Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27226 del 07/10/2021

Cassazione civile sez. I, 07/10/2021, (ud. 08/07/2021, dep. 07/10/2021), n.27226

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – rel. Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11350/2017 proposto da:

P.M.E., domiciliata in Roma, Piazza Cavour, presso la

Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa

dagli avvocati Riccio Pietro, Riccio Angelo, giusta procura a

margine del ricorso;

– ricorrente –

e contro

P.M., Pe.Mo., P.A., quali eredi di

M.M.P., elettivamente domiciliate in Roma, Via L. Goiran n. 4,

presso lo studio dell’avvocato Marzano Marco Stefano, che le

rappresenta e difende unitamente all’avvocato Briolini Mario, giusta

procura in calce al controricorso e ricorso incidentale

condizionato;

– controricorrenti e ricorrenti incidentali –

contro

P.M.E., domiciliata in Roma, Piazza Cavour, presso la

Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa

dagli avvocati Riccio Pietro, Riccio Angelo, giusta procura a

margine del controricorso al ricorso incidentale;

– controricorrente al ricorso incidentale –

contro

Ma.Lu., + ALTRI OMESSI;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1070/2016 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 13/10/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

08/07/2021 dal Cons. Dott. NAZZICONE LOREDANA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – La Corte d’appello dell’Aquila con sentenza del 15 luglio 2011 confermò la decisione del Tribunale di Pescara, che aveva dichiarato inammissibile l’azione promossa dalla ex socia P.M.E. della G.P. s.n.c. dei F.lli P., titolare dell’azienda Teatro Massimo in (OMISSIS), volta all’annullamento del lodo arbitrale irrituale del 6 dicembre 2004 e della deliberazione societaria di esclusione ex art. 2287 c.c., assunta dalla società il 13 ottobre 2003, avendo ritenuto valida la clausola compromissoria contenuta nello statuto, preesistente alla riforma.

2. – Con sentenza del 28 luglio 2015, n. 15841, questa Corte ha cassato con rinvio la predetta decisione, accogliendo il quarto motivo (assorbiti gli altri) concernente la nullità del predetto lodo, demandando alla corte del merito di esaminare la domanda, volta all’impugnazione dell’esclusione dalla società.

3. – Con la sentenza impugnata del 13 ottobre 2016, resa in sede di rinvio, la Corte d’appello dell’Aquila ha respinto la domanda.

Ha rilevato la corte:

– che l’eccezione di decadenza dall’impugnazione è tardiva, in quanto non rilevabile d’ufficio e da proporre con la comparsa di risposta in primo grado da parte della società, come non avvenuto;

– è carente di interesse ex art. 100 c.p.c. l’azione di impugnazione proposta, atteso che: a) P.M.E., dopo l’arbitrato irrituale, ebbe ad agire in sede monitoria per la condanna della società alla liquidazione della quota sociale ed accettò quanto offerto dalla società, in conto del maggior dovuto, nel corso dell’udienza per la provvisoria esecuzione del decreto; quindi, la sentenza del Tribunale di Pescara 16 gennaio 2007, che ha concluso il giudizio di opposizione, ha determinato il valore di detta quota: e ciò costituisce un comportamento concludente incompatibile con il mantenimento della qualità di socia, palesando il proposito di non contrastare gli effetti giuridici dell’esclusione; b) in ogni caso, la cancellazione della società, avvenuta poco dopo la liquidazione della quota alla socia, rende impossibile la reintegra nella qualifica; c) la cancellazione della società rende “improbabile” che il valore della quota sia superiore a quello già liquidato.

4. – Avverso la sentenza propone nuovamente ricorso per cassazione la soccombente, sulla base di quattro motivi, depositando anche la memoria ex art. 380-bis.1 c.p.c..

Resistono con controricorso P.M., Mo. ed A., proponendo anche ricorso incidentale condizionato per un

motivo, mentre gli altri intimati non svolgono difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – I motivi di ricorso vanno come di seguito riassunti:

1) violazione dell’art. 2909 c.c., artt. 112,113,324,329,346,371 e 394 c.p.c., oltre ad omesso esame di fatto decisivo, in quanto la sentenza rescindente ha imposto al giudice di rinvio di esaminare la domanda di opposizione all’esclusione, mentre ciò la corte d’appello non ha fatto, omettendo di rilevare che il giudice di primo grado aveva già reputato sussistere l’interesse ad agire, con conseguente giudicato interno;

