Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2726 del 02/02/2017


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Cassazione civile, sez. III, 02/02/2017, (ud. 19/12/2016, dep.02/02/2017),  n. 2726

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – rel. Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 11514-2015 proposto da:

TEXIL RENT SRL rappresentante pro tempore, SALUSSO, considerata

domiciliata ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI

CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato CATALDO GIOSUE’

unitamente all’avvocato DANIELE SPIRITO MICHELETTA TITA’ giusta

procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

M.E., considerato domiciliato ex lege in ROMA, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso da se

medesimo;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 643/2015 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 02/04/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

19/12/2016 dal Consigliere Dott. FRANCO DE STEFANO;

udito l’Avvocato M.E.;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO ROSARIO GIOVANNI che ha concluso per l’inammissibilità o

manifesta infondatezza, condanna aggravata alle spese e statuizione

sul Contributo Unificato.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1.- La Texil Rent srl si oppose, con ricorso 5.10.12 ai sensi dell’art. 702-bis cod. proc. civ., al precetto del 18.7.12, ad essa intimato dall’avv. M.E. per Euro 5.591,42, contestando sia la voce relativa all’IVA su spese processuali liquidate con sentenza del tribunale di Mondovì n. 113/12 in quanto ivi controparte si era difeso in proprio ex art. 86 cod. proc. civ., sia le voci per richiesta di registrazione, disamina ed esame del testo integrale della sentenza esposte nel precetto; e, resistendo alla domanda l’opposto, il medesimo tribunale di Mondovì rigettò l’opposizione con ordinanza del 10.4.13, condannando l’opponente alle spese di lite e pure ai sensi dell’art. 96 cod. proc. civ..

2.- L’appello interposto dalla Texil Rent srl con atto notificato il 17.4.13, cui M. resistette, fu poi rigettato, con ulteriore condanna dell’appellante ai sensi dell’art. 96 cod. proc. civ., dalla corte di appello di Torino con sentenza n. 643 del 2.4.15: per la cassazione della quale ricorre oggi la soccombente, con atto notificato il 10.4.15 ed articolato su due motivi, cui resiste con controricorso il M.; e, per la pubblica udienza del 19.12.16, entrambe le parti depositano memorie ai sensi dell’art. 378 cod. proc. civ..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

3.- Vanno dapprima esaminate le eccezioni preliminari sollevate dalla ricorrente con la memoria ai sensi dell’art. 378 cod. proc. civ.; ma esse sono infondate. In disparte ogni altra considerazione, invero, anche a voler configurare quali nullità le irritualità nella notificazione prospettate dalla Texil Rent srl (imperfetta osservanza di alcune delle disposizioni della L. 21 gennaio 1994, n. 93, in tema di indicazione del numero dell’autorizzazione del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati; notifica a mezzo posta spedita dall’ufficio postale di Mondovì al domicilio eletto dal ricorrente fuori Roma, nonostante l’indicazione dell’indirizzo di posta elettronica certificata), ciò che fondatamente potrebbe dubitarsi almeno per la prima (potendo ritrarsi idonea identificazione del notificante dal contesto complessivo dell’atto – Cass. 20 maggio 2015, n. 10272, ovvero Cass., ord. 17 giugno 2014, n. 13758 – e così non essendo elemento indispensabile l’indicazione del numero dell’autorizzazione), esse:

– sarebbero comunque suscettibili di sanatoria, come è previsto dalla stessa giurisprudenza richiamata dalla Texil Rent srl tanto per la prima (Cass. 19 febbraio 2014, n. 3934, oltretutto relativa alla disciplina della L. 21 gennaio 1994, n. 53 – e non n. 93, come indicato in memoria anteriore alle modifiche arrecate a partire dalla L. 12 novembre 2011, n. 183, art. 25, comma 3, lett. a), con previsione di poteri molto più ampi e liberalizzati in capo agli avvocati notificanti) che per la seconda irritualità denunziata (Cass. 18 giugno 2014, n. 13857);

– e sono state poi in concreto sanate per avere la stessa controparte dell’atto, così notificato, preso pienamente posizione sul medesimo, secondo quanto è reso evidente dalla pienezza delle repliche svolte dalla ricorrente nella memoria ai sensi dell’art. 378 cod. proc. civ..

