Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27233 del 07/10/2021

Cassazione civile sez. I, 07/10/2021, (ud. 08/07/2021, dep. 07/10/2021), n.27233

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – rel. Consigliere –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 8718/2017 proposto da:

Immagini Video Foto s.n.c. di F.D., M.F. e

L.R., nella persona dei legali rappresentati pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avv. Tommaso Savito, giusta procura

speciale in calce al ricorso per cassazione, elettivamente

domiciliata in Roma, Piazza Benedetto Cairoli, n. 2, presso lo

studio C. e C. & Partners – Studio Legale Associato Avv. Orazio

Castellana.

– ricorrente –

contro

R.G., rappresentato e difeso dall’Avv. Prof. Gianvito

Giannelli, unitamente e disgiuntamente all’Avv. Carmelo Michele De

Giorgio, elettivamente domiciliato in Roma, via Gregorio VII, n.

154, giusta procura speciale in calce al controricorso.

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di appello di LECCE, sezione

distaccata di Taranto, n. 141/2016, pubblicata il 21 marzo 2016, non

notificata;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

08/07/2021 dal Consigliere Dott. Lunella Caradonna.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con sentenza del 21 marzo 2016, la Corte di appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, ha rigettato l’appello proposto dalla società Foto Video Immagini di C.P., F.D., M.F. e L.R., avverso la sentenza del Tribunale di Taranto n. 213/2012 del 22 novembre 2012, che, con sentenza definitiva (che aveva fatto seguito alla sentenza non definitiva dello stesso Tribunale del 17 febbraio 2010, aveva dichiarato che la partecipazione del socio receduto, R.G. era cessata alla data del 15 dicembre 2007 per effetto di accettazione del recesso e la nullità della Delibera di esclusione dalla società) aveva determinato il valore della quota del socio receduto in Euro 91.858,09, computando in sommatoria il valore delle attrezzature aziendali, dell’avviamento e dei crediti verso i soci.

2. La Corte di appello territoriale ha ritenuto corretta l’inclusione, tra le entità economicamente rilevanti per la ricostruzione del valore attuale della quota del socio receduto, anche dell’avviamento ai sensi dell’art. 2289 c.c., concretando esso un fattore di redditività dell’azienda e di cui doveva tenersi conto anche nell’ipotesi di scioglimento del rapporto sociale del socio di società di persone, poiché ogni incremento dell’azienda appartenente a tutti i soci era imputabile alla capacità personale ed al contributo di mezzi ed opere di ciascun socio; che la necessità di computare l’avviamento non poteva essere esclusa sulla base della considerazione che si trattava di società tra artigiani e fotografi, stante l’indubitabile apporto recato da ciascun socio alla società nel suo unitario complesso; che la stessa società aveva esplicitamente reputato dovuta al R. la somma a titolo di avviamento come risultava dalla bozza di accordo del 29 ottobre 2007; che non era stato censurato il criterio concretamente utilizzato dal Tribunale, sulla base delle risultanze della consulenza tecnica contabile disposta, per la determinazione dell’avviamento, ma solo la possibilità di tenere conto di siffatta unità economicamente rilevante; la questione della mancata considerazione da parte del Tribunale di somme già percette dal R. tramite prelevamenti in contanti dalla cassa sociale e a mezzo di addebiti per contributi previdenziali ed imposte sul conto corrente della società non risultava essere stata tempestivamente prospettata in primo grado, essendo stata accennata nel verbale di udienza del 7 dicembre 2011 e all’esito dei chiarimenti offerti dal consulente tecnico d’ufficio in ordine all’elaborato peritale, con la conseguenza che la stessa non poteva trovare ingresso in sede di appello per il divieto di cui all’art. 345 c.p.c.; in ogni caso, la questione era priva di dimostrazione non essendo stati prodotti i documenti di prelievo di denaro menzionati nel verbale del 7 dicembre 2011 e non essendo stato fatto alcun cenno nella bozza di accordo del 29 ottobre 2007, né esistevano i cosiddetti paritari di cassa del “conto soci c/ prelevamenti” del 2007 e 2008 che il consulente tecnico d’ufficio aveva menzionato come inviatigli dal consulente di parte della società, sicché non ne era possibile l’esame; che anche nella comunicazione dell’11 febbraio 2008, inviata dalla società al consulente di parte del R. ed allegata alla consulenza tecnica d’ufficio, la stessa società evidenziava la “inesistenza di documenti probatori”; che pertanto, in mancanza di prova, il credito della società nei confronti dei soci risultava correttamente appostato nella misura di Euro 97.720,56 e non appariva possibile la decurtazione dall’importo da liquidarsi al socio receduto della somma di Euro 24.897,28 che la società assumeva già percetta dal medesimo; che la condanna alle spese della società era stata correttamente motivata in ragione della soccombenza della stessa e che la compensazione delle spese processuali costituiva una mera facoltà del giudice, come tale non censurabile.

