Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27269 del 30/11/2020

Cassazione civile sez. I, 30/11/2020, (ud. 29/09/2020, dep. 30/11/2020), n.27269

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11630/2019 proposto da:

E.U.S., domiciliato in Roma, piazza Cavour,

presso la Cancelleria Civile della Corte di Cassazione,

rappresentato e difeso dall’avvocato Antonio Almiento, giusta

procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di LECCE, depositato il 13/03/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

29/09/2020 da Dott. FALABELLA MASSIMO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – E’ impugnato per cassazione il decreto del Tribunale di Lecce del 13 marzo 2019. Con quest’ultima pronuncia è stato negato che al ricorrente E.U.S. – nominato nel provvedimento come E.U.S. – potesse essere ammesso alla protezione umanitaria.

2. – Il ricorso per cassazione si fonda su sei motivi ed è corredato di memoria. Il Ministero dell’interno, intimato, ha depositato un atto di costituzione in cui non sono svolte difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Il primo motivo oppone la “violazione o falsa applicazione di una norma giuridica sostanziale o processuale”, per avere il Tribunale “mutato illegittimamente il rito rispetto allo strumento processuale ex art. 702 bis c.p.c. (monocratico) utilizzato dal ricorrente e l’applicazione del rito del D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35 bis (collegiale) disposta dal Tribunale”.

Il secondo motivo lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 5 per la sopravvalutazione di alcune imprecisioni nella narrazione dei fatti alla Commissione territoriale.

Con il terzo motivo viene denunciata la nullità del decreto e del procedimento per violazione del combinato disposto del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 avendo riguardo all'”omesso esame del ricorrente”.

Il quarto motivo lamenta la nullità del decreto o del procedimento, per la violazione del potere e dovere ufficioso del giudice di acquisire informazioni e documenti rilevanti in base al diritto vivente, al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e alla dir. 2004/83/CE, nonchè per il contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili; propone altresì una censura di omessa, erronea o insufficiente valutazione della situazione epidemica costituita dalla febbre di Lassa.

Con il quinto mezzo il ricorrente denuncia per cassazione la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19 anche in relazione alle previsioni di cui al D.P.R. n. 349 del 1999, art. 28, comma 1, alla L. n. 110 del 2017, all’art. 10 Cost. e art. 3 CEDU, per avere il Tribunale “errato a non applicare al ricorrente la protezione, non potendo essere rifiutato il permesso di soggiorno allo straniero, qualora ricorrano seri motivi di carattere umanitario, nonchè essendo vietata l’espulsione dello straniero che possa essere perseguitato nel suo paese d’origine o che ivi possa correre gravi rischi”.

Il sesto motivo prospetta, infine, la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 8 CEDU, nonchè l’omesso esame circa un fatto decisivo e la mancata valutazione della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria.

2. – Il primo motivo è fondato; i restanti rimangono assorbiti.

Si deve aver riguardo alla disciplina anteriore a quella introdotta dal D.L. n. 113 del 2018, art. 1, comma 3, lett. a), convertito con modificazioni dalla L. n. 132 del 2018.

Come ricordato di recente da questa Corte, il D.L. n. 13 del 2017, art. 3, comma 4 introdotto dalla Legge di conversione n. 46 del 2017, ha stabilito che sono soggette al rito camerale speciale (caratterizzato da decisione in forma collegiale, udienza solo eventuale, esclusione dell’appello, impugnabilità solo con ricorso per cassazione) unicamente le controversie di cui all’art. 3, comma 1, lett. c); pertanto per le controversie di cui alla lett. d), relative al riconoscimento della protezione umanitaria, il rito applicabile è quello ordinario con decisione assunta dal Tribunale in composizione monocratica, soggetta ad appello, oltre che a ricorso per cassazione. La formulazione normativa così ricostruita ha pertanto creato una distinzione tra le azioni volte al riconoscimento della protezione internazionale (finalizzate al riconoscimento dello status di rifugiato, ovvero della protezione sussidiaria) e le azioni volte al riconoscimento della (sola) protezione umanitaria; il legislatore, pur avendo attribuito per tutte tali controversie la competenza alle sezioni specializzate, ha tuttavia scelto riti diversi, ossia per il giudizio di protezione internazionale uno speciale rito camerale e per il giudizio relativo alla protezione umanitaria, il rito ordinario dinanzi al Tribunale in composizione monocratica. Pertanto in caso di proposizione di ricorso riguardante soltanto la protezione umanitaria, il rito applicabile, nel periodo di vigenza è quello ordinario di cognizione o, a scelta del ricorrente, il rito sommario di cognizione ex art. 702 bis c.p.c. e la relativa decisione (sentenza o ordinanza, a seconda dei casi) è impugnabile con l’appello (così Cass. 30 gennaio 2020, n. 2120; cfr. pure Cass. 13 febbraio 2020, n. 3668; Cass. 19 giugno 2019, n. 16458).

Nel caso in esame il Tribunale ha deciso del ricorso, pacificamente inerente alla domanda di protezione umanitaria, in composizione collegiale e adottando la forma del decreto.

E’ bene avvertire che ciò non implica l’inammissibilità del ricorso per cassazione, sotto il riflesso della non impugnabilità, con tale mezzo, della decisione del tribunale, in assenza dell’accordo delle parti per omettere l’appello (previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 2). E’ consolidato, infatti, il principio per cui l’identificazione del mezzo di impugnazione esperibile contro un provvedimento giurisdizionale va operata, a tutela dell’affidamento della parte, con riferimento esclusivo a quanto previsto dalla legge per le decisioni emesse secondo il rito in concreto adottato, con ciò venendo soddisfatte le medesime esigenze di tutela salvaguardate dal c.d. principio dell’apparenza, in riferimento alla qualificazione dell’azione (giusta od errata che sia) effettuata dal giudice (Cass. 13 febbraio 2015, n. 2948; Cass. 7 ottobre 2010, n. 20811).

Ciò posto, va censurata la scelta del Tribunale di applicare al procedimento in esame il rito camerale speciale nonostante la controversia non rientrasse tra quelle che ratione temporis erano disciplinate dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis (per tali dovendosi intendere quelle, che in ragione di questo articolo, erano indicate allo stesso D.Lgs., art. 35, comma 1, relative alle domande di riconoscimento dello status di rifugiato e di protezione sussidiaria).

Il decreto va pertanto cassato con rinvio della causa al Tribunale, che, in diversa composizione, statuirà pure sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

LA CORTE

accoglie il primo motivo e dichiara assorbiti i restanti; cassa il decreto impugnato e rinvia la causa al Tribunale di Lecce, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 29 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 30 novembre 2020

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