4.- Ciò posto, va osservato che, col primo motivo, la ricorrente Texil Rent srl lamenta “violazione del D.M. 8 aprile 2004, n. 127, art. 1 e art. 91 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”: contestando la soluzione data dalla corte territoriale in punto di spettanza al precettante dei diritti per la registrazione della sentenza, per la disamina di questa e per l’esame del suo testo integrale, in quanto illegittimamente duplicate per doversi ritenere già comprese nella liquidazione globale contenuta nella sentenza costituente il titolo esecutivo azionato, soprattutto sulla base di Cass. n. 12579/13, Cass. 6973/87 e Cass. 7156/87.

5.- Il motivo è inammissibile, non potendoli stabilirsi se il titolo in concreto azionato comprendesse già di per sè le voci addotte come duplicate, cioè quelle per la registrazione della sentenza, la disamina della stessa e l’esame del suo testo integrale, per definizione relative ad attività successive all’emanazione del titolo.

6.- E’ ben vero che anche di recente si ribadisce come “in tema di liquidazione delle spese processuali, le attività strumentali alla conoscenza del contenuto del provvedimento e alla successiva fase d’impugnazione – quali la richiesta di copie, il loro ritiro, la notifica della sentenza, l’accesso all’ufficio per ottenere l’atto notificato, l’esame della relazione di notifica e il prelievo del fascicolo – attengono alla fase del giudizio di cognizione, come previsto dalla tabella B allegata al D.M. 8 aprile 2004, n. 127 (ratione temporis applicabile), sicchè le relative indennità vanno incluse dal giudice nel computo totale dei diritti richiesti con la nota spese” (Cass., ord. 15 gennaio 2015, n. 548, sostanzialmente conforme sul punto a Cass. 1 settembre 1987, n. 7156, o a Cass. 20 agosto 1987, n. 6973, effettivamente richiamate dall’odierna ricorrente e non prese in considerazione in modo espresso dalla qui gravata sentenza; e con principio ripreso anche da Cass. 1 agosto 2016, n. 16008, dalla ricorrente richiamato nella memoria ex art. 378 cod. proc. civ.).

7.- Tuttavia già potrebbe obiettarsi, con Cass. 20 giugno 2011, n. 13482, che le attività successive alla formazione del titolo e prodromiche alla sua messa in esecuzione dovessero, già nel regime del D.M. 8 aprile 2004, n. 127, in G.U. n. 115, suppl. ord. 18.5.04, mantenere autonomia rispetto alle liquidazioni precedentemente operate, per le ragioni ivi ampiamente esplicate (v. punto 8 della relativa motivazione): del resto, coerentemente col riconoscimento, invalso nella giurisprudenza di questa Corte (Cass. 28 settembre 2011, n. 19791; Cass. 29 luglio 2002, n. 11170; Cass. 20 gennaio 1994, n. 457), del potere del precettante di autoliquidarsi nel precetto stesso appunto le spese e le competenze per le attività successive all’emanazione del titolo azionato.

8.- Impregiudicata peraltro tale ultima questione ed in via dirimente, comunque, deve osservarsi che la precettata Texil Rent srl in ricorso non trascrive il titolo con la liquidazione giudiziale delle spese poi azionato dalla controparte e la nota spese ad esso sottesa, nè offre gli elementi atti a scomporre ed analizzare quella liquidazione, da cui tale duplicazione possa trasparire con evidenza per risultare comprese quelle voci nell’uno se non anche – prima di quello – nell’altra, nè del resto sostiene la tesi della duplicazione con un’analitica ricostruzione del totale liquidato nel titolo azionato e con la verifica della sua corrispondenza ad un importo complessivo che, tenuto conto dei parametri di liquidazione applicati e dello scaglione di valore di riferimento, potesse effettivamente reputarsi come comprendente quei diritti ulteriori; in tal modo, la sua tesi circa la duplicazione di attività relative al titolo posto a base del precetto non può nemmeno essere in concreto verificata e il relativo motivo va dichiarato inammissibile.

9.- Col secondo motivo, la ricorrente lamenta “violazione dell’art. 2697 c.c. e art. 96 c.p.c., comma 1 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”, in riferimento alla reiezione del suo appello avverso il capo della sentenza di primo grado con cui era stata condannata per responsabilità aggravata: e ciò sia in punto di an debeatur (per la carenza di precedenti, di legittimità o di merito, alla cui stregua definire la possibilità della consapevolezza dell’infondatezza delle proprie tesi), che di quantum debeatur (per avere essa opponente prescelto uno strumento processuale di evidente celerità e per avere proposto solo un’altra opposizione, senza alcun intento dilatorio, come si poteva desumere dall’assenza di istanze di sospensione); ma il motivo è in parte inammissibile ed in parte infondato.

