenute in quel Paese fossero sottoposte a trattamenti inumani o degradanti

1.1. La prima delle suesposte censure è infondata: la Corte d’appello infatti, avendo ritenuto inattendibile il racconto del richiedente, non doveva compiere alcuno approfondimento officioso, salvo che per l’ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c).

E con riferimento a quest’ultima ipotesi l’accertamento officioso è stato compiuto (p. 8 della sentenza). Ne’ il ricorrente censura in alcun modo l’eventuale erroneità di tale valutazione.

1.2. La seconda censura è del pari infondata.

Avendo la Corte d’appello ritenuto inattendibile la storia dell’omicidio, non era tenuta ad alcuna indagine officiosa sulle condizioni carcerarie del Ghana.

Non sarà superfluo aggiungere che il Ghana è un paese c.d. “abolitionist de facto”, nel senso che il suo ordinamento prevede la pena di morte, ma per prassi costituzionale non viene più applicata da 27 anni (l’ultima esecuzione avvenne nel 1993).

2. Col secondo motivo è impugnato il rigetto della domanda di protezione umanitaria.

Il ricorrente, premesso che l’inattendibilità del richiedente non è di per sé ostativa al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, aggiunge che la Corte d’appello ha trascurato di esaminare:

a) il fatto decisivo rappresentato dalla sua integrazione in Italia;

b) il fatto decisivo rappresentato dalla violazione dei diritti umani in Ghana;

c) il fatto decisivo rappresentato dai quattro anni vissuti in Libia.

2.1. Le censure sub (a) è infondata.

La corte d’appello, infatti, non ha affatto trascurato di considerare la questione dell’integrazione raggiunta dal richiedente protezione in Italia; ha affrontato la questione, e concluso che:

-) il ricorrente non aveva “nemmeno allegato” quale fosse il grado di integrazione sociale raggiunto in Italia;

-) in ogni caso, quale che fosse tale livello di integrazione, esso era irrilevante dal momento che, in caso di rimpatrio, nessun diritto fondamentale del richiedente era esposto al rischio di violazione.

La prima di tali affermazioni è corretta in punto di diritto; la seconda costituisce un apprezzamento di fatto non censurabile in questa sede.

2.2. La censura sub (b) è infondata. La Corte d’appello ha ritenuto in facto che in Ghana le autorità “hanno assunto un posizione di controllo con possibilità di esercitare effettivamente i poteri pubblici diretti ad assicurare la giurisdizione interna e la sicurezza”, e anche questo ovviamente è un apprezzamento di fatto non sindacabile in questa sede.

2.3. La censura sub (c) è inammissibile per difetto di decisività.

Questa Corte ha già stabilito che le violenze subite nel paese di transito in tanto possono giustificare il rilascio del permesso di soggiorno umanitari, in quanto siano state tali da provocare strascichi di rilievo neurologico (Sez. 1, Ordinanza n. 13565 del 02/07/2020, Rv. 658235-01; Sez. 1, Ordinanza n. 1104 del 20/01/2020, Rv. 656791-01; Sez. 1, Ordinanza n. 13096 del 15/05/2019, Rv. 653885-01).

Nel caso di specie, tuttavia, il ricorrente non ha nemmeno prospettato che le pretese violenze subite durante il viaggio dal Ghana all’Italia (delle quali, del resto, nulla di preciso si riferisce nel ricorso) abbiano provocato in lui conseguenze psichiche così gravi, o sindromi neurologiche così devastanti, da renderlo una persona “vulnerabile”.

3. Non occorre provvedere sulle spese del presente giudizio, non essendovi stata difesa delle parti intimate.

PQM

la Corte di Cassazione:

(-) dichiara inammissibile il ricorso;

(-) ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 23 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 7 ottobre 2021

 

 

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