3. La società Immagini Video Foto s.n.c. di F.D., M.F. e L.R. ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi.

4. R.G. ha depositato controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo si deduce la violazione dell’art. 2289 c.c. e dell’art. 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, avendo errato i giudici di merito ad avere considerato il valore dell’avviamento commerciale, quale risultato economico scaturente dal periodo in cui faceva parte della società il socio R., senza apportare i dovuti contemperamenti, che derivavano dal documentato stretto collegamento tra la clientela acquisita dallo stesso nell’ambito del territorio in cui operava da solo, cioè la città di (OMISSIS) e dall’attività proseguita sempre quale fotografo, nella stessa città di (OMISSIS), dopo la cessazione del rapporto societario; il socio R. non solo aveva proseguito, di fatto, l’attività nello stesso campo e nello stesso settore e soprattutto nello stesso centro in cui in precedenza la svolgeva in nome della società, ma aveva anche acquisito servizi fotografici stipulati con alcuni clienti durante il rapporto societario; non erano stati considerati, poi, tutta una serie di documenti che dimostravano che il R. aveva mantenuto la clientela e che l’avviamento commerciale procurato dalla sua attività personale non era rimasto alla società, ma era stato da lui acquisito, dato che egli aveva costituito, appena due mesi dopo l’uscita (il 21 novembre 2008), una nuova società, intestata al coniuge F.E., che aveva conseguito ricavi pari ad Euro 2.233,00 nel 2008, Euro 36.203,00 nel 2009 e ad Euro 53.600,00 nel 2010, a fronte di una contrazione di ricavi della società Immagini Foto Video nel 2008 pari a 75.255,80, nel 2009 di Euro 33.740,42 e nel 2010 di Euro 20.942,72; che la somma di Euro 25.000, corrisposta a titolo di avviamento incluso nella liquidazione della quota offerta al R. era correlata alla espressa previsione del divieto di esercitare direttamente o per interposta persona l’attività di fotografo nei comuni di (OMISSIS) e, quindi, al divieto di concorrenza per 5 anni.

1.1 Il motivo è inammissibile.

1.2 Ed invero le doglianze prospettate dalla società ricorrente in primo grado, come rilevato anche dai giudici di secondo grado, a pagina 7 della sentenza impugnata, riguardavano soltanto la “possibilità di tenere conto di siffatta entità economicamente rilevante” ai fini della liquidazione della quota del socio receduto, e la Corte di appello, sul punto, ha correttamente affermato da un lato che l’avviamento doveva essere considerato, ai sensi dell’art. 2289 c.c., in quanto fattore di redditività dell’azienda e di cui doveva tenersi conto anche nell’ipotesi di scioglimento del rapporto sociale di società di persone, perché ogni incremento era imputabile alla capacità personale e al contributo di mezzi ed opere dato da ciascuno dei soci e dall’altro che la necessità di tenere conto dell’avviamento non poteva comunque essere esclusa sulla base della considerazione che la società in esame era una società tra artigiani – nello specifico fotografi -, atteso l’apporto dato da ciascuno dei soci alla società nel suo unitario complesso, con le proprie capacità personali, e l’incidenza della correlazione degli stessi con la clientela degli ambiti territoriali di rispettiva competenza e, dall’altro, che anche la società aveva tenuto conto dell’avviamento nella bozza di accordo del 29 ottobre 2007, recante l’espressa ipotesi di quantificazione di tale posta.