10.- Non è pertinente, in primo luogo, il richiamo all’art. 2697 cod. civ., posto che la violazione o la falsa applicazione di questo precetto è configurabile soltanto nell’ipotesi che il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne risulta gravata, non anche quando, a seguito di una valutazione delle acquisizioni istruttorie prospettata come incongrua, si reputi avere il giudice errato nel ritenere che la parte onerata non abbia assolto tale onere, in questo caso avendosi soltanto un erroneo apprezzamento sull’esito della prova (tra le più recenti: Cass. Sez. Un., 31 maggio 2016, n. 11383; in precedenza, tra molte: Cass. settembre 2006, n. 19064; Cass. 17 giugno 2013, n. 15107; Cass. 30 dicembre 2015, n. 26110).

11.- Inoltre, l’accertamento, ai fini della condanna al risarcimento dei danni da responsabilità aggravata ex art. 96 cod. proc. civ., dei requisiti dell’aver agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave (comma 1) ovvero del difetto della normale prudenza (comma 2) implica un apprezzamento di fatto non censurabile in sede di legittimità se la sua motivazione in ordine alla sussistenza o meno dell’elemento soggettivo ed all’an ed al quantum dei danni di cui è chiesto il risarcimento risponde ad esatti criteri logico-giuridici (per tutte: Cass. 12 gennaio 2010, n. 327).

12.- A questo riguardo, invero:

– in punto di an, già il primo giudice – con valutazione confermata, con significativamente decisivo riferimento alla colpa grave, anche in appello – aveva fondato la condanna almeno sul difetto di normale diligenza per l’acquisizione della conoscenza sulla non fondatezza delle domande dispiegate ed alla loro reiterazione nonostante la – relativa esiguità degli importi, riferendo tale elemento peraltro anche all’originaria contestazione, ben tardivamente abbandonata, della spettanza dell’IVA su diritti e onorari liquidati all’avvocato che aveva agito in proprio;

– in punto di danno risarcibile e poi di quantum, il riferimento alla durata del processo come causa di per sè sola di un danno, già rilevante ai fini della L. n. 89 del 2001, è idoneo parametro anche ai fini dell’art. 96 cod. proc. civ. (Cass. 27 novembre 2007, n. 24645; Cass. 30 aprile 2010, n. 10606), non rilevando che un processo si sia svolto con un rito più celere di altri, quando si sia accertato che ad esso si è dato corso almeno per colpa grave: affermazione che può qui ribadirsi, sia pure intendendola nel senso della normale inerenza del pregiudizio alla situazione dedotta, in applicazione della massima di comune esperienza dell’id quod plerumque accidit ed occorrendo pur sempre un’allegazione sufficientemente circostanziata del danneggiato, resistibile con idonei argomenti o prove contrari ad opera del controinteressato (da ultimo, su analoga limitazione della concezione del c.d. danno in re ipsa, da intendersi quale nozione sostanzialmente descrittiva, v. Cass., ord. 15 dicembre 2016, n. 25898).

13.- Il ricorso va pertanto rigettato e la ricorrente, integralmente soccombente, condannata alle spese del giudizio di legittimità in favore del controricorrente.

14.- Non sussistono i presupposti per la condanna per responsabilità aggravata anche dinanzi a questa Corte per la peculiarità delle ragioni della reiezione dell’impugnazione di legittimità, ma si deve dare atto mancando ogni discrezionalità al riguardo (Cass. 14 marzo 2014, n. 5955) – della sussistenza dei presupposti per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 in tema di contributo unificato per i gradi o i giudizi di impugnazione e per il caso di reiezione integrale, in rito o nel merito, di questi.

PQM

La Corte:

– rigetta il ricorso;

– condanna la Texil Rent srl, in pers. del leg. rappr.nte p.t., al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore di M.E., liquidate in Euro 1.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre maggiorazione per spese generali ed accessori nella misura di legge;

– ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater come modif. dalla L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della terza sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 19 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 2 febbraio 20172017

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