2) violazione degli artt. 2287,2289 c.c., artt. 100,112 c.p.c., con omesso esame di fatto decisivo, perché l’avere intrapreso il procedimento monitorio per il pagamento della liquidazione della quota non equivaleva a manifestare il difetto di interesse per l’annullamento della Delibera di esclusione, tenuto conto della riserva espressa di impugnazione della medesima formulata, allorché la ricorrente instò per la provvisoria liquidazione della quota, con espressa riserva di restituzione; né la cancellazione della società dal registro delle imprese in data 9 ottobre 2008 precludeva l’azione di accertamento della invalidità della esclusione e di risarcimento del danno; inoltre, contrariamente a quanto opinato dalla corte territoriale, il valore della quota spettante era ben superiore rispetto a quello liquidato in sede arbitrale, atteso il fatto stesso che l’unico bene immobile della società, il Teatro Massimo di (OMISSIS), ha valore assai maggiore di quello indicata nella Delib. assembleare 7 dicembre 2001. Donde l’interesse della ricorrente, sia quanto all’accertamento della invalidità della esclusione, sia al risarcimento del danno, sia alla integrazione della liquidazione della quota;

3) violazione dell’art. 2909 c.c., artt. 91,92,112 e 324 c.p.c., con omesso esame di fatto decisivo in quanto, a seguito della sentenza rescindente del 2015, la ricorrente ha diritto alla restituzione delle spese di arbitrato e del giudizio, dal primo grado a quello di legittimità, che il giudice di rinvio avrebbe dovuto liquidare; tuttavia, la corte del merito ha ritenuto di compensare interamente le spese, sia per il giudizio di cassazione, sia per quello di rinvio, violando il giudicato sull’an, dal momento che la sentenza rescindente n. 15841 del 2015 aveva demandato di determinarne il quantum, fermo l’obbligo di porle a carico delle controparti;

4) violazione dell’art. 2286 c.c., artt. 100 e 112 c.p.c., con omesso esame di fatto decisivo, avendo in definitiva la corte del merito omesso la pronuncia sulle domande proposte, per la ritenuta carenza di interesse ad agire.

2. – Nel proprio ricorso incidentale condizionato, le controricorrenti deducono la violazione o falsa applicazione degli artt. 24 e 111 Cost., art. 2287 c.c., artt. 101,383 e 394 c.p.c., essendo la socia decaduta dal diritto di impugnare la delibera di esclusione, per il decorso dei trenta giorni di cui all’art. 2287 c.c., eccezione che esse affermano di avere sollevato nel giudizio di rinvio, quindi tempestivamente.

3. – Il primo, il secondo ed il quarto motivo del ricorso principale possono essere trattati congiuntamente, in quanto concordemente volti a censurare la mancata pronuncia in ordine alle domande di accertamento della illegittimità della esclusione della società e di risarcimento del danno, e sono fondati, nei limiti di seguito esposti.

La sentenza impugnata ha giudicato carente l’interesse ad agire in capo alla socia impugnante, ai sensi dell’art. 100 c.p.c., con riguardo alla deliberazione di esclusione, per un triplice argomento: a) l’avere la socia esclusa proposto ricorso per decreto ingiuntivo al fine del pagamento della somma liquidata dagli arbitri irrituali e l’avere accettato una somma a titolo di liquidazione provvisoria della quota, inoltre determinata nel quantum dalla sentenza conclusiva del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo; ciò costituirebbe un comportamento concludente incompatibile con il proposito di contrastare gli effetti giuridici dell’esclusione; b) la sopraggiunta cancellazione della società rende impossibile la ricostituzione del singolo rapporto sociale; c) detta cancellazione della società rende “improbabile” che il valore della quota sia superiore a quello già liquidato in sede monitoria.

Nessuno di tali argomenti resiste alle critiche mosse dalla ricorrente, che tutti li censura.

Invero, sotto il primo profilo, la rinuncia ad un diritto, anche di azione, ove non sia esplicita, non può desumersi che da circostanze di fatto concludenti, univoche ed incompatibili con l’intenzione di avvalersi del medesimo diritto; ciò, tanto più che la domanda di accertamento della illegittimità dell’esclusione era accompagnata da quella di risarcimento di tutti i danni patiti, patrimoniali e non.