1.3 La Corte territoriale, sul punto, ha inoltre evidenziato che nessuna censura era stata prospettata in ordine al criterio concretamente utilizzato dal Tribunale per la determinazione dell’avviamento, sulla base delle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio e che, piuttosto, la società ricorrente aveva espressamente riconosciuto, a pagina 20 dell’atto di appello, la correttezza del computo del credito nei confronti dei soci nella misura di Euro 97.720,56 sulla base del bilancio straordinario fatto pervenire al consulente tecnico d’ufficio con riferimento alla data del 15 dicembre 2007, data di cessazione della partecipazione del socio per avvenuta accettazione del recesso, come accertato dalla sentenza non definitiva di primo grado del 17 dicembre 2010) (cfr. pag. 7 della sentenza impugnata).

1.4 Per quel che rileva in questa sede, dunque, il R. ha chiesto in primo grado la liquidazione della quota secondo la consistenza del patrimonio alla data del recesso, senza assumere il sopraggiungere di fatti incrementativi, mentre la società non risulta aver opposto, sempre in primo grado, eventi implicanti diminuzione o perdita dell’originaria dotazione della società, né ha eccepito la sussistenza di prelevamenti in contanti dalla cassa sociale o addebiti per contributi previdenziali ed imposte sul conto corrente della società; la Corte, dunque, correttamente ha affermato che la questione della mancata considerazione da parte del Tribunale di somme già percette dal R. tramite prelevamenti in contanti dalla cassa sociale e a mezzo di addebiti per contributi previdenziali ed imposte sul conto corrente della società non risultava essere stata tempestivamente prospettata in primo grado, essendo stata “accennata” nel verbale di udienza del 7 dicembre 2011 e all’esito dei chiarimenti offerti dal consulente tecnico d’ufficio in ordine all’elaborato peritale, con la conseguenza che la stessa non poteva trovare ingresso in sede di appello per il divieto di cui all’art. 345 c.p.c..

2. Con il secondo motivo si deduce la violazione dell’art. 2289 c.c. e dell’art. 2303 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, avendo errato la Corte di appello nell’escludere che dall’ammontare della liquidazione della quota sociale del R. potesse essere detratta la somma di Euro 24.897,28 riscossa dal R. o a lui imputabile anche per versamenti di contributi o di imposte da lui dovute, ma effettuati dalla società sino al 15 dicembre 2007, o quella superiore di Euro 37.140,51, percepita dal R. con le stesse modalità sino alla data di consegna del 5 settembre 2009, perché non sarebbe stata dimostrata l’effettiva percezione, dato che negli allegati della consulenza tecnica d’ufficio non vi era il “pizzino” menzionato dal precedente difensore nel verbale di udienza del 7 dicembre 2011 e non erano stati rinvenuti i partitari di cassa del conto “soci c/prelevamenti” del 2007 e del 2008. Si deduce invece che i partitari erano stati allegati all’elaborato della consulenza tecnica d’ufficio e facevano parte del fascicolo d’ufficio e la loro produzione risultava dalla sentenza di primo grado, che aveva fatto espresso riferimento ad essi a pagina 3, primo capoverso; la Corte, dunque, avrebbe dovuto disporre le necessarie ricerche del fascicolo d’ufficio, stante la loro rilevanza ai fini decisori; che errata era l’affermazione della Corte d’appello secondo cui, pur rilevando che la problematica della mancata detrazione era stata sollevata nel verbale di udienza del 7 dicembre 2011, aveva ritenuto che la stessa non poteva essere esaminata in appello a sostegno dello specifico motivo di gravame, tenuto conto che la sentenza di primo grado aveva presupposto l’effettiva percezione degli utili da parte di tutti i soci e che la deduzione fatta nel verbale di udienza del 7 dicembre 2011 non poteva essere scissa dalla documentazione esistente, né dalle valutazioni fatte dal giudice di primo grado; che erronea era anche l’affermazione che nella bozza di accordo del 29 ottobre 2007 non fossero stati tenuti presenti utili e/o anticipazioni, dato che la relativa somma era stata calcolata in Euro 50.000,00; che non vi era documentazione attestante l’esistenza di prelievi effettuati per cassa dai soci perché la società era coamministrata da tutti e quattro i soci che, dunque, non rilasciavano ricevute per i prelievi effettuati.

