Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2728 del 28/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 28/01/2022, (ud. 25/11/2021, dep. 28/01/2022), n.2728

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29194/2020 proposto da

D.I., rappresentato e difeso dall’avvocato Clementina Di

Rosa (p.e.c. avv.dirosa.pec.it) per procura speciale in calce al

ricorso per cassazione;

– ricorrente –

nei confronti di:

Ministero dell’Interno, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

Generale dello Stato e domiciliato presso i suoi uffici in Roma via

dei Portoghesi 12;

– resistente –

avverso il decreto n. 2768/2020 del Tribunale de L’Aquila, emesso in

data 23 settembre 2020 e depositato in data 16 ottobre 2020, R.G. n.

2144/2018;

sentita la relazione in Camera di Consiglio del relatore cons.

Iofrida Giulia.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008 ex art. 35-bis, D.I., cittadino della Guinea, ha adito il Tribunale de L’Aquila impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria, e della protezione umanitaria.

Nel richiedere la protezione internazionale il ricorrente esponeva di aver lasciato il proprio paese a causa delle tensioni etniche tra peul e mandingo, in occasione di una delle quali egli era stato anche aggredito.

Il Tribunale, non essendo necessario procedere ad una nuova audizione del ricorrente, ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento di alcuna forma di protezione.

In particolare, i giudici di merito hanno ritenuto che la vicenda posta dal ricorrente alla base dell’espatrio risultasse non credibile, in quanto completamente priva di riscontri probatori e altamente generica (quanto al racconto delle tensioni tra peul e mandingo, all’aggressione subita e a come fosse sfuggito, nonché al motivo per cui non si sarebbe rivolto alla polizia), oltre che connotata da evidenti profili di implausibilità. Il Tribunale, sulla base delle COI acquisite d’ufficio (USDOS ed ECOI.net, 2020), ha inoltre escluso la sussistenza di una situazione di violenza generalizzata nel paese di origine del ricorrente, nonché la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria.

Avverso il predetto decreto, ha proposto ricorso per cassazione D.I., notificato il 13/11/2020, svolgendo cinque motivi.

L’intimata Amministrazione ha depositato atto di costituzione al fine di poter eventualmente partecipare alla discussione orale. E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta: a) In via preliminare errores in iudicando – violazione e falsa applicazione del D.L. 17 febbraio 2007, n. 13, artt. 3 e 4, e violazione e falsa applicazione artt. 28,43 e 70 c.p.c. – incompetenza per materia inderogabile (ex art. 360 c.p.c., n. 3); b) “Errores in iudicando – violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 3,5,6,7,8 e 14 – status di rifugiato e protezione sussidiaria”; c) “Errores in iudicando – violazione o falsa applicazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6 – Protezione di carattere umanitario (ex art. 360 c.p.c., n. 3)”; d) “Errores in iudicando violazione e falsa applicazione degli del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, e art. 27 comma 1 bis – omessa istruttoria ex officio (ex art. 360 c.p.c., n. 3)”; e) “Errores in procedendo – omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti (ex art. 360 c.p.c., n. 5)”.

2. Il primo motivo di ricorso è volto a censurare la violazione del D.L. n. 13 del 2017, art. 4, per aver il Tribunale de l’Aquila deciso sulla domanda di protezione internazionale del ricorrente, nonostante la fase amministrativa si fosse svolta innanzi alla Commissione territoriale di Caserta e il richiedente protezione fosse residente in una struttura di accoglienza sita in San Giorgio del Sannio (BV).

La doglianza è inammissibile.

Sebbene la competenza territoriale, secondo la mera prospettazione fatta in ricorso per cassazione dal richiedente, avrebbe dovuto radicarsi del Tribunale di Napoli D.L. n. 13 del 2017 ex art. 4, comma 1 (Cass. 1578/2019: “E’ competente a decidere sul ricorso per il riconoscimento della protezione internazionale, nel caso in cui il ricorrente non sia presente in una struttura di accoglienza governativa o in una struttura del sistema di protezione di cui al D.L. n. 416 del 1989, art. 1 sexies, come conv. – in base alla normativa applicabile prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 13 del 2017, art. 4, comma 1 – il tribunale in composizione monocratica del capoluogo del distretto di corte di appello in cui ha sede la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, o la sua sezione che ha pronunciato il provvedimento impugnato”; trattasi di fori alternativi inderogabili), deve rilevarsi che il giudizio di primo grado è stato incardinato proprio dal richiedente presso il Tribunale dell’Aquila, che si è ritenuto competente, decidendo nel merito.

