Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27227 del 30/11/2020

Cassazione civile sez. I, 30/11/2020, (ud. 15/07/2020, dep. 30/11/2020), n.27227

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – rel. Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 9785/2019 proposto da:

T.S., rappresentato e difeso dall’Avv. Enrico Villanova,

del Foro di Treviso, giusta procura allegata al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro p.t., elettivamente

domiciliato in Roma, via dei Portoghesi 12, presso gli uffici

dell’Avvocatura Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende

ex lege.

– controricorrente –

avverso il decreto del Tribunale di VENEZIA n. cronol. 1027/2019 del

4 febbraio 2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/07/2020 dal Consigliere Dott. Lunella Caradonna.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. T.S., cittadino (OMISSIS) richiedente asilo, ha proposto ricorso, affidato a tre motivi, per la cassazione del decreto del 4 febbraio 2019 con il quale il del Tribunale di Venezia ha respinto le sue domande di riconoscimento dello status di rifugiato, o, in subordine, della protezione sussidiaria o di quella umanitaria.

2. Per quanto in questa sede ancora rileva, il tribunale, pur ritenendo attendibili le genriche dichiarazioni di T. – che aveva riferito di aver lasciato il suo Paese nel (OMISSIS) perchè, dopo la morte del padre, lo zio si era impossessato dell’eredità, costringendolo ad abbandonare case e terre, che aveva venduto, e ad andare a vivere con moglie e figli presso l’abitazione dei suoceri, troppo piccola per ospitare tutta la famiglia – ha ritenuto che la vicenda narrata non integrasse i presupposti per l’accoglimento della domanda di status o della protezione sussidiaria ed ha escluso la ricorrenza di profili di vulnerabilità del richiedente ostativi al suo rientro in patria, tanto più che l’attività di bracciante agricolo da lui svolta saltuariamente in Italia non era sufficiente a dimostrare una sua compiuta integrazione economica e sociale nel nostro Paese.

3. Il Ministero dell’Interno ha resistito con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con i primi due motivi il ricorrente prospetta questioni di legittimità costituzionale del D.L. 4 ottobre 2018, n. 113, convertito, con modificazioni, nella L. n. 132 del 2018 e, in particolare, del suo art. 1, per violazione dell’art. 77 Cost., art. 10 Cost., comma 2 e art. 117 Cost., comma 1, nonchè del D.L. n. 13 del 2017, convertito con modiche nella L. n. 46 del 2017, nel suo complesso, o quantomeno del suo art. 21, oltre che del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, così come modificato dall’art. 6, lett. g del citato D.L., per violazione degli artt. 77,117,24 e 11 Cost., art. 6 CEDU.

1.1 Le prime due questioni sono inammissibili, per difetto del requisito della rilevanza, in quanto il giudice del merito non ha fatto applicazione della norme introdotte dal D.L. n. 113 del 2018, privo di efficacia retroattiva, ma ha correttamente esaminato e respinto la domanda di riconoscimento della protezione umanitaria alla luce della disciplina vigente alla data di presentazione della domanda.

Parimenti inammissibile, per difetto di rilevanza, è la q.l.c. del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 10, che rimette al giudice di valutare se vi sia necessità di disporre la comparizione delle parti, atteso che, nel caso di specie, il ricorrente è comparso all’udienza camerale ed è stato sentito.

Le ulteriori questioni di legittimità costituzionale prospettate sono invece manifestamente infondate.

Non si può dubitare, in primo luogo, della sussistenza delle ragioni di straordinaria indifferibilità e urgenza sottostanti all’emanazione del D.L. n. 13 del 2017, atteso il numero sempre crescente delle domande di protezione internazionale presentate da quando, negli ultimi anni, il fenomeno migratorio da paesi extracomunitari ha assunto proporzioni massicce, con conseguente incremento esponenziale delle impugnazioni e tenuto conto della necessità dello Stato – connessa a ragioni di ordine pubblico- di ottenere nel più breve tempo possibile l’accertamento del diritto del migrante a permanere nel territorio italiano.

Come già affermato da questa Corte la disposizione transitoria di cui all’art. 21 del D.L. cit., che ha differito di 180 giorni dall’emanazione del decreto stesso l’entrata in vigore del nuovo rito – non depone in senso contrario, essendo connaturata all’esigenza di predisporre un congruo intervallo temporale per consentire alla complessa riforma processuale di entrare a regime (Cass. n. 17717/018).

Va infine escluso che il procedimento camerale, da sempre impiegato anche per la trattazione di controversie su diritti e status, non sia idoneo a garantire l’adeguato dispiegarsi del contraddittorio e del diritto di difesa nella materia della protezione internazionale (Cass. n. 17717/018 cit.), considerato, altresì, che, fermo l’onere di allegazione, vige nella materia il principio dell’attenuazione dell’onere probatorio, cui è correlato il dovere del giudice di attivare i propri poteri istruttori d’ufficio, e che nel nostro ordinamento la previsione del doppio grado del giudizio non è assistita da garanzia costituzionale.

2. Con il terzo motivo T. denuncia la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3.

2.1. Ad avviso del ricorrente il Tribunale avrebbe omesso di valutare se il rischio di esposizione alle azioni di violenza, così come da lui rappresentato, non fosse idoneo a porre a repentaglio la sua vita e dunque ad integrare il presupposto per il riconoscimento della protezione sussidiaria, o quantomeno di quella umanitaria, ovvero per l’applicazione del principio di non refoulement richiamato dal successivo art. 19.

Per altro aspetto, il ricorrente lamenta che il Tribunale non abbia tenuto conto delle esigenze umanitarie dei cittadini extracomunitari che, come lui, sono approdati sulle coste italiane in fuga da scenari di guerra e dei contesti di vita nel suo paese di provenienza e in Italia.

3. Va premesso che entrambe le censure, lungi dal dedurre l’errata interpretazione o ricognizione, da parte del giudice del merito, delle norme di legge che si assumono violate, si risolvono nella denuncia di vizi di motivazione, per aver il tribunale ignorato circostanze di fatto decisive ai fini dell’accoglimento della domanda.

Esaminate sotto tale profilo le censure si rivelano però inammissibili, posto che non risulta che il ricorrente abbia rappresentato di essere esposto ad azioni di violenza tali da porre a repentaglio la sua vita, in caso di rientro in patria, nè che abbia allegato, a fondamento della domanda, il suo transito per la Libia o la sua fuga da scenari di guerra.

Nel provvedimento impugnato, che non contiene neppure un accenno a tali ultime circostanze, il tribunale ha per contro accertato che le ragioni dell’espatrio di T. erano da ricercare in contrasti di natura economica, dovuti a questioni ereditarie, ed ha sottolineato che il racconto del richiedente, peraltro riferito in maniera generica, difettava dell’allegazione di concreti ed attuali pericoli derivanti dalli eventuale suo rientro nel Paese d’origine.

Ne consegue che, al fine di contrastare tale accertamento, e in ossequio al principio di specificità del ricorso di cui dell’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 6, il ricorrente avrebbe dovuto precisare dove e quando egli aveva dedotto i fatti storici di cui il giudice non avrebbe tenuto conto, riportando le dichiarazioni rese in ordine ad essi (o, quantomeno, indicando l’esatta sede processuale in cui risultava prodotto il verbale nel quale erano state raccolte).

4. Il ricorso va, conclusivamente, rigettato.

Le spese di lite vanno compensate in ragione dell’assoluta inconferenza delle difese svolte dal Ministero, prive di riferimento alle ragioni dell’impugnazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 15 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 30 novembre 2020

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