2.1 Il motivo è inammissibile, perché non rientra nell’ambito applicativo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa che e’, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta perciò al sindacato di legittimità (Cass., 14 gennaio 2019, n. 640). Peraltro, le doglianze esposte nel motivo non potrebbero neppure essere apprezzate sotto il profilo – non espressamente evocato – del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, perché le critiche agli specifici rilievi, sui quali gli accertamenti della Corte di merito si basano (cfr. retro), si limitano a contrapporre valutazioni alternative – evidentemente inapprezzabili in questa sede di legittimità – o alcuni elementi di prova asseritamente non considerati, senza rispettare le prescrizioni imposte dall’art. 366 c.p.c., n. 6 e art. 369 c.p.c., n. 4.

2.2 Ne’ miglior sorte può riservarsi alla denuncia di un “grave errore procedurale”, in riferimento alla omessa considerazione dei documenti inviati dal c.t.p. della società al consulente d’ufficio. Invero, è sufficiente al riguardo rilevare che la inclusione di tali documenti, nonostante la loro tardiva produzione, tra i mezzi di prova nel compendio processuale non risulta aver trovato il consenso di tutte le parti che il c.t.u. aveva richiesto a tal fine (cfr.ricorso pag. 11). Ciò nel pieno rispetto della norma di cui all’art. 198 c.p.c., che richiede l’espresso consenso di tutte le parti e solo con riferimento all’esame di documenti accessori, cioè utili a consentire una risposta più esauriente ed approfondita al quesito posto dal giudice, mentre lo esclude, perché irrilevante, avuto riguardo alla produzione tardiva di prove documentali concernenti fatti e situazioni poste direttamente a fondamento della domanda e delle eccezioni merito (Cass., 27 aprile 2016, n. 8403; Cass., 3 agosto 2017, n. 19427).

3. Con il terzo motivo si deduce la violazione dell’art. 2736 c.c. e degli artt. 233 e 345 c.p.c., correlati all’art. 115 c.p.c., in relaziona all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonché la contraddittorietà tra il contenuto dell’ordinanza emessa dalla Corte territoriale e la motivazione della sentenza, in violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, avendo errato la Corte, con l’ordinanza pronunciata in data 20 dicembre 2013, a non ritenere il giuramento decisorio deferito decisivo ai fini della definizione totale o parziale della lite ed avendo poi ritenuto come indimostrate sia le somme percepite dal R. a titolo di ripartizione di utili, sia quelle versate dalla società per contributi ed imposte a suo esclusivo carico.

3.1 Il motivo è inammissibile.

3.2 La tesi proposta dal ricorrente contrasta un orientamento, peraltro consolidato in sede di legittimità, secondo cui non è possibile dedurre come mezzo di prova decisorio un giuramento che introduce un quid novum, nella fase del riesame del merito, perché viene a modificare il principio devolutivo e della disponibilità delle prove nei limiti delle regole processuali (Cass., 19 ottobre 2015, n. 21073).

3.3 Già si è detto che la Corte territoriale ha affermato che la questione relativa alla mancata considerazione da parte del tribunale di prelevamenti in contanti dalla cassa sociale da parte del R., nonché a mezzo di addebiti per contributi previdenziali ed imposte sul conto corrente della società, non era stata tempestivamente prospettata nel giudizio di primo grado, sicché la stessa non poteva trovare ingresso in grado di appello ostandovi il divieto di cui all’art. 345 c.p.c..

3.4 Non sussiste, dunque, la lamentata contraddittorietà, perché la Corte di appello ha dapprima affermato che i fatti prospettati (somme percepite a titolo di ripartizione di utili e somme versate dalla società per contributi ed imposte) erano fatti nuovi, che introducevano temi di indagine e di decisione diversi e come tali inammissibili ex art. 345 c.p.c. e soltanto dopo ha sostenuto che i suddetti fatti, in ogni caso, non erano stati nemmeno provati, con una motivazione ad abundantiam, che la società ricorrente non ha alcun interesse a censurare (Cass., Sez. U., 1 febbraio 2021, n. 2155; Cass., 16 giugno 2020, n. 11675).

4. Per quanto esposto, il ricorso va dichiarato inammissibile e la società ricorrente va condannata al pagamento delle spese processuali, sostenute dal controricorrente e liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.500,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della società ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 8 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 ottobre 2021

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