Si ricorda altresì il principio, affermato ad esempio in materia lavoristica da questa Corte, secondo cui la mera accettazione di una somma (nella specie, a titolo di t.f.r.), ancorché non accompagnata da nessuna riserva, non può essere interpretata, per assoluto difetto di concludenza, come tacita dichiarazione di rinuncia ai diritti derivanti dall’inadempimento altrui, nella specie l’illegittimità del licenziamento, non sussistendo alcuna incompatibilità logica e giuridica tra l’accettazione di detto importo e la volontà di ottenere la dichiarazione di illegittimità del licenziamento, al fine di conseguire l’ulteriore diritto alla riassunzione o al risarcimento del danno (Cass. 21 marzo 2000, n. 3345).

Più in generale, l’accettazione di un pagamento parziale non fa di per sé presumere la rinuncia alla parte residua del credito, essendo facoltà del creditore, ai sensi dell’art. 1181 c.c., accettare un pagamento parziale, senza necessità di riserva per il residuo, né in sé può determinare l’esaurimento del rapporto (cfr. Cass. 21 aprile 1995, n. 4534; Cass. 12 agosto 1994, n. 7393; Cass. 21 gennaio 1981, n. 512).

Sotto il secondo profilo, se la cancellazione della società dal registro delle imprese rende improseguibile una domanda di annullamento della esclusione ai fini del ripristino del singolo rapporto sociale, nonché ogni altra domanda in generale proposta contro la società, ciò non è vero né per la domanda di accertamento di quella illegittimità, né per la domanda risarcitoria, che a quel punto vede come legittimati passivi gli altri soci, successori universali della società sotto tale profilo, ai sensi dell’art. 2495 c.c. (cfr. Cass., sez. un., 12 marzo 2013, nn. 6070, 6071 e 6072).

Sotto il terzo profilo, si tratta di argomento palesemente inconcludente, posto che, ove pure l’entità della quota di liquidazione, spettante alla socia all’esito della liquidazione della società, risultasse pari alla liquidazione della quota per lo scioglimento del singolo rapporto sociale, non rende di per sé carenti di interesse le domande proposte, non potendosi affatto escludere che in concreto, invece, i due valori possano risultare difformi.

E’ nota, invero, la differenza economica e giuridica tra le nozioni di quota di liquidazione e di liquidazione della quota, elaborata per distinguere i due concetti: posto che, mentre l’art. 2289 c.c., prevede che “la liquidazione della quota è fatta in base alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si verifica lo scioglimento”, ivi comprese le “operazioni in corso”, in proporzione alla percentuale di partecipazione alla società, l’art. 2282 c.c., prevede che, in caso di scioglimento della società, anzitutto debbano essere “estinti i debiti sociali” e, all’esito, “l’attivo residuo è destinato al rimborso dei conferimenti”, mentre “l’eventuale eccedenza è ripartita tra i soci in proporzione della parte di ciascuno nei guadagni”.

Insomma, non essendo coincidenti i criteri, in quanto l’uno proprio di una società attiva, l’altro relativo al regime post-liquidatorio a fini di estinzione della società, l’illazione della corte di merito si profila carente di qualsiasi supporto logico-giuridico.

4. – Il terzo motivo resta assorbito.

5. – L’unico motivo del ricorso incidentale è infondato.

La corte territoriale non ha errato nel giudicare tardiva l’eccezione di decadenza dall’impugnazione, sollevata dalla società solo in sede di giudizio di rinvio.

Premesso, invero, che le eccezioni in senso stretto devono essere sollevate a pena di inammissibilità in comparsa di risposta, ai sensi dell’art. 167 c.p.c., nonché del D.Lgs. n. 5 del 2003, va ulteriormente rilevato che il solo soggetto, titolare del diritto di sollevare l’eccezione di decadenza dalla proposizione di un’impugnativa di deliberazione assembleare, è la società stessa: la quale peraltro, essendo stata cancellata dal registro delle imprese, non aveva tale capacità.

6. – In conclusione, la sentenza impugnata va cassata in relazione ai motivi accolti e la causa rinviata alla Corte d’appello dell’Aquila, in diversa composizione, per la decisione in ordine alla legittimità dell’esclusione della socia ed alle pretese ad essa accessorie, come proposte nell’atto di citazione introduttivo.

Ad essa si demanda, altresì, la liquidazione delle spese di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo, il secondo ed quarto motivo di ricorso, assorbito il terzo; rigetta il ricorso incidentale condizionato; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per la liquidazione delle spese di legittimità, innanzi alla Corte d’appello dell’Aquila, in diversa composizione.

Dichiara che, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, sussistono i presupposti per il versamento, da parte della parte ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello richiesto, ove dovuto, per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 8 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 ottobre 2021

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