Il ricorrente si duole, in questa sede di legittimità, che il Tribunale adito non si sia dichiarato d’ufficio incompetente. Orbene, secondo la vigente formulazione dell’art. 38 c.p.c., comma 3, sia l’incompetenza per materia che quella per valore nonché quella per territorio derogabile o inderogabile devono essere eccepite, a pena di decadenza, nella comparsa di risposta tempestivamente depositata, con la specificazione che l’eccezione di incompetenza per territorio si ha per non proposta se non contiene l’indicazione del giudice che la parte ritiene competente. Inoltre, quanto al potere ufficioso di rilievo del difetto di competenza, si prevede che l’incompetenza per materia, quella per valore e quella per territorio nei casi previsti dall’art. 28 (inderogabile) sono rilevate d’ufficio non oltre l’udienza di cui all’art. 183 c.p.c., mentre, per la competenza territoriale derogabile, risulta stabilito che “fuori dei casi previsti dall’art. 28, quando le parti costituite aderiscono all’indicazione del giudice competente per territorio, la competenza del giudice indicato rimane ferma se la causa è riassunta entro tre mesi dalla cancellazione della stessa dal ruolo”. Invero, a partire dalla Riforma del processo del 1990, “e’ divenuto operativo un meccanismo tale da poter giustificare il superamento del “vizio” originario di competenza e la prospettazione di una possibile “legittimazione (sopravvenuta) del giudice incompetente” in funzione dell’assolvimento di un principio generale di economia processuale destinato al soddisfacimento di un interesse generale pubblico e di quello delle stesse parti coinvolte di volta in volta nelle specifiche controversie, volto ad evitare, per quanto possibile, la definizione in rito del processo e fare in modo che lo stesso pervenga comunque al suo risultato finale, ovvero ad una pronuncia sul merito della domanda che abbia ad oggetto il diritto o rapporto giuridico sostanziale dedotto in giudizio” (Cass. S.U. 11886/2020).

Oltre il limite temporale della prima udienza, è quindi preclusa ogni questione riguardante la competenza. La disposizione contenuta nell’art. 38 c.p.c., comma 1, nel testo modificato dalla L. 26 novembre 1990, n. 353, art. 4, ma anteriore alla Riforma di cui alla L. n. 69 del 2009 (in cui il comma 1 corrispondeva all’attuale comma 3, salvo il riferimento alla prima udienza di trattazione in luogo di quella ex art. 183 c.p.c.), là dove ha introdotto una generale barriera temporale, di natura preclusiva, ai fini della possibilità di rilevare l’incompetenza per materia, per valore o per territorio nei casi previsti dall’art. 28 c.p.c., fissandola nella prima udienza di trattazione, è stata già ritenuta applicabile non soltanto ai processi (contenziosi) di cognizione ordinaria, ma anche a quelli da trattare quindi in Camera di Consiglio, come i procedimenti di volontaria giurisdizione (Cass. 8115/2003). Nella specie, il procedimento, ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 1, per il primo grado, si svolge secondo il rito camerale, ai sensi dell’art. 737 c.p.c., con conseguente piena operatività del disposto di cui all’art. 38 c.p.c., comma 3, nel testo vigente a seguito della L. n. 69 del 2009.

3. Con il secondo motivo di ricorso, ci si duole del mancato riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria. Il motivo è inammissibile, in quanto non si confronta con la valutazione negativa di credibilità operata dal Tribunale e, al di là di un mero richiamo alla disciplina applicabile, non presenta alcun elemento specifico in relazione alla situazione personale del ricorrente.

Peraltro, tutti gli aspetti significativi della vicenda narrata dal richiedente sono stati esaminati ed il giudizio di complessiva inattendibilità del racconto costituisce apprezzamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Invero, quanto alla violazione di legge, si è già chiarito che, in tema di protezione internazionale, la valutazione di non credibilità del racconto, costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito il quale deve valutare se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007 ex art. 3, comma 5 lett. c), ma pur sempre a fronte di dichiarazioni sufficientemente specifiche e circostanziate (Cass. 27593/2018 e Cass.29358/2018). Anche di recente (Cass. 11925/2020), si è affermato che “la valutazione di affidabilità del richiedente è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione che deve essere svolta alla luce dei criteri specifici, indicati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, oltre che di quelli generali di ordine presuntivo, idonei ad illuminare circa la veridicità delle dichiarazioni rese; sicché, il giudice è tenuto a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, i cui esiti in termini di inattendibilità costituiscono apprezzamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”.

4. Nel terzo motivo di ricorso, si lamenta il mancato riconoscimento della protezione umanitaria in virtù della condizione di vulnerabilità, oggettiva e soggettiva, del ricorrente determinata dalla giovane età, dall’assenza di legami sociali attuali e dalle molteplici criticità del Paese di origine e dalle violenze patite nei paesi di transito.

Il motivo è inammissibile in quanto ci si limita ad operare una disamina della giurisprudenza di legittimità in materia di protezione umanitaria senza tuttavia fornire alcun elemento specifico circa eventuali vulnerabilità specifiche del ricorrente, risolvendosi in una mera elencazione generica, non supportata dall’indicazione di allegazioni specifiche riportate in sede di giudizio di merito.

