Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27226 del 28/12/2016


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Cassazione civile, sez. VI, 28/12/2016, (ud. 03/11/2016, dep.28/12/2016),  n. 27226

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. MANZON Enrico – Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – rel. Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23834/2014 proposto da:

MODA IN SRL IN LIQUIDAZIONE, in persona del liquidatore,

elettivamente domiciliata in ROMA, V.LE REGINA MARGHERITA 294,

presso lo studio dell’avvocato VALERIO VALLEFUOCO, rappresentata e

difesa dall’avvocato ENRICO PICILLO, giusta procura a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

PUBLISERVIZI SRL;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1949/47/2014 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE di NAPOLI del 7/02/2014, depositata il 21/02/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

03/11/2016 dal Consigliere Relatore Dott. PAOLA VELLA.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte, costituito il contraddittorio camerale sulla relazione ex art. 380-bis c.p.c., osserva quanto segue.

1. In fattispecie relativa ad avviso di accertamento per Tarsu-Tia 2011, la società “Moda In s.r.l. in liquidazione” impugna la sentenza con cui la C.T.R. della Campania ha confermato l’avviso di pagamento emesso dalla Publiservizi s.r.l. (concessionaria del servizio per la gestione dei rifiuti del Comune di Caserta), a titolo di Tarsu dell’anno 2011, relativa a superfici del “Centro commerciale integrato (OMISSIS)”. Lamenta la ricorrente che il giudice d’appello, a fronte della propria specifica eccezione di difetto di legittimazione passiva (in quanto “non deteneva, nè conduceva ad alcun titolo locali siti nel centro Commerciale integrato (OMISSIS), avendo ceduto in fitto, sin dal 2002, tutti i suoi rami d’azienda”, ed affermava di “non gestite i servizi comuni del medesimo centro”), ha tuttavia confermato la decisione di prime cure per cui “dalla documentazione prodotta si evinceva in modo in equivoco che la Moda In, in quanto legittimata a modificare il regolamento interno del centro integrato e a percepire direttamente dagli affittuari gli importi relativi ai servizi di gestione del centro, fosse il gestore del centro stesso” – in quanto tale solidalmente responsabile al pagamento della tassa rifiuti, ai sensi del D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 63, comma 3, pur rilevando come “in detto contratto di affitto era affermato che la gestione dei servizi comuni era espletata da altra società che non veniva mai però menzionata”.

2. Parte ricorrente censura: con il primo motivo di ricorso, “Violazione dell’art. 2697 c.c. (art. 360 c.p.c., n. 4)”; con il secondo, “Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 63, comma 3 (art. 360 c.p.c., n. 3)”; con il terzo, “Violazione di legge (art. 111 Cost.) Difetto di motivazione – motivazione solo apparente, motivazione perplessa ed obbiettivamente incomprensibile”; con il quarto, infine, “Violazione L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 7 (art. 360 c.p.c., n. 3). Violazione dell’art. 2909 c.c. (art. 360 c.p.c., n. 4)”.

3. Il quarto motivo è inammissibile, per discrepanza tra le norme invocate ed il tenore della censura; il terzo motivo è infondato, poichè la motivazione della sentenza impugnata non risulta meramente apparente, al punto da integrare una ragione di nullità della pronuncia; parimenti infondato è il primo, poichè il giudice d’appello non ha invertito il criterio di ripartizione dell’onere della prova, ma ha deciso sulla base delle prove documentali in atti.

4. Può invece essere accolto il secondo motivo, sotto il profilo della falsa applicazione del D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 63, per vizio di sussunzione della fattispecie concreta nell’ipotesi di cui al comma 3 di detta norma, e segnatamente con riguardo alla attribuzione alla contribuente della qualità di “gestore del centro” in forza della facoltà di modificarne il regolamento interno e percepire dagli affittuari gli importi relativi ai servizi di gestione, nonostante dal contratto stesso risultasse che la gestione dei servizi comuni era espletata da altra società, per quanto non menzionata.

5. Al riguardo, valga il richiamo al precedente (Cass. sez. 6-5, ord. 17 febbraio 2015, n. 3151, sul ricorso di Mezzanotte s.r.l. in liquidazione contro Publiservizi s.r.l., avverso la sentenza n. 5/7/2012 della C.T.R. Campania del 28.10.2011, depositata il 17/01/2012, in tema di “Tarsu/Tia per l’anno 2009”), con cui questa Corte ha ritenuto) che il giudicante non avesse indicato “da dove si desumerebbe invece la prova positiva della sussistenza del presupposto impositivo, e cioè della posizione di “gestore dei servizi comuni” che competerebbe alla parte individuata come contribuente in relazione al periodo di imposta considerato”, ritenendo perciò necessario il superamento di “siffatta criptica affermazione”, mediante un nuovo esame da parte del giudice di merito, sulla base di un vaglio critico e completo delle prove documentali versate in atti.

6. Dalle esposte considerazioni seguono l’accoglimento del secondo motivo di ricorso, la cassazione della sentenza impugnata ed il rinvio ad altra sezione della C.T.R. Campania per nuovo esame, alla luce dei criteri sopra indicati.

PQM

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla C.T.R. della Campania, in diversa composizione, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 3 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 28 dicembre 2016

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