Il ricorrente manca pertanto di indicare quali siano i fatti alternativi desumibili da fonti informative successive, dovendosi confermare il principio di diritto già espresso da questa Corte (Cass. 30105/2018) secondo cui “il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, nel prevedere che “Ciascuna domanda è esaminata alla luce di informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo e, ove occorra, dei Paesi in cui questi sono transitati…” deve essere interpretato nel senso che l’obbligo di acquisizione di tali informazioni da parte delle Commissioni territoriali e del giudice deve essere osservato in diretto riferimento ai fatti esposti ed ai motivi svolti in seno alla richiesta di protezione internazionale, non potendo per contro addebitarsi la mancata attivazione dei poteri istruttori officiosi, in ordine alla ricorrenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione, riferita a circostanze non dedotte”.

La doglianza è altresì inammissibile perché, in maniera peraltro del tutto generica, mira a sostituire le proprie valutazioni con quella, svolta, sulla base di informazioni tratte da fonti attuali, insindacabilmente (al di fuori dei limiti dell’attuale formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5).

5. Il quarto motivo di ricorso censura la violazione del dovere di cooperazione istruttoria da parte del Giudice del merito per non aver svolto una valutazione sufficientemente approfondita in merito alla situazione socio-politica del paese di origine e di quelli ove il richiedente è transitato, anche alla luce dell’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia da virus Covid-19.

La censura è inammissibile, in quanto non indica quali informazioni utilizzate dal Tribunale circa la situazione della Guinea siano da ritenersi inadeguate. Inoltre, non contrappone alcun fatto alternativo derivante da altra fonte, limitandosi a riportare genericamente una diversa valutazione della situazione del paese, oltre al quadro normativo che disciplina il dovere di cooperazione istruttoria da parte del Giudice e alcuni precedenti di merito.

6. Il quinto motivo di ricorso è volto a censurare l’omesso esame degli elementi di vulnerabilità soggettiva e oggettiva forniti dal ricorrente quali la giovane età, l’assenza di legami sociali attuali, il clima di diffusa insicurezza nella regione di provenienza, l’integrazione socio-culturale sul territorio italiano e la crisi sanitaria in corso.

Anche tale censura è inammissibile.

Invero, tale doglianza, come la terza, non presenta chiari riferimenti a cosa sarebbe stato allegato né tanto meno alla fase di giudizio in cui tale allegazioni sarebbero state portate alla cognizione del Giudice del merito.

L’unico elemento, indicato in modo specifico, è il lavoro prestato come bracciante agricolo presso la ditta di P.A. (dal 19 luglio 2019 al 31 dicembre 2019) e il lavoro a tempo determinato, come operatore scarico e carico merci, presso la ditta G.G. (dal giugno 2020 al dicembre 2020).

Ora, il Tribunale ha rilevato nel decreto impugnato che era stato prodotto un unico contratto di lavoro (della durata di cinque mesi, scaduto a dicembre 2018) e, dal ricorso, non è possibile evincere se e quando gli altri due contratti sono stati allegati durante il giudizio di merito. In ogni caso, le Sezioni Unite (Cass. 24413/2021) si sono nuovamente pronunciate sul tema della protezione umanitaria, alla stregua del testo del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, anteriore alle modifiche recate dal D.L. 4 ottobre 2018, n. 113, e del contenuto della valutazione comparativa affidata al giudice, tra la situazione che, in caso di rimpatrio, il richiedente lascerebbe in Italia e quella che il medesimo troverebbe nel Paese di origine, già condiviso dalle Sezioni Unite, con la precedente sentenza n. 29459/2019, affermando il seguente principio di diritto: “In base alla normativa del T.U. Imm. anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 113 del 2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta in Italia. Tale valutazione comparativa dovrà essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese d’origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano. Situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel Paese d’origine possono fondare il diritto del richiedente protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia. Per contro, quando si accerti che tale livello sia stato raggiunto, se il ritorno in Paesi d’origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare, sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi del T.U. cit., art. 5, per riconoscere il permesso di soggiorno”.

Ora, nel presente giudizio, il Tribunale ha escluso una situazione personale di vulnerabilità soggettiva ed oggettiva, meritevole di protezione per ragioni umanitarie, rilevando che non era stata neppure allegata sufficiente documentazione dal richiedente, al fine di integrare il requisito della integrazione effettiva, sociale e lavorativa, nel nostro Paese.

La decisione risulta quindi conforme a diritto.

7. Per tutto quanto sopra esposto, il ricorso va dichiarato inammissibile. Non v’e’ luogo a provvedere sulle spese processuali non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 25 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 28 gennaio 2